NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

RESURREZIONE

Concorso Internazionale di Scrittura femminile 2012 – Premio “Associazione contro il dolore G. Mocavero”

 

RESURREZIONE

Si è messa sulle punte, ha inarcato la schiena, e ha teso una mano, più su che poteva. Solo così, è riuscita a prendere una ciliegia. I rami sono alti e le ciliegie più belle, più grandi e più rosse, sono tutte lassù.

Ci vorrebbe una scala. Ma non è bello portare una scala qui. E poi, cosa direbbe la gente, se la vedesse cogliere ciliegie da un ciliegio che non è suo.

Però non le mangia nessuno, pensa, ed è proprio un peccato.

Ha guardato la ciliegia a lungo, come se ammirasse un miracolo. Poi ci ha soffiato sopra, istintivamente, per pulirla, e l’ha messa in bocca rapidamente. Ha socchiuso gli occhi, per assaporare meglio. E ha sorriso.

Dei primi giorni ha pochissimi ricordi.

Ha fatto quello che doveva fare, senza nemmeno piangere.

Il funerale, a che ora, alle undici, in quale chiesa, San Giacomo, e di che tipo dev’essere la piccola bara bianca.

– Ecco, qui ci sono le fotografie, scelga con calma.

Accanto al catalogo, c’è la scatoletta dei kleenex. Ma lei non ne prende uno. Sceglie la bara, sceglie i fiori, firma ciò che c’è da firmare, e non piange.

– Grazie, arrivederci – dice uscendo, e mentre lo dice, per educazione, per abitudine, si rende conto di quanto sia fuori luogo, quell’arrivederci. Non ti voglio rivedere mai più, brutta impiegata cortese, e non voglio più entrare qui dentro.

Del resto, non dovrò organizzare altri funerali, perché il prossimo sarà il mio. E sarà presto. Non sopravviverò.

Così pensa, richiudendo la porta.

Un gradino, e sul marciapiedi c’è lo stesso mondo di ieri. Il sole è rovente, il cielo azzurro, e da una bottega di fronte arriva odore di pane.

Ma non ha fame.

L’unica cosa che deve proprio comprare, è la carta igienica. Non è possibile restarne senza.

Entra in un supermercato, prende un pacco da dodici rotoli e va alla cassa. C’è un po’ di fila. Tutto il tempo per riflettere sull’assurdità di questo gesto, sull’ostinazione di questo corpo che in un momento così dovrebbe fermarsi e invece non si ferma, che dovrebbe avere dignità e invece necessita delle cose più volgari.

– Prego!

La cassiera ha sbrigato gli altri clienti, con stizza le fa cenno di avanzare, tende la mano verso il pacco per passarlo sul lettore del codice a barre.

– Un euro e settantadue.

È morto mio figlio, ho appena provveduto per il funerale, e ora sto comprando carta igienica. Il senso dell’assurdo. Il senso della vita, quotidiana, cinica, normale.

Paga ringraziando. Un sommesso arrivederci anche qui. Come escono naturali le parole, pensa, anche quando non ci appartengono.

Dei due giorni successivi, non ricorda niente.

Del terzo giorno, ricorda che alle undici meno venti, qualcuno è venuto a prenderla. Ma aspettatemi sotto casa, aveva chiesto.

È scesa in jeans, maglietta nera, occhiali da sole. È inopportunamente abbronzata, se ne vergogna.

D’altronde è andata al mare fino alla scorsa settimana.

Proprio una settimana fa, sì, a quest’ora, lui teneva il secchiello in mano, raccoglieva un po’ d’acqua e se la portava al castello di sabbia, sghembo. Proprio a quest’ora lei gli diceva che doveva smettere di giocare e mangiare qualche albicocca. Proprio a quest’ora bisognava anche ripassare le spalle, la schiena, la fronte, ché sennò diventi tutto rosso.

È finita la messa, mentre lei era lontana con la testa, e aveva l’odore del mare nel naso, e le dita unte di olio solare. Come farà ora a stringere tante mani?

Ma le stringe, e ringrazia.

Veniamo a casa con te, ora, a farti un po’ di compagnia. Qualcuno lo propone, qualcun altro lo ripete. Sì sì, veniamo, non ti lasciamo sola oggi.

Andatevene tutti.

Non ricorda più se con le parole o soltanto con un gesto, ha fatto capire che vuole restare sola. È stata brusca, forse, ma non le importa.

Basta, basta, vi prego.

Risalendo le scale di casa, incontra qualcuno che ancora non ha saputo, e la saluta nel modo abituale, senza condoglianze, senza toccarle il braccio.

Buongiorno.

Buongiorno.

Entrata, siede per terra nell’atrio. E dondola avanti, e dondola indietro, accompagnandosi al fianco con un camioncino dei pompieri che si muove avanti e indietro con lei.

Si fa sera così.

Ha solo sete. Un po’ di sete.

Passano altri due giorni, e si rende conto di puzzare. Non si lava da quando lui è morto. Si sentiva in colpa a farsi una doccia, le sembra che sia un lusso, un divertimento, un piacere. Ma adesso puzza, e non può tollerarsi.

Non si sente ancora pronta per una doccia, né per guardare l’ochetta di gomma appoggiata sul bordo della vasca. Allora si lava soltanto le ascelle e le parti intime.

Va avanti così per un’altra settimana.

Ma al settimo giorno si lava per intero. Fa la doccia e lava i capelli. Li taglia un po’, malamente, perché così lunghi e belli non avrà più voglia di tenerli.

Ha sempre avuto la pelle secca, e ha sempre dovuto usare la crema dopo la doccia. Ma crema vuol dire tante cose, per una donna. Tempo lento, amore per la vita.

Non può mettere crema. Si asciuga e basta.

Però dopo dieci giorni di docce rapide, ha la pelle dura come il cuoio. Le brucia, le prude. Soprattutto a letto.

Non che le impedisca di dormire, tanto non dorme lo stesso. Ma prude troppo, non può nemmeno piangere il figlio per quanto le prude la pelle. Ha solo voglia di urlare.

Così, ricomincia a usare la crema. La mette in fretta, senza i movimenti giusti, quelli consigliati dalle riviste, dal basso verso l’alto eccetera, quelle cose che alle donne piacciono tanto. La mette e basta. Veloce, spalmandosela come se si schiaffeggiasse.

Intanto dimagrisce. Non ha voglia di mangiare, o mangia malissimo, mordendo qualcosa di marcio in piedi, con tanti nervi che quasi sempre le va di traverso il boccone e tossisce come una disperata.

Un giorno però le prende il mal di stomaco, da piegarsi in due. E si rende conto che deve nutrirsi con una cosa decente, calda, da un piatto, con calma. E mette un risotto al pomodoro sul gas. Gas acceso per la prima volta dalla sua morte. Mangia con un senso di colpa atroce, ma mangia.

Una sera, posando la guancia sul cuscino, prima di piangere, sente che non c’è più. L’odore di bambino, di talco, di capelli suoi. Non c’è più, l’impronta di lui che qualche volta le dormiva accanto.

E allora tanto vale cambiarle, le lenzuola.

La sera dopo, prima di piangere, sente un profumo gradevole, di pulito, e le viene spontaneo respirarlo forte, con godimento. Anche se non è più il suo, è un odore buono.

C’è sempre bisogno di odori buoni.

Non scende quasi mai. Essere una traduttrice, lavorare in casa, al computer, ha questo vantaggio. Le ha consentito di isolarsi quanto voleva. E ha questo svantaggio. Che lei non smette di volerlo.

Esce il mattino presto, una volta o due la settimana, solo per comprare lo stretto necessario.

Un mercoledì – i giorni hanno ripreso ad avere un nome – tornando dalla piccola spesa, per la prima volta dopo tanto tempo guarda la cassetta della posta.

È colma. Lettere, pubblicità e bollette.

Prende tutto, stropicciando nel pugno. Non capisce niente, non riconosce il proprio nome scritto, le pare quello di un’altra persona.

Arrivata a casa, butta la pubblicità, apre le buste senza interesse.

Le bollette, quelle, non le pagherà più.

Passano i giorni, le scadenze. Arriva un sollecito, due.

Non me ne importa niente, niente di niente.

Ma viene un temporale, quella stessa notte, e se ne va la luce in tutto l’isolato per venti minuti. Non ha candele, né torce.

Nel buio totale, capisce che sarebbe così se non pagasse più la luce. E non è bello. D’improvviso sente il figlio respirarle vicino. Non è un conforto, è una sensazione raggelante. Non è lui che ritorna, bensì è la morte che viene a darle conferme. Ancora non ci credi?, è così, fattene una ragione.

Il giorno dopo, alle otto e trenta, è la prima persona ad entrare all’ufficio postale. Paga le bollette una sopra l’altra, quella della luce perché vuole continuare a vedere, quella del gas perché vuole continuare a mangiare. Sia anche un risotto al pomodoro, un brodo.

Durante il primo inverno, tornata ormai pallidissima, si mette un po’ di fard. Lo fa d’istinto. Ha un colloquio importante, il primo dopo tanto tempo, e non vuole sembrare stanca o malata.

Ma mentre muove il pennello sullo zigomo, lo specchio le parla. Puttana, tuo figlio è morto, come puoi truccarti?

Guarda altrove, potrebbe scoppiare, lasciarsi travolgere dalla colpa. Ma non lo fa.

Risponde allo specchio che la vita è questo: è necessità di pulirsi, di lavarsi, di mangiare, avere luce, avere calore, addormentarsi tra lenzuola di bucato, essere in regola con i pagamenti, rispettare gli impegni presi, assumersene altri. Stare al mondo.

Non sono una puttana, sono solo viva, non riesco a morire, non posso farci niente.

È andata al cimitero per tanto tempo e non se ne era mai accorta.

Eppure anche l’anno scorso dovevano esserci le ciliegie, a fine maggio, giugno. Ma allora non alzava la testa. Guardava solo in basso, il viale e le tombe. E se con la coda dell’occhio vedeva scorrere di lato gli alberi, non li guardava abbastanza per notare le differenze. Credeva che fossero tutti cipressi.

Invece oggi ha guardato in su. E quel ramo di ciliegio le stava sopra come un dio, bellissimo, possente. La sua ombra era fresca e lunga, i suoi frutti golosi. Devi sforzarti, sembrava dirle, mettiti sulle punte, allunga la mano.

È buona, saporita e dolce.

Se solo avesse una scala, ne prenderebbe delle altre. Le è venuta voglia. Ora andrà dal fruttivendolo e comprerà ciliegie. Albicocche, anche. È dall’estate di due anni fa che non ne compra più. Gli piacevano tanto. Ma piacciono anche a lei, dopotutto.

Sputa il nòcciolo sul palmo della mano. Lo fissa, incantevole, lucido di saliva. Lo stringe come un segreto, e infine, con un largo movimento del braccio, lo lancia lontano, in un angolo dove non ci sono tombe, solo erba. Un buon terreno, forse.

Non è un gesto d’incuria. È resurrezione.

Il picciolo le è rimasto nell’altra mano. Mentre si avvia all’uscita, ci gioca, lo gira tra le dita, se lo passa sul viso dolcemente, meditando il futuro. Poi lo tiene per un po’ tra le labbra, come un fiore.

© Luisella Pacco

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5 commenti su “RESURREZIONE

  1. Dario Predonzan
    31 maggio 2017

    Straziante, bellissimo. E commovente.

    • Luisella Pacco
      1 giugno 2017

      Grazie Dario.

  2. Maria Neglia
    1 giugno 2017

    È semplicemente stupendo. A mio giudizio
    ,per quel che ho letto di tuo, un racconto dei migliori. E l’ho riletto molto volentieri.

    • Luisella Pacco
      1 giugno 2017

      Grazie Maria!

  3. marisa
    6 giugno 2017

    Bellissimo e soprattutto vero!
    Percorriamo assieme la traiettoria del dolore, dapprima cieco e lancinante e poi pian piano ospitato come un convivente indispensabile, quasi un complice, che ci indica la via della… resurrezione.

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Questa voce è stata pubblicata il 31 maggio 2017 da in Racconti brevi.

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