NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

I JEANS DI BRUCE SPRINGSTEEN E ALTRI SOGNI AMERICANI di Silvia Pareschi

I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani di Silvia Pareschi Giunti Editore, 2016 192 pagine

I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani
di Silvia Pareschi
Giunti Editore, 2016
192 pagine

Dovreste conoscere questo nome. Sì, dovreste. Al di là di questo libro, che è la sua prima prova da autrice, sarebbe vostro dovere di lettori conoscere benissimo Silvia Pareschi perché è una delle nostre più importanti traduttrici. Col suo lavoro ha regalato a noi lettori italiani Jonathan Franzen, Cormac McCarthy, Don DeLillo, David Means, Phil Klay, Zadie Smith, Julie Otsuka ed altri.

Io l’ho incontrata appunto in occasione della lettura di Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka, nel 2012.

Quando dico che l’ho incontrata, non intendo che l’ho conosciuta di persona ma che con quel libro mi sono accorta di lei, del suo lavoro, del suo nome. Meglio tardi che mai. Chissà quante altre volte avevo letto un bel libro grazie al suo instancabile impegno, ma solo allora l’ho riconosciuta come traduttrice e ho scoperto il suo blog ninehoursofseparation, nel quale, sulla colonna di destra, campeggia un quadratino azzurro con al centro una scritta rossa, maiuscola e perentoria: “I LIBRI NON SI TRADUCONO DA SOLI. CITATE IL TRADUTTORE NELLE RECENSIONI”. Una regola tanto banale quanto troppo spesso disattesa, anche da fior fiore di testate.

Da allora, nelle mie modeste recensioni non ho mai dimenticato il traduttore, traghettatore nobile e prezioso; e ho imparato ad esigere subito il nome del traduttore in ogni libro che prendo dallo scaffale in libreria, curiosando in copertina o nel frontespizio, dov’è giusto che stia, o nel colophon dove alcuni editori si ostinano a relegarlo.

Poi è venuta l’amicizia su Facebook, che vera amicizia non è, certo, tuttavia mi consente di seguire quel che Silvia dice e fa. Tra le altre cose, lo scorso maggio mi balza agli occhi la pubblicazione del suo primo libro da autrice, I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani.

Lo compro subito, così, per simpatia, sulla fiducia, anche se il titolo non mi piace e mi lascia del tutto indifferente (non sono mai stata in America, e di Bruce so soltanto che è born in the USA). Il libro inizia a girarmi per casa, in compagnia degli altri libri-ancora-da-leggere (che nel loro insieme costituiscono una creatura vivente che si allarga e si allunga su comodini, tavoli, mensole, angolini che non sapevo esistessero…), volumi che sfoglio ma poi riappoggio perché sto leggendo qualcos’altro, o perché – consentitemi questo capriccio romantico – “ancora non mi chiamano”.

Passa il tempo e arriva novembre, quel giorno di novembre: negli Stati Uniti si vota.

Vado a dormire con la certezza che vincerà Hillary Clinton (lo dicono i sondaggisti, accipicchia, posso fare sonni tranquilli) e mi sveglio all’alba per averne conferma. Invece no. Ancora accucciata sotto le coperte, scopro dalla radio che tutto sta andando storto. La mattinata, mia e del mondo, si preannuncia scioccante.

Da quel dì disgraziato, Silvia Pareschi pubblica quasi giornalmente commenti rabbiosi e/o amareggiati con cui mi trovo del tutto d’accordo. Per l’elezione di Trump c’è da essere angosciati, e chi non lo è non ha capito niente.

Quest’ultima sintonia che avverto con Silvia è quel che mi serviva per prendere definitivamente in mano il suo libro e leggerlo per bene. Ora come non mai, infatti, mi rendo conto di non saperne assolutamente nulla degli Stati Uniti, di questo paese immenso bizzarro contraddittorio meraviglioso ed oscuro, culla di opportunità e di sogni, ma anche di razzismo fobie ed autentici incubi.

Il lavoro della traduzione le ha insegnato ad essere una paziente osservatrice attenta al dettaglio, e allo stesso tempo a restare sufficientemente distaccata da ciò che vede. Il traduttore è un ponte tra due lingue e due culture, e – come ha dichiarato in un’intervista – “posso continuare a svolgerlo solo mantenendo una fondamentale alterità rispetto alla cultura di partenza, in questo caso quella americana.”

È quindi con lo sguardo giusto, non troppo coinvolto ma estremamente curioso, che Silvia Pareschi ci conduce per mano lungo gli States.

Un po’ reportage e un po’ narrativa, I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani ci fa intravvedere un’America che mai avremo l’opportunità di conoscere, né restandone lontani né (non illudiamoci) andandoci da turisti per due settimane o tre.

Bisogna starci a lungo, in questo paese stravagante, bello e brutto, bisogna viverci, muovercisi, spostando dagli occhi ogni velo di hollywoodiane mitologie. Non sempre è facile, se come ha detto Wim Wenders riferendosi all’Europa (ma forse per gli italiani vale di più), “l’America ci ha colonizzato l’inconscio”.

Silvia Pareschi, che vive negli Stati Uniti sei mesi l’anno, ha gli strumenti per farlo.

Ed ecco, scopriamo che in una residenza per artisti si può uscire a fare una passeggiata e incontrare… un puma (Se incontri un puma, mi raccomando, non metterti a correre) e che i cowboy sono un po’ poeti perché a loro è sempre piaciuto stare attorno ad un fuoco a raccontare storie. E nel bel mezzo di San Francisco, entriamo nel Palazzo del Porno, la sede di una casa di produzione specializzata in film a luci rosse, con stanze attezzate per ogni erotica stramberia. E impariamo molte cose su strampalate religioni ed assurde congregazioni; e sui dentisti, nonché endodentisti e periodentisti, e sulla ansiogena sanità americana in generale. E dell’alimentazione, vogliamo parlarne?

Con una scrittura onesta e schietta (sembra di stare al telefono con un’amica intelligente e acuta che ti racconta le vicissitudini del giorno), Silvia Pareschi ci porta alla scoperta di luoghi e persone (soprattutto persone) che, semplicemente e con vividezza, ricorderemo per sempre.

Beh, e Bruce?

Di famiglia non ricca, Springsteen da ragazzo andava nel modesto negozio di un sarto a farsi aggiustare i pantaloni. Ma quando la sua vita prese una svolta fortunata, un paio se lo dimenticò lì e non tornò mai più a riprenderlo.

Silvia, adolescente, capita eccitatissima in questo negozio e riesce a portarsi via i jeans. Non potrà mai indossarli, incredibilmente stretti come sono (Bruce era davvero così magro?!), ma per trent’anni li terrà gelosamente appesi nella sua cameretta e poi altrettanto gelosamente ripiegati dentro una scatola (… continuai a conservarli così, sudici e impregnati del DNA dell’Idolo). Quando comincia a scrivere il libro, si ricorda di questo episodio e cerca di rintracciare quel vecchio negozio. Ma al telefono, il signor Ralph, distratto, smemorato, non le risponde in maniera soddisfacente. Sarà il caso di tornare a trovarlo…

Dicevo però, che questo è anche un libro di narrativa. Sono racconti brevi o brevissimi, che spezzano il tono del reportage restituendoci squarci dal sapore dolceamarissimo, ritratti sinceri di personaggi e situazioni che vibravano nella penna e a cui Silvia ha dovuto dare vita. Come Lavanderia a gettoni, Ganja Yoga, Katrina e Misofonia (il mio preferito, per una mia particolare ipersensibilità al rumore e al vociare molesto!).

“Alla fine, per me, scrivere non è stato altro che tradurre me stessa” ha dichiarato spesso Silvia Pareschi. Ebbene, speriamo si traduca ancora, per portarci di nuovo a zonzo su altre strade d’America.

***

E qui finisce l’articolo pubblicato nel pdf del Ponte Rosso. Ma c’è una sorpresa! 🙂 Silvia è stata così carina da rispondere ad alcune domande per il mio blog e per il sito della rivista (verrà caricato a breve, abbiate pazienza). Ne sono molto onorata e la ringrazio per la disponibilità e l’estrema gentilezza.

Silvia, prima della professione, prima degli studi di traduzione, insomma, prima di tutto, com’è stato il tuo approccio con l’inglese? Ricordi il primo testo che hai letto in inglese e l’impressione che ti ha fatto? Magari da bambina? Quando e com’è nata la voglia di tradurre? Quand’è che hai pensato “da grande farò questo”? 

Il mio primo incontro con l’inglese è stato alle scuole elementari. Molto prima che si cominciasse a insegnare le lingue ai bambini, la nostra scuola aveva organizzato un corso facoltativo con un bravo maestro che ci insegnava la lingua facendoci divertire. Poi, man mano che crescevo, l’inglese è diventato la lingua delle canzoni, di Dylan, dei Pink Floyd, di Springsteen. Ricordo che leggevo un’ottima rivista, si chiamava Speak Up, fatta apposta per chi voleva imparare l’inglese, con articoli di attualità letti da madrelingua (allora c’erano le audiocassette) e soprattutto bei film in lingua originale con sottotitoli in inglese. Canzoni e film, cosa c’è di meglio per imparare una lingua? Poi sono cominciati i viaggi di cui parlo nel mio libro, che mi hanno consentito di immergermi per un po’ nella società e nella cultura statunitensi, e poi mi sono iscritta all’università e ho deciso di laurearmi… in russo. A quel punto avevo deciso di fare la traduttrice, ma preferibilmente di qualche novello Dostoevskij. C’è voluto l’approdo alla scuola Holden, molti anni dopo, e l’incontro con una grande traduttrice come Anna Nadotti per convincermi a tornare al mio amore di gioventù, l’inglese.

In un’intervista che risale al 2011, su minima&moralia, che riguardava soprattutto il tuo lavoro su Franzen, mi ha molto colpito la disciplina e il discorso sulle fasi del tuo lavoro. Una prima stesura il più possibile accurata, una traduzione che produce un testo leggibile ma stilisticamente insoddisfacente; una seconda fase di rilettura minuziosa, fatta confrontando il tuo testo con l’originale, parola per parola, in cui cerchi di ritrovare lo stile dell’autore; la terza fase di rilettura da comune lettore per “sentire” il testo come se fosse stato scritto direttamente in italiano. 
Ma sono passati cinque anni da quell’intervista. Il tuo metodo è cambiato in qualche modo? 

No, non è cambiato, se non per il fatto che forse sono diventata ancora più precisa e pignola (due qualità che considero essenziali per tradurre). Cerco sempre di rileggere il testo almeno una volta in più, mentre la puntualità nella consegna rimane per me una questione di principio, una sfida con me stessa che finora non ho ancora perso.

Ti capita di contattare un autore (vivente, eh eh) per risolvere un dubbio? Trovi sempre disponibilità, rapidità di collaborazione, o devi un po’ rincorrerlo? Mi racconti, se puoi, un aneddoto? Magari senza dirne il nome 🙂 

Sì, cerco sempre di contattare l’autore del libro che sto traducendo, per sottoporgli domande e dubbi sulla traduzione. In genere gli autori sono disponibili, spesso anche contenti di comunicare con il proprio traduttore. In un solo caso ho ricevuto una risposta antipatica (please, see dictionary, quando ovviamente se ero arrivata a chiedere lumi significava che il dizionario lo avevo consultato eccome), in molti casi risposte gentili (tra le più gentili ricordo Amy Hempel e Julie Otsuka). Franzen è, fra gli autori che traduco, quello più interessato alla traduzione e pignolo nelle risposte, mentre ricordo che DeLillo (di cui ho tradotto Cosmopolis e Running Dog) non aveva l’e-mail e rispondeva tramite la sua agente, via fax.

Come sta andando la “battaglia” per il giusto riconoscimento della figura del traduttore? Secondo te le cose stanno migliorando o c’è ancora molta strada da fare? 

Ultimamente sono un po’ fuori dalle battaglie professionali, però mi sembra che a livello di attenzione alla figura del traduttore si sia fatto qualche piccolo passo avanti, grazie alla tenacia dei colleghi che hanno lottato per vedersi riconoscere questo diritto. A livello di retribuzione, invece, non è cambiato proprio niente.

Nelle tue note biografiche c’è scritto che oltre a tradurre, quando sei negli Stati Uniti, “insegni italiano agli americani”? Com’è percepita la nostra lingua? È amata? E quali sono le principali motivazioni che spingono gli americani a studiarla? Te lo chiedo perché recentemente ho letto e molto apprezzato In altre parole in cui Jhumpa Lahiri racconta del suo vero e proprio innamoramento per la lingua italiana e dello studio appassionato che ne è seguito (qui la mia recensione).

Qui a San Francisco, dove abito per metà dell’anno, l’italiano è una lingua amatissima, seconda solo al francese. Oltre al fatto che molti hanno origini italiane e si sentono ancora legati, almeno idealmente, al paese dei loro nonni o bisnonni, c’è il fatto che l’Italia è vista da molti come il paese ideale, dove la qualità della vita è molto alta, si mangia divinamente, non ci si massacra di lavoro e si è circondati da bellezza. A noi tutto questo può sembrare esagerato – e per molti aspetti lo è – però è vero che in confronto ai ritmi di lavoro americani e alla spietatezza di una società dove il capitalismo è spinto agli estremi e la solidarietà è spesso annullata dall’egoismo, noi siamo ancora un’isola abbastanza felice. Peccato che non ce ne rendiamo conto e facciamo ben poco per difendere ciò che abbiamo di buono. Fine del pistolotto.

Pensi che la nefasta presenza del Mostro si farà sentire anche in ambito culturale? Negativamente o, chissà, con effetto positivo, nel senso che gli intellettuali e gli artisti d’America sentiranno il dovere morale di contrastarlo con gli strumenti nobili dell’arte?

L’unica consolazione, davanti alla catastrofe che si è abbattuta su questo paese e sul mondo intero con l’elezione del Mostro, è vedere che si sta creando un forte movimento di resistenza, che per una volta sembra in grado di superare le divisioni per coalizzarsi contro il grave pericolo che ci minaccia tutti. Gli artisti fanno naturalmente parte di questo movimento, e in particolare gli scrittori sembrano molto attivi: domenica 15, per esempio, il gruppo Writers Resist ha organizzato, con il sostegno di PEN America, una dimostrazione davanti alla New York Public Library a cui hanno partecipato centinaia di scrittori e artisti, fra cui Andrew Solomon, Laurie Anderson, Jeffrey Eugenides, Amy Goodman, A.M. Homes, Michael Cunningham. Questo è un momento molto interessante per trovarsi negli Usa, a patto che si abbia una via di fuga.

So che la domanda è banale, ma sono curiosità che nutro spesso per gli autori e a questo punto anche per i traduttori 🙂 Come lavori, come ti organizzi la giornata? Orari prestabiliti, modalità, piccole abitudini, tutto al pc o primi appunti a mano, ecc? 

Le ore di lavoro sono più o meno sempre le stesse, 6 o 7 al massimo, altrimenti il cervello comincia a sfocarsi e a sovrapporre le due lingue. Il momento della giornata varia, posso lavorare dal mattino fino a metà pomeriggio o dal primo pomeriggio fino a sera inoltrata, dipende dagli impegni. Cerco sempre di mantenere abitudini regolari, tipo lavarmi e vestirmi e mangiare all’ora dei pasti, per non cadere nell’abbrutimento della freelance che lavora in casa, e per lo stesso motivo lascio sempre uno spazio per un po’ di attività fisica. E scrivo tutto al pc, ormai a mano non so quasi più scrivere, ahimè.

Sono assai curiosa di leggere la tua traduzione di Let me tell you di Shirley Jackson (qui i libri in uscita tradotti da Silvia). Cosa pensi di questa autrice che personalmente amo molto? (qui la mia recensione del romanzo L’incubo di Hill House).

Per me è stato un grande onore tradurre Shirley Jackson, l’autrice di classici del racconto come il citatissimo La lotteria (tradotto da Franco Salvatorelli) e di indimenticabili storie di fantasmi come L’incubo di Hill House (tradotto da Monica Pareschi). Al di là del suo indiscusso posto d’onore nella tradizione del gotico americano, Jackson è un’attenta cronista della vita femminile della metà del Ventesimo secolo, come viene sottolineato nella recente biografia scritta da Ruth Franklin, A Rather Hauted Life, che la dipinge come una scrittrice proto-femminista, animata ma al contempo dilaniata dalla tensione tra il suo ruolo di moglie e madre e quello di scrittrice. Ma Shirley Jackson, brillante outsider della letteratura americana, è molto più di questo, e a me piace soprattutto per come sa alternare atmosfere cupe e personaggi inquietanti a sprazzi di umorismo salottiero, una caratteristica che la rende unica e deliziosamente bizzarra.

Preferisci tradurre romanzi o raccolte di racconti brevi? Ho letto da qualche parte che non hai preferenze, che l’unica cosa difficile è tradurre un libro che non ti piace. Ma forse una sottile preferenza c’è? 😉

Ti assicuro che non ho preferenze! Se proprio devo esprimerne una, direi che forse per me la misura ideale è il romanzo breve: la continuità della vicenda rende più facile mantenere il flusso della traduzione, e la misura breve rende meno faticoso il processo di revisione. Nei prossimi mesi ho in programma la traduzione di un romanzo brevissimo, e poi quella di un romanzo lunghissimo: due esperienze completamente diverse.

Grazie Silvia, e buon lavoro!

© Luisella Pacco

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