NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Luglio-Agosto 2015: LA STRAGE DEI CONGIUNTIVI di Massimo Roscia

La strage dei congiuntivi di Massimo Roscia 2014, Editore Exòrma (collana Narrativa) € 15,50 321 pagine

La strage dei congiuntivi
di Massimo Roscia
2014, Editore Exòrma (collana Narrativa)
€ 15,50
321 pagine

Uff! La prossima volta sceglierò un libro pubblicato in due-copie-due, di cui una irrimediabilmente perduta e l’altra ammuffita in una soffitta di cui io sola ho le chiavi, di un autore nato due secoli fa non si sa bene dove e vissuto ai margini di un bosco, in totale solitudine, senza un amico (ché gli amici, poi – Max Brod insegna – ne possono combinare di tutti i colori).
Nessuno conoscerà il misterioso testo e non mi si potrà obiettare nulla. Ah, relax!
Stavolta invece sono andata a impelagarmi con un libro di cui parlano tutti, ma proprio tutti. Il mio timore (leggasi: l’incubo che notte e dì mi tormenta) è di non saper esprimere niente di nuovo. Qual è (senza apostrofo!) l’atroce destino che potrebbe attendermi se dicessi qualcosa di banale e/o (il cielo non voglia) sbagliato?
Non contenta del pericolo cui / a cui / al quale (sono straziata dai dubbi) mi sono esposta, il mese scorso con professionale anticipo ho anche contattato l’autore su Facebook.
“Le chiedo l’amicizia per poterle rivolgere eventuali domande…” e altre ridicole cortesie.
Ma cosa mi è saltato in testa? Perché l’ho fatto? Sono drammatici istanti di demenza sperimentati solo da chi si butta da un ponte.
Potevo starmene qui, tranquilla, ignorata dall’universo mondo, nell’anonimato protettivo come un grembo. Non mi conosce nessuno, Konrad fuori Trieste ci mette a malapena il naso: meglio di così?!
E invece… “rivolgere eventuali domande”.
Ma quali, vivaddio? A quest’uomo è già stata chiesta ogni cosa, su carta in radio e tv. Pare che non si stanchi mai, che giri come una trottola per ogni dove, ospite di salotti, teatri, scuole, festival, rassegne, impianti industrali, talk-show ed abominevoli padiglioni Expo. Non si ferma, non dorme. Lui c’è. Mi fa venire le vertigini! Lo cogliesse almeno un pochino il morbo di Elena Ferrante.
Dopo che tutte le domande gli sono già state rivolte, io cosa avrei potuto chiedere/fare/dire/supplicare? Avrei potuto tentare uno stratagemma marzulliano: “A cosa le piacerebbe rispondere ma ancora non le è stato chiesto?” (chiediti, risponditi, arrangiati) ma sarebbe stato un ignobile gesto.
Pazienza, ormai sono in ballo e devo ballare. Ne parlo, ne voglio parlare, perché La strage dei congiuntivi mi è piaciuto troppo, troppo… troppissimo!!!
Eccollollà, dopo aver scritto questa oscena parola seguita da ben tre punti esclamativi, nello stile esuberante e criminoso di una ragazzina, non mi resta che fare testamento e aspettare con serenità la giusta morte che merito: il cranio massacrato a colpi di verga d’olivo, l’albero sacro ad Atena, dea della sapienza.

Ma facciamo ordine: con una scheda segnaletica, diciamo così, visto che di romanzo noir-poliziesco si tratta.

AUTORE: Massimo Roscia, nato a Roma nel 1970. Critico enogastronomico (*) e scrittore, nel 2006 ha pubblicato Uno strano morso ovvero sulla fagoterapia e altre ossessioni per il cibo, un noir su cibo e nevrosi. Insegna comunicazione, tecniche di scrittura emozionale, editing, letteratura gastronomica, marketing territoriale e mo’ basta, mi sono stufata. Ci sono individui che riescono a fare mille cose: li odio.
TITOLO: La strage dei congiuntivi, riferito allo scempio che viene fatto quotidianamente del patrio idioma (nelle due chiacchiere da bar così come nei migliori e apparentemente colti consessi). La confusione tra congiuntivo e condizionale, il soverchiante uso dell’indicativo che calpesta il congiuntivo, verbi intransitivi che diventano – dopo un intervento chirurgico? – ambiguamente trans…itivi, reggenze sbagliate, punteggiatura assente oppure eccessiva, sono solo alcuni degli esecrabili attacchi che la nostra Lingua è costretta a subire.
TRAMA: un bibliotecario, un analista sensoriale, un dattiloscopista della Polizia Scientifica e un professore di letteratura, stanchi di assistere alle suesposte offese alla cultura e alla grammatica, decidono di lavare l’onta col sangue. Poverini, d’altronde non hanno altri mezzi, sono soli al mondo, nobili soldati in una guerra dimenticata e senza gloria.
Se almeno ci fosse la legge dalla loro parte. Invece no. (Usciamo per un istante dal libro e guardiamo alla realtà dei fatti e dei codici: esiste il reato di vilipendio alla bandiera, art.292 c.p.; e il vilipendio alla lingua, dove lo mettiamo?).

Del resto, come non desiderare la morte di un omuncolo (assessore alla cultura!) il quale nel suo discorso (accompagnato da una gragnola d’applausi e dagli inchini dei laidi portaborse) commette errori al limite della decenza?
Mi correggo. Lo spettacolo ha abbondantemente sorpassato i limiti della decenza. Lo spettacolo è indecente, impresentabile, immorale, disdicevole, inopportuno, osceno, dissoluto, inammissibile, scandaloso, sconcio, depravato, scurrile, biasimevole, indegno, volgare, ignobile, licenzioso, sconveniente, indecoroso, spregevole, vergognoso. Ver-go-gno-so.
Non solo nella forma – congiuntivi stuprati, una dizione ripugnante – ma anche nella sostanza. L’assessore infatti ha deciso di chiudere il consultorio familiare, la biblioteca civica, il cendro di impieco e altre inutili e poco frequentate strutture […] Signori miei, questa è intelligenza, questa è efficienza, questa è politica dei fatti, questo è buon governo.
Questo è ottimizzamento, come dice lui.
Il bibliotecario sarà riallocato ai servizi cimiteriali. Non serve piangere, lamentarsi, confessare che i libri erano tutta la mia vita.
I libri. I libri. […] Pensi piuttosto al bell’ufficio che l’aspetta. Moterno, quieto, riservato, all’ombra dei cipressi.
Il bibliotecario è un uomo debole, ha sempre subito le angherie, ha sempre taciuto davanti agli arroganti. Ma dopo tanti colpi ricevuti ce ne è sempre uno, il più violento di tutti. È un colpo definitivo, è il colpo spartiacque, quello che non lascia spazio a dubbi e tentennamenti. Chi riceve questo colpo non ha scelta. È a un bivio e deve decidere cosa fare.

Ma l’assessore non è certo l’unico a meritare il solenne castigo. Un omicidio tira l’altro, come le ciliegie.
Un omicidio.
Un: articolo indeterminativo, maschile singolare; variante apocopata di uno.
Omicidio: sostantivo, maschile singolare; il delitto di chi sopprime una o più vite umane.
Uccidere – infinito presente del verbo uccidere; causare la morte – la giornalista […] rea di aver maltrattato ripetutamente e indiscriminatamente articoli, elisioni di vocali e apostrofi scrivendo, per ben quattro volte, un’omicidio.
Un omicidio.
Il cadavere cola a picco portandosi dietro un’anima improba e tutti i suoi errori.

E se questa missione – perché di santa missione si tratta – porterà a tragiche conseguenze e finanche a pagar con la vita, ebbene, ne sarà valsa la pena! Fino all’ultimo respiro, il giustiziere combatterà la sua battaglia. E se il prete, nell’ora dell’estrema unzione, gli dirà “Può il Signore perdonarti…”, egli nel rantolo di morte troverà la forza per correggerlo: “Possa, padre, possa”.

Ma ho già detto sin troppo. Vi saluto, raccomandandovi con calore la lettura che è trascinante e armoniosa. Piacevole tra i denti, come una caramella.
Tanto per dirne una. Avete presente i libri in cui il capitolo è indicato da (ah ah, quale sciatteria) uno scialbo umile grigio anonimo sonnolento numeretto? Suvvia, non scherziamo, Roscia non poteva esserne soddisfatto.
Ad aprire il capitolo 1 è:

UNO

Uno, il principio, l’unità del tutto, l’essere, l’eter-
no. Uno, primo numero naturale dopo lo zero,
sostanza che permea di sé la materia, atomo
androgino da cui si originano tutti i numeri e a
cui tutti i numeri fanno ritorno. Uno, suprema
realtà trascendente, motore immobile, fonte di
energia, radice della vita. Uno, ente dominatore
dell’inespresso e dell’indifferenziato, prodigo si
concede a noi nelle sue mortali spoglie di agget-
tivo numerale cardinale, sostantivo, pronome
indefinito, articolo indeterminativo. Talvolta,
invece, ci appare nella sua raffinata variante apo-
copata un – come, ad esempio, nel sintagma
nominale «un omicidio» – per poi tornare subi-
to a fondersi, con quella vocale finale figlia della
traslitterazione del kana, nell’indistinto egualita-
rismo dell’assoluto.

Asclepiade di Mirlea

E i capitoli sono quattordici, voi capite…

Forse, come è successo a me, sentirete (anche di notte, a costo di disturbare il riposo di coniuge figli e vicini) la spinta a leggere ad alta voce, e vi sorprenderete ad ascoltarvi deliziati mentre vi usciranno dalla bocca leggiadre parole di cui nemmeno sospettavate l’esistenza.
Libro di cotanto peso culturale (e di 320 grammi, se la bilancia da cucina non m’inganna) eppure ironico travolgente e spassosissimo, l’ho amato molto, dalla prima all’ultima pagina.
Intendo proprio la prima, quella delle dediche (A tutti coloro ai quali nessuno dedica mai niente… Mi commuovo: che stia parlando anche di me?) e intendo proprio l’ultima, quella delle gustose Note dell’Autore.
Ma ora basta, vi saluto davvero. Non sapete che cosa mi aspetta. Prima di pubblicare il testo, trascorrerò penosamente almeno un’ora a rileggere ciò che ho scritto per evitare qualsivoglia errore di battitura.
Sudo freddo, ho la tremarella. È questione di vita… o di morte!

Luisella Pacco

(*)

Qualcuno mi ha fatto notare che dire “critico enogastronomico” non sia corretto e che basterebbe “gastronomico” poiché la “gastronomia” include anche tutte le bevande possibili, compreso il vino i distillati e quant’altro.
Tuttavia, così sta scritto in quarta di copertina e mi sorprenderei se Roscia avesse consentito l’errore. Io me ne intendo poco e niente.
Chi ne sa di più, o Roscia stesso (sarebbe un onore!), è invitato ad illuminarmi 🙂

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9 commenti su “Luglio-Agosto 2015: LA STRAGE DEI CONGIUNTIVI di Massimo Roscia

  1. Mauro
    30 giugno 2015

    Il titolo mi attrae… 🙂

    • Luisella Pacco
      30 giugno 2015

      Insomma, 10.000 caratteri per niente. Bastava il titolo! 😀

  2. Dario Predonzan
    30 giugno 2015

    Non è vero che bastava il titolo! Talvolta i titoli mentono, beffardamente e spudoratamente. Invece la tua recensione, spiritosissima, mi costringe ad accaparrarmi immantinente una copia del libro … e a divorarla (o divorarlo? ahimè sono già prigioniero dell’infernale meccanismo!) 🙂

    • Luisella Pacco
      30 giugno 2015

      E che io scriva una recensione spiritosissima, è cosa rara! 😊

  3. Dario Predonzan
    1 luglio 2015

    … ma visti i risultati è un vero peccato! È d’uopo, quindi, intensificare e moltiplicare codesti scritti, trattisi di recensioni, racconti, divertissement et similia 😉

  4. Marisa
    6 luglio 2015

    Dopo aver letto la recensione di questo libro com’è possibile resistergli? Minaccia (si fa per dire) di divertire ma anche di svelare… il mistero dei congiuntivi, finora appannaggio di pochi fortunati 🙂

  5. Dario Predonzan
    4 novembre 2015

    Ho finito ieri il libro di Roscia, grazie ad un provvidenziale viaggio in treno, avendolo iniziato del resto poco tempo prima sempre approfittando di viaggi su strada ferrata (in precedenza ero stato distolto da altre letture, incombenze, distrazioni varie ed eventuali). Piccola digressione personale, che non interesserà a nessuno (e perché dovrebbe, poi?): cosa sarebbe di me come lettore di libri, se non usassi il treno?
    Che dire del libro? Mi ritrovo nella tua recensione, anche se devo aggiungervi un appunto critico – del resto me l’hanno detto in tanti che sono un rompic … e conviene che mi rassegni all’evidenza 😉 – che è il seguente: il Roscia esibisce un profluvio – spesso alluvionale, direi – di elenchi di sinonimi ovunque la vicenda gliene dia lo spunto.
    Nessun dubbio che ciò derivi da un amore sconfinato, e perfino commovente, per la ricchezza della nostra bellissima lingua. Sospetto (anzi, e più di un sospetto), che tale esibizione sottenda anche una finalità didascalica, a beneficio nonché rampogna per i tanti che per pigrizia, adesione inconscia a modelli locutivi assorbiti dai media cartacei e/o audiovisivi, o perfino per consapevole volontà di delinquere, tale ricchezza hanno dimenticato o scioccamente disdegnato.
    Tuttavia, devo confessare con un po’ di disagio che al terzo o quarto di tali interminabili elenchi, mi ha colto un certa stanchezza e addirittura un po’ di fastidio…
    L’ho scritto e già quasi me ne pento: che sia questo in realtà un sintomo del mio decadimento linguistico? Il dubbio mi angoscia, né forse troverò sollievo se dovessi scoprirmi affratellato ad altri in questo disagio (potremmo essere infatti tutti vittime/colpevoli di analogo decadimento!).
    A parte ciò, devo tuttavia dire che il prezioso volume si è rivelato ricco – né poteva essere altrimenti – di preziosi insegnamenti linguistico-grammaticali, anche se un dubbio almeno pur tuttavia mi rimane. Trattasi del plurale dei nomi composti da due sostantivi dello stesso genere, come “cassapanca”: nel plurale non può fare altro, secondo Roscia, che “cassapanche” (e non “cassepanche”).
    Finora la mia autorità in materia era il celebrato vocabolario Devoto-Oli, che nl caso specifico ammette però entrambe le dizioni. Mentre nel caso analogo di “cassaforma” addirittura ammette solo “casseforme”. A chi credere quindi?
    Dovrò attendere la pubblicazione del Novissimo Vocabolario Roscia, che ipso facto destinerebbe al macero tutti i Devoto-Oli* (per tacere degli altri, sui quali tacere è bello)?
    E nel frattempo rimanere nel dubbio, evitando in ogni modo di dovermi cimentare, nello scritto e nel parlato, con plurali di tal fatta? Vero è che ben raramente mi troverò a dover favellare o scrivere tanto di cassepanche/cassapanche, quanto di casseforme/cassaforme, ma vai tu a sapere che cosa mi riserverà il futuro…
    Per fortuna dubbio par non esserci (almeno spero!) sul plurale di cassaforte, cioè casseforti, ancorché la modestia degli averi e l’idiosincrasia per le quistioni economico-finanziarie in genere, mi esentino pressoché interamente dall’occuparmi di tali oggetti.

    * anche alla luce della vicenda narrata nel libro del Roscia, non oso immaginare il destino che costui riserverebbe tanto ai malaugurati Devoto e Oli, quanto a maggior ragione agli autori degli altri vocabolari :-((

    • Luisella Pacco
      4 novembre 2015

      Grazie per il commento, lungo elaborato attento e paziente.
      Io tanta pazienza non ce l’ho più, con nessuno, nemmeno con i libri.
      In queste settimane sto sviluppando verso la lettura l’atteggiamento che un donnaiolo ha verso le donne: perché devo perdere tempo con qualcosa che non mi attrae più se c’è così tanta altra carne in giro? Leggo abbandono, leggo abbandono, rigirandomi tra “storie d’amore” che durano poche pagine…
      Di Roscia ora come ora non saprei più cosa dire. Libro raffinatissimo, coltissimo e -issimo in generale! Chapaeau a lui che ha saputo scriverlo. Ma dopo solo pochi mesi non ricordo più niente, e non m’è rimasta alcuna emozione.

  6. Dario Predonzan
    5 novembre 2015

    Beh, però il libro di Roscia ti ha divertito, almeno a giudicare dalla recensione, come la tua recensione ha divertito i lettori del blog. Non è mica poco.
    Sono piaceri effimeri? Probabilmente sì. Emozioni di breve durata? Anche sì. Però sono importanti anche queste. Non sono molti i libri che lasciano un’impressione profonda, ti invitano a rileggerli, ti aprono nuovi mondi e ti cambiano.
    Pochi ce ne sono e pochi ce ne saranno sempre. L’importante è saperli riconoscere e non è detto che siano gli stessi per tutti, anche se alcuni sono gli stessi per molti. E naturalmente è importante anche coltivare la curiosità continuando a cercare, senza stancarsi. Prima o poi le grandi emozioni si trovano. Accade anche ai donnaioli, pare (non sempre, certo…).
    Infelici semmai quelli che non ne conoscono – e quindi non ne cercano – nemmeno uno di libro importante ed emozionante (perché non leggono) e ancor più quelli che pensano di potersi limitare ad uno solo … sai a chi alludo, vero?

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Questa voce è stata pubblicata il 30 giugno 2015 da in KONRAD Recensioni 2015 con tag .

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