NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

RECITAL DI ELSA FONDA, Castello di Muggia

Al Castello di Muggia grazie all’ospitalità di Gabriella e Villi Bossi
ELSA FONDA
racconterà
STORIA DI UNA GABBIANELLA E DEL GATTO CHE LE INSEGNÒ A VOLARE
da Sepulveda
Domenica 10 maggio 2015 alle 16

Questo pomeriggio di maggio, così bello e caldo, di gente che si affretta alla spiaggia per la prima volta nella stagione, per me inizia così, una decina di giorni fa, con questo invito ricevuto via mail da Elsa Fonda. Cliccate sul suo nome e visitatene il sito per scoprire quante cose Elsa ha fatto e fa. Io vi dirò solo che per trent’anni è stata una delle voci più intense della radio nazionale e che, come docente di dizione e di educazione della voce, è apprezzatissima per il suo metodo “Strumento Voce”.
Io ho l’onore di conoscerla da tanti anni, dai tempi della mia umile e breve – ma indimenticabile – esperienza teatrale alla Contrada. Ricordo gli esercizi di respirazione diaframmatica; ricordo la parola, la medesima parola pronunciata cento volte scavandone tutte le sfumature possibili, le intonazioni della rabbia, della pace, della fiducia, dell’abbandono, della paura e dell’allegria.
Sì, ho voglia di riascoltare Elsa. E la domenica del 10 maggio arriva, e si stende luminosa sul Castello di Muggia, reso vivo dagli stupendi padroni di casa, Gabriella e Villi Bossi, quest’ultimo noto scultore.
“Il castello ci difende” dice la signora Gabriella nell’annunciare Elsa, “e noi siamo qui per difendere le idee, le favole, l’amicizia”.
Arriva Elsa, tra gli applausi.

Tra le prime cose che dice – e che terrò ben a mente durante il recital -, c’è una frase di ampio significato. Ho trovato il coraggio di rendermi ridicola. Chissà come la prenderà il pubblico, deve aver pensato, a sentirmi fare strani versi con la voce, a sentirmi imitare il miagolio di un gatto o l’urlo di un gabbiano. Ci racconta di essere andata in riva al mare per ascoltarli stridere e imparare bene quel suono.
Rendersi ridicoli, penso in quel momento, è quasi sempre necessario per fare le cose bene, per farle sul serio, l’anima nella mano. Mi viene in mente quella famosa poesia di Fernando Pessoa sulle lettere d’amore.

Tutte le lettere d’amore sono
ridicole.
Non sarebbero lettere d’amore se non fossero
ridicole.

Ed Elsa comincia la sua favola. Una lavagna di carta riporta il titolo (la dolcezza immensa di una scrittura infantile) e i momenti salienti della vicenda. Elsa, girando i larghi fogli ad uno ad uno, ci chiede di leggere queste piccole frasi ad alta voce. Ma noi, seduti lì, siamo scioccamente pudichi, abbiamo timore di prendere fiato e di alzare dritta la testa, e la nostra lettura è miserevole. Mi viene in mente ancora Pessoa.

[…] solo coloro che non hanno mai scritto
lettere d’amore
sono
ridicoli.

Solo coloro che non hanno voglia di modulare la voce, in questo caso. Siamo noi, i ridicoli, nella nostra povera timidezza, la gola chiusa delle persone “seriose”.
Elsa, invece, nel suo luuuungo e triiiste e bufffffo incedere nella storia, nelle labbra ben tese sui sorrisi, negli occhi tondi dello stupore, Elsa è seria. Seria e concentrata nel narrare una favola dai molti piani di lettura, adatta per chi ha il cuore giovane e la mente spalancata.
La conoscete? In breve, una gabbiana morente che ha appena deposto un uovo strappa ad un gatto tre promesse. Promettimi che non mangerai l’uovo. Promettimi che avrai cura del mio piccolo. Promettimi che gli insegnerai a volare.
Nascerà una gabbianella, e il gatto la condurrà “mano nella mano”, zampa nell’ala, fino a spiccare il volo, mantenendo così il suo impegno.
Lo capite, in questa favola ci sono due grandi insegnamenti. La prima: accettare il diverso, averne cura, difenderlo, anche se tutto ciò che lo riguarda – aspetto fisico, abitudini, esigenze – ci è estraneo e di difficile comprensione. La seconda: amare fino al punto di lasciar andare, di insegnare il passo la corsa il volo. Insegnare che soltanto chi osa, potrà volare. Insegnare a gestire la vertigine e a volare ugualmente. Ho pauuuuura, stride la gabbianella. Non temere, sarò con te, risponde il gatto.
Non è affatto scontato. Il gatto avrebbe potuto dirle Va bene, se ti fa paura non lo fare, rinuncia, stai qui, vivi come i gatti, e resta con noi per sempre.
Quanti madri e padri lo fanno pur di non perdere la compagnia dei figli? Quanti innamorati mariti mogli amanti non sanno rinunciare a colui o colei che palesemente vorrebbe allontanarsi, e con mille stratagemmi lacrime e seduzioni lo costringono a restare?
Pochi sono gli esseri umani che sanno comportarsi come quel gatto, emozionato e felice per la sua gabbianella che spicca il volo restituendosi alla natura e al suo destino azzurro.
Elsa, miiiiiagolaaando pelooosa in un angolo e striiiideeendo alta in cielo a braccia aperte, splendidamente ridicola e perciò autentica, conclude.
Forse solo allora, tra gli applausi e la commozione sincera di Elsa, mi rendo conto di quanto giusto sia il luogo in cui ci troviamo. Un giardino di grazia severa e antica con elementi favolosi e surreali (guardo in su, da un soffitto di foglie scende un lampadario lucente…).

L’interno del Castello, dove i deliziosi padroni di casa invitano il pubblico, è un posto magico e scuro, dove nell’ombra di ogni nicchia e ogni tavolino, brillano tremule fiammelle calde; dove gli specchi sono specchi delle mie brame; dove le sculture mute sono compagne amorevoli e guardiane dell’armonia.

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Ringrazio moltissimo Elsa per l’invito, e ringrazio Gabriella e Villi Bossi per la generosità e il garbo della loro accoglienza.
Spero che questo piccolo omaggio di fotografie e parole li renda felici.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 11 maggio 2015 da in SEGNALAZIONI.

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