NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Aprile 2015: UN MONDO SENZA NOI di Manuela Dviri

Un mondo senza noi di Manuela Dviri 2015, Editore Piemme  (collana Voci) € 17,50, 391 pagine

Un mondo senza noi
di Manuela Dviri
2015, Editore Piemme (collana Voci)
€ 17,50, 391 pagine

Non conoscevo Manuela Dviri e mi ritengo fortunata per aver colmato questo vuoto. È successo lo scorso 4 marzo alla libreria Minerva, alla presentazione del suo libro Un mondo senza noi. Grazie a Valerio Fiandra che riesce sempre a trasformare un “evento culturale” in una bella chiacchierata dai toni amichevoli e informali, e quindi profondi e veri, l’incontro con questa signora dalla personalità coraggiosa e ironica, ineluttabilmente addolorata eppure fortissima, è stato significativo, e la scelta di comprare il suo libro, leggerlo subito e parlarne, è venuta naturale.
Nata nel 1949 a Padova, Manuela Vitali Norsa lascia l’Italia e si trasferisce in Israele nel 1968. Si sposa con Abraham Dviri, mette su famiglia, insegna, conduce una vita normale. La svolta – una sorta di morte e di rinascita – arriva nel febbraio 1998 con l’esperienza più atroce per una madre. (Sono nata il 13 gennaio 1949 e sono morta il 26 febbraio 1998). Muore il figlio Ioni, che prestava servizio nell’esercito israeliano. Pochi giorni dopo, Manuela inizia a protestare contro la politica del governo e rilascia le prime risolute dichiarazioni sull’assurdità di una guerra condotta fuori dai confini del paese. È una protesta forte, determinata, consapevole. La campagna, detta delle “quattro madri”, che comprende diverse iniziative, come un sit-in di quindici giorni davanti alla residenza del Presidente, viene coronata dal successo. Nel 1999 Ehud Barak, a capo dell’opposizione, dichiara che quando sarà eletto ritirerà l’esercito israeliano dal Libano. Lo farà l’anno seguente.
Manuela Dviri diventa così famosa da essere definita, dal quotidiano Yedioth Ahronot, come una delle cinquanta donne che hanno maggiormente influito nella storia di Israele.
All’interno del Centro Peres per la Pace fonda il progetto Saving Children che in dieci anni cura diecimila bambini palestinesi in ospedali israeliani.
Inizia una intensa attività giornalistica. Collabora con testate israeliane e italiane. Vanity Fair la invita a scrivere un articolo sulla storia della sua famiglia per il giorno della memoria. Manuela non ne sa molto, in verità. I genitori le avevano raccontato poco e a denti stretti. Ma dopo l’articolo qualcosa comincia a muoversi. Manuela riceve le prime email da lontani parenti che le correggono qualche inesattezza, accludendo nuove importanti informazioni. È un puzzle che prende forma.
Fu come gettare una pietra in uno stagno: come per miracolo, qualcosa cominciò a muoversi nella coscienza collettiva dei discendenti della famiglia Russi. Prima lentamente, a timidi tentativi, con imbarazzati approcci, poi sempre con più entusiasmo e sicurezza, cominciarono a cercarmi e poi a cercarsi l’uno con l’altro, come se non aspettassimo altro fin dagli anni Cinquanta, quando la famiglia allargata aveva cominciato a disperdersi.
In seguito all’articolo su Vanity Fair, Piemme le chiede di scrivere un libro sul medesimo tema. Manuela non ne è del tutto convinta (“Al limite restituirò l’anticipo”, ammette di aver pensato) ma inizia a riflettere, a lavorarci.
Intanto la rete di contatti con i parenti si fa sempre più fitta. Poi, grazie ad un altro incontro, sono entrati con prepotenza nella mia vita anche altri fantasmi, altre vicende, altri ricordi che non sapevo di avere. E Manuela comincia a interessarsi approfonditamente anche alla storia della famiglia paterna. È un percorso umano e affettivo, di importanza squisitamente intima prima ancora che storica.
Ogni generazione ha il suo ruolo storico. Da quelle che ci hanno preceduto abbiamo ereditato una grande quantità di sogni: aspirazioni, filosofie, verità, saggezza e propositi. Noi non siamo altro che nani sulle spalle delle passate generazioni, delle loro idee e delle loro nobili azioni. Il nostro compito e destino è di realizzare il sogno. Sono le parole del rabbino Menachem Mendel Schneerson.
Ecco, è così: Manuela Dviri si mette sulle spalle di chi l’ha preceduta e comincia a sentirsi parte di un flusso di vita tradizioni e valori, che parte da lontano e lontano arriverà. […] rami e radici e foglie di quella pianta dalla quale, a un certo punto, sono nata anch’io.
Ma a volte i libri si scrivono da soli, decidono da sé, imperiosamente, che cosa comunicare. Raccontare le vicende degli avi forse non è sufficiente. Manuela Dviri sta lavorando al libro da un paio d’anni, quando, nell’estate del 2014, sente profondissimo lo sconforto per l’ennesimo conflitto estivo (in questo caso tra Israele-Striscia di Gaza).
Come ogni estate, è venuta in Italia a cercare sollievo dal caldo di Israele, ma questa volta è venuta senza averne voglia. Si sente fuori luogo, sola, smarrita. È con lei un’amica “che però non capisce niente”, non comprende il suo stato d’animo, la paura, il terrore di non ricevere notizie. Le immagini dei tg – che per noi sono immagini lontane, che ci scorrono davanti a ore pasti senza fare male perché non conosciamo né persone né luoghi – per Manuela sono come sale su una ferita.
È per cercare una ciambella di salvataggio in quest’angoscia, che riapre i documenti contenuti in un hard disk.
Un hard disk esterno del computer, dimenticato mesi prima in un cassetto di una casa di Padova, nel corso dei miei vagabondaggi non solo informatici.
La definizione “hard disk” è tecnicamente corretta, ma troppo fredda e inadeguata al caso mio. Perché denro c’era qualcosa di caldo: un museo di cimeli, un album di volti, un viaggio nel passato. Memoria, o meglio somma di memorie, di vite, di volti, di pianti e di sorrisi.
Dentro, sotto l’involucro di plastica nera, mi aspettavano centinaia di foto, pagine e pagine di diari, lettere, trascrizioni di colloqui. Documenti stesi come panni al sole – di Ragusa, e di molti altri luoghi – appesi ai fili della mia, della nostra, delle nostre vite.
Storie, raccolte durante il lungo e tranquillo inverno che aveva preceduto quell’estate difficile. C’era questa storia. Me ne immersi e vi trovai conforto. Il ricordo dei miei nonni, bisnonni e trisavoli, di mio padre e di mia madre, dei loro zii e cugini, amici e compagni di avventura e di sventura sembrava uscire da quella scatola per accompagnarmi e darmi conforto nelle ore più angoscianti di quell’estate.
Siamo gente che non si arrende, mi dissi. Maestri della sopravvivenza. Anche loro non sapevano se ce l’avrebbero fatta. Ma non si arresero. I fili che reggevano il nostro passato, per quanto sottili, erano forti.

Tuttavia, un amico al quale fa leggere le bozze del libro, le dà un consiglio: “Manuela, devi entrarci anche tu”. Cioè, non puoi parlare solo dei tuoi avi. Deve entrarci anche il dolore di oggi, deve entrarci ancora Ioni (sul quale Manuela pensava di aver detto ogni cosa), deve entrarci la guerra infinita di questo angolo di mondo, il terrore dei missili, ogni cosa.
Ed ecco che nel testo convergono due tempi, quello passato e quello presente; due vergogne, la Vergogna delle leggi razziali e quella di tutte le discriminazioni; due (ed infinite) storie.
Perché passato e presente non sono staccati, viaggiano anzi strettissimi, ed esigono lo stesso vigore morale e la medesima regola. Contro la morte e per la vita.

Manuela Dviri e Valerio Fiandra

Manuela Dviri e Valerio Fiandra

Il libro è stato spesso proposto, in queste settimane di presentazioni in giro per l’Italia, come un’opera sull’Olocausto (il sottotitolo in copertina recita infatti “Due famiglie italiane nel vortice della Shoah”). Tuttavia Un mondo senza noi nasce e forse è, nella sua essenza e nella sua missione, un libro sull’assoluta insofferenza di Manuela Dviri verso la guerra, tutte le guerre, la persecuzione, tutte le persecuzioni. (In un altro articolo, scriveva la violenza mi fa male. Male al cuore, male all’anima, male, male, male. Che mi fa male come israeliana, come ebrea, come donna, come madre di tre figli e nonna di sette nipoti e soprattutto come essere umano).
Se leggerete il libro in questa chiave, allora l’avrete compreso veramente.
Certo, è innegabilmente anche un’opera di memorie, di antenati conosciuti con la naturalezza con cui si incrocerebbe un amico per strada.
L’estate scorsa ho incontrato il mio avo Jacob Russi.
Il sole alto sul mare riscaldava le pietre della bella città dalle antiche mura, e lo sguardo correva per le vie di Ragusa, in Dalmazia, tra palazzi aristocratici e chiese barocche, ed eccolo apparire.
Jabob Russi a passeggio, in un giorno d’estate.
Inizia così il racconto, ed immediatamente capite che verranno infrante le barriere del tempo e della geografia.
“Può permetterselo” osserva Gad Lerner nella prefazione, “perché le anime che si porta dentro appartengono a luoghi ed epoche diverse. È grazie a lei che si sovrappongono e recuperano significato ai nostri occhi.”

In un labirinto di nomi e date, ci sono stati momenti – lo confesso – in cui mi sono chiesta Chi sono queste persone? Perché leggo vicende di famiglie che non sono la mia?
Dal Settecento si arriva – nome dopo nome, amore dopo amore, figlio dopo figlio – al Novecento, al fascismo, all’assurdo 1938 in cui cittadini italiani, anche stimatissimi e d’ingegno, fedeli alla Patria, diventano d’improvviso cittadini ebrei.
Peccato che questi piantagrane di ebrei non facilitassero il compito a chi doveva distinguerli dai non ebrei.
Non avevano più la coda, niente più corna sotto il cappello e non portavano neanche più dei chiari segni di riconoscimento, almeno non in Italia. Non erano particolarmente biondi, o bruni, o castani; qualcuno era alto e qualcuno era basso, qualcuno era magro come un chiodo mentre altri erano rubicondi. E, incredibile a dirsi, alcuni erano brutti, mentre altri erano belli.
Eppure avrebbe dovuto essere così facile scovarli. Secondo la pubblicistica antisemita (parlare di “letteratura” per testi e scritti di livello in generale così infimo mi pare offensivo per la letteratura stessa), gli ebrei erano facilmente riconoscibili: per razza dovevano avere capelli crespi, naso adunco, colorito scuro tendente al giallognolo o all’olivastro, occhi scuri ammiccanti e sguardi pungenti, quasi da predatori, sotto le sopracciglia setolose, e musi che annusano, sopra colli nodosi, giù fino alle mani molli con dita lunghe e rapaci (per meglio afferrare il denaro, ovviamente). […]
Si diceva poi che fossero particolarmente intelligenti e furbi, anzi furbissimi, ma mi pare che la Storia abbia provato che non lo furono affatto, tutt’altro. Nel coscienzioso rispetto delle leggi, si fecero tranquillamente censire e numerare come pecore; a dire il vero, all’inizio il censimento fu fatto in gran silenzio, in modo molto riservato, usando i fogli di famiglia compilati dagli ebrei italiani nel censimento generale del 1931. Tra le informazioni che veniva chiesto di fornire, vi era anche la religione professata dai censiti.

L’Istat, nato nel 1926, non elevò alcuna protesta per l’uso di quei dati.
Le comunità israelitiche non nascosero le loro liste.
E tutti gli ebrei dichiaratisi tali al censimento vennero considerati di pura razza ebraica. Mio padre e mia madre e i miei nonni furono tutti dichiarati ebrei puri. E anche gran parte dei loro cugini e parenti, ma non proprio tutti.

La storia della Vergogna, la storia delle leggi razziali, fu da allora in poi un grottesco succedersi di elenchi e controelenchi e di lavoro di burocrazia. Una fatica immane, un lavoraccio che costò moltissime ore di impegno, con un certo dispendio per le casse dello stato fascista, che dovette pagare chissà quanti straordinari a schiere di impiegati comunali, a prefetti, poliziotti e carabinieri, per non dire dei tanti delatori.
Bisognava scoprire dove vivevano esattamente questi ebrei, e cosa facevano di mestiere e chi faceva parte delle loro famiglie. E poi verificare, correggere, aggiornare le liste degli ebrei in ogni località: con il potere centrale sempre a controllare, occhiuto, le sviste dei poteri locali, i quali si affrettavano a giustificare puntigliosamente le dichiarazioni e gli errori, facendosi forti di norme e di commi, e di ogni possibile cavillo…
La storia della persecuzione razziale è prima di tutto una storia fatta di parole, di liste apparentemente innocue di dati anagrafici. Ma quelle parole e quelle liste apparentemente innocue furono, sette anni dopo, la differenza tra il diritto alla vita e la condanna alla morte.
I dati infatti furono continuamente aggiornati anche negli anni successivi, cosicché al momento dell’ occupazione nazista tutti gli ebrei erano schedati: un aspetto che si rivelerà fondamentale nel 1943 per l’individuazione, l’arresto e l’avvio ai campi di concentramento, prima, e di sterminio, dopo.
Gli anni dell’infamia stavano iniziando. Forse era il caso di andarsene da questo paese che stava contando e schedando i “suoi” ebrei. Ma come fare ad andarsene? E dove, poi?

Ma nel libro di Manuela Dviri ci sono anche tanti sorrisi, caldi focolari, tradizioni, saporite ricette tutte da provare, e un umorismo tipicamente ebraico. Il pollo era ottimo… (Leggete e capirete la battuta!).
Soprattutto, il libro è pervaso dalla buona energia della fiducia nel futuro. “Chi la conosce sa che Manuela Dviri sprigiona vitalità e maternità in misura stupefacente. La sua scrittura pulsa di spirito positivo, di naturali premure amorevoli spicciole, di quotidianità pratica, anche quando esprime senza reticenze il dolore cui è costretta a reagire” scrive ancora Lerner.
Nonostante tutto (o proprio grazie a quel tutto), è un libro di speranza. L’incrollabile speranza nella pace, nella tenace ricerca del bene, nel saper immaginare ostinatamente un futuro diverso.
Immaginare, ad esempio, che chi vive in Israele non abbia più la sensazione di vivere in un’isola, che non pensi di dover arrivare e partire solamente in aereo. Immaginare di andare ad acquistare un vestito in Libano. Immaginare di poter uscire dai confini con l’automobile, senza timore, per una gita.
Negli occhi di Manuela, Israele è quel luogo senza confini che vide dal mare, arrivando la prima volta nel 1966, sull’Iskanderun […] un vecchio bastimento turco che sembrava stare a galla per un capriccio degli dei. Vista dal mare, la terra non mostra i suoi confini, i suoi disaccordi, le divisioni, le tragedie. Vista dal mare, una terra è bella, bella e basta, non capisci dove finisce un paese e dove comincia l’altro. Ecco, la pace è fatta di sensazioni così. E bisogna continuare a crederci, senza mai arrendersi.
Chi è venuto prima, chi è sopravvissuto a inenarrabile dolore, emarginazione, malvagità, ce lo ha insegnato […] a non arrenderci mai. A cavarsela sempre. A lavorare sodo.[…]
Non mi arrendo neanch’io.
Ce la faremo, noi che crediamo nei diritti inviolabili e inderogabili dell’Uomo, di ogni uomo, ovunque nel mondo.
E riusciremo a vivere in pace. Se non in questa generazione, ce la faranno i nostri figli nella prossima. O i nostri nipoti. Dobbiamo farcela. Siamo ancora qui.

Cos’è stato leggere questo libro?
È stata un’esperienza bizzarra, avvolgente. Saltare nel tempo mi ha dato spesso le vertigini, ma è stato anche confortante e di insegnamento. Tra tanti nomi ho spesso perso la bussola, ma l’ho sempre ritrovata come si ritrova la strada di casa. Leggere questo libro è stato come entrare in una casa dagli arredi antichi, essere invitata a sedermi a un lungo tavolo pieno di persone, a mangiare piatti prelibati, a sentire il calore di una famiglia intesa non come la si intende oggi (due, tre, esageriamo, quattro individui che vivono insieme) ma come un gruppo di persone che attraversano secoli paesi e cognomi diversi, restando comunque inestricabilmente una cosa sola.
Leggere questo libro è stato volerne leggere altri. Un solo cenno a Jorge Semprún, ad esempio, e sono andata a cercarmi Il grande viaggio, per incontrare un’umanità disperata che in un carro merci attraversa pianure desolate.
Leggere questo libro è stato darmi una risposta a quella domanda che mi scappava ogni tanto lungo le pagine. Ricordate? Chi sono queste persone? Perché leggo vicende di famiglie che non sono la mia?

Giunta alla fine, mi sono sentita stupida e fuori posto per averlo anche solo pensato, contenta per non aver rinunciato, e soddisfatta e commossa per aver trovato la risposta che prima non coglievo.
Eccolo, il perché: perché quella Storia unica, e quelle storie singole, e quell’amore, e quella perdita, e quella persecuzione, e quella paura, e quella tenacia, e quel senso di famiglia così profondo e sacro, e quell’intero mondo – tutto ciò è anche mio, vostro.

Un mondo senza noi sarebbe un mondo senza noi tutti. Tutti.

Luisella Pacco

 

 

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2 commenti su “Aprile 2015: UN MONDO SENZA NOI di Manuela Dviri

  1. paola
    4 aprile 2015

    bellissimo il tuo articolo. Mi ci ritrovo in pieno e ti ringrazio di averlo pubblicato

    • Luisella Pacco
      4 aprile 2015

      La ringrazio. Posso chiederle come è giunta a questo blog e da dove mi legge? Grazie.

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Questa voce è stata pubblicata il 1 aprile 2015 da in KONRAD Recensioni 2015 con tag , , , , .

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