NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Marzo 2015: LA DONNA CHE SBATTEVA NELLE PORTE di Roddy Doyle

La donna che sbatteva nelle porte, di Roddy Doyle. Editore Guanda, 1997 240 pagine. Traduzione di Giuliana Zeuli

La donna che sbatteva nelle porte, di Roddy Doyle. Editore Guanda, 1997
240 pagine.
Traduzione di Giuliana Zeuli

Sono scivolata nella doccia.
Sono caduta dalla scala.
Che sciocca, non ho visto la mensola.
Non sono queste le frequenti menzogne delle donne maltrattate che, assurdamente, vogliono nascondere la propria agonia?
Ho sbattuto nella porta, potrebbe essere una di queste bugie. Perciò, basta un intuito minimo per comprendere fin dal titolo (uguale nell’originale, The woman who walked into doors) chi sia la protagonista di questo romanzo (pubblicato per la prima volta nel 1996) dello scrittore irlandese Roddy Doyle.
Da ragazza si chiamava Paula O’Leary. Siamo nella brutta periferia irlandese. Non i panorami verde smeraldo, non i cieli azzurri e spalancati. L’altra Irlanda, l’altra Dublino, un po’ quella dei Dubliners di Joyce, le case spente, la miseria, i sogni infranti, le ubriacature.
Paula – forse leggera, superficiale, un po’ stupidina, già in famiglia considerata meno di niente e comunque una poco di buono solo in quanto femmina – una sera incontra Charlo Spencer.
Stava in un gruppo, ma era come se fosse solo. Con le mani in tasca e i pollici che gli sporgevano dalle tasche dei jeans, una sigaretta che gli pendeva dalle labbra. Mi venne in mente allora, e lo penso anche adesso: le sigarette sono sexy … anche con la puzza, il cancro e tutto il resto, ne valeva la pena. Giubbotto nero, pantaloni giù dritti a tubo, mocassini: era vestito come si vestivano tutti, a quei tempi, ma l’uniforme sembrava fatta apposta per lui. Confronto a lui gli altri ragazzi sembravano grossi e deformi. Lui era abbastanza alto, con l’aria da duro, calmo e tranquillo. Era in un mondo a parte, tutto suo, ma sapeva che lo stavamo guardando. […] Lui si tolse la sigaretta di bocca – mi sembrava di sentirmelo, quel labbro che sporgeva un po’ in avanti e poi si apriva – e soffiò un fantastico getto di fumo verso la luce.
E voi che leggete, potreste chiedermi: che senso ha questa citazione che riporta una cosa così poco importante? Raccontaci piuttosto la trama, tutti gli altri personaggi, la famiglia intera e le sue atroci verità.
Eh no, vedete, vi racconto di Charlo e della sera in cui Paula lo vide, perché la trappola è tutta qui.
Paula prima di Charlo non esiste, sente di non appartenere a nessuno, di non avere destino. Ma quando lo vede, lui le entra nelle vene. E quando lui la invita a ballare, Paula diventa qualcuno. Lei che non viveva adesso vive, lei che non aveva identità adesso ne ha una: è quella che balla con Charlo, è la ragazza di Charlo, è la moglie di Charlo.
Mettetevi nei panni di una donna semplice, sempliciotta diremmo, che dopo anni di violenze e persino dopo che Charlo sarà morto (è così che inizia il romanzo, che poi volge disordinatamente all’indietro in un capolavoro di flashback), ancora ricorderà perfettamente e con emozione il colpo di fulmine che la travolse da ragazzina.
Capite dunque che quel momento conta perché è l’inizio di tutto. L’inizio della debolezza fisica e mentale (e allora, come difendersi?), l’inizio dell’orgoglio di stare con lui (e allora, perché difendersi?), del non sentirsi niente se non accanto a lui (e allora, perché allontanarsene?), l’inizio della passione (e allora, perché non illudersi che la passione sia una cosa che può anche fare male?). Questa storia del non esistere se non negli occhi (benevoli o cattivi, non importa), nelle mani (carezze o pugni), nelle attenzioni di qualcun altro, è una cosa che ritroviamo in più punti del romanzo. Paula, con cristallina sincerità, lo capisce e lo ammette continuamente. E se una donna crede di esistere soltanto in quanto moglie, compagna, donna di qualcuno, e viceversa di non esistere come persona autonoma, allora, è già in una condizione psicologica devastante.
Da lì, per precipitare lungo il pendio non ci vuole niente.
E mentre si precipita, passa il tempo, e mentre passa il tempo ci si abitua a precipitare. Nella perfetta indifferenza degli altri.
Non esistevo. Ero un fantasma. Vagavo nel vuoto. La gente si voltava dall’altra parte; come se non ci fossi. Osservava per un momento le ferite e poi basta, uno sguardo al di là della mia spalla e via. Non c’era niente da vedere. Nessuno mi guardava; giravano gli occhi da qualche altra parte, e ce li tenevano fissi. Potevo camminare per le strade, stare seduta in chiesa a sentire la messa, andare a fare la comunione. Potevo andare ad aprire la porta, salire sul treno, entrare nei negozi. Tanto nessuno mi vedeva. Potevo fare la fila alla cassa e svuotare il carrello, pagare le cose che avevo comprato. Potevo allungare i soldi e farmi dare il resto e i bollini. Potevo farmi spazio a gomitate o lasciar passare gli altri davanti a me. Potevo dire Per favore e Grazie. Potevo sorridere e salutare, dire Ciao o Arrivederci. Potevo camminare tra la folla. lo le vedevo, tutte quelle persone, ma loro non vedevano me. Vedevano la mano che allungava i soldi. Vedevano la mano che teneva aperta la porta. Vedevano il piede che si provava la scarpa. Vedevano la bocca da cui uscivano le parole. Vedevano i capelli quando me li tagliavano. Ma non vedevano me. La donna che non c’era. La donna che non aveva niente che non andava. La donna che era a posto. La donna che sbatteva nelle porte.
Sentivano l’odore dell’alcol. Ah. Vedevano i lividi. Ah, allora. Vedevano i bernoccoli. Ah, be’, allora, poveretta. Credevano al loro naso, ma non ai loro occhi. Mia madre mi guardava e non vedeva niente. Mio padre non vedeva niente, e gli piaceva quello che non vedeva. I miei fratelli non vedevano niente. Sua madre non vedeva niente.
[…] Nessuno mi vedeva. Stavo benissimo, ero a posto. Ero caduta per le scale, avevo sbattuto contro la porta. Ero andata a sbattere contro il tacco della sua scarpa. Sembravo più vecchia della mia età; quanti anni avevo? Era il mio piccolo segreto, e mi aiutavano tutti a mantenerlo. Lui mi teneva ferma e mi prendeva a testate. Mi trascinava per tutta la casa, tirandomi per i vestiti e per i capelli. Pugni, calci, testate, ginocchiate. E seguitava a farmi male, male, male.
[…] Cominciavo a vedere quello che vedevano gli altri. Niente. Tenevo gli occhi a terra. Non guardavo più le facce che non mi guardavano. Era più facile se non le vedevo, e poi dimenticavo perché non le avevo guardate. Facevo la spesa all’ultimo momento, mi mettevo il cappotto anche d’estate … mi nascondevo. Ci mandavo i bambini, nei negozi. Mi mettevo gli occhiali da sole di plastica. Bevevo. Evitavo gli specchi. Chiudevo le tende prima che facesse buio, così non mi vedevo riflessa nelle finestre […].

Sì, mettevevi nei panni di questa donna che oggi ha trentanove anni ma ne dimostra cinquanta, una a cui la vita è passata sopra come un treno merci. Fa le pulizie negli uffici; prende due sterline e cinquanta all’ora. Va anche a pulire delle case la mattina. Ha quattro figli. È un’alcolizzata. Ha dei buchi nel cuore che le fanno un male da morire, e non la smettono mai di farle male. [… ] Non è troppo soddisfatta di se stessa, ma non è più tanto sicura di essere stupida. Si arrangia; è il tipo che se la cava.
Paula è una che, pur rozza e ignorante, ha una straordinaria capacità di introspezione. È una che beve, ma lotta con tutta se stessa per non bere. Chiude a chiave la bottiglia, butta la chiave nell’erba, costringendosi a cercarla nel buio, per bere solamente dopo che il piccolo Jack è andato a letto. Con i suoi figli Paula è forte, amorevole, eroica. O almeno ci prova. Ha la pazienza di leggere una storia per intero, con la parole giuste come esigono i bambini, mentre la voglia di alcol le attanaglia il cervello. E io, che non soffro di alcuna dipendenza, posso a malapena immaginare quanta forza occorra per fare una cosa del genere.
Vedete, io non credo che il lettore (quello vero) stia fuori dal libro, che lo legga e lo riponga senza averci niente a che fare. Credo invece che entri e interagisca materialmente con i personaggi, così come questi ultimi escono dalle pagine e vanno a ficcarsi nelle sue faccende quotidiane, nelle intimità sottili. Insomma, ci si incontra.
Perciò io vi chiedo: quando incontrerete Paula, abbiate per lei rispetto (il rispetto che da sola non ha saputo darsi), abbiate pietà, abbiate tenerezza. Guardatela, non voltatevi. State al suo fianco quando infine si ribellerà a Charlo, quando lo colpirà, quando lo sbatterà fuori di casa. Sostenetela quando si alzerà dal pavimento. Datele il braccio. Datelo a tutte le donne che scivolano, cadono, sbattono.

Luisella Pacco

 

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Un commento su “Marzo 2015: LA DONNA CHE SBATTEVA NELLE PORTE di Roddy Doyle

  1. Dario Predonzan
    1 marzo 2015

    Giustissimo. E’ quello che bisogna fare quando ci si imbatte in persone e situazioni di questo tipo. Oltre a – potendo – riempire di botte i Charlo (il contrappasso) e denunciarli, ovviamente…
    Sono un non violento, solitamente, ma un’eccezione è d’uopo con questi figuri..

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Questa voce è stata pubblicata il 1 marzo 2015 da in KONRAD Recensioni 2015 con tag , .

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