NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Febbraio 2015: KAPO’ di Aleksandar Tišma

Non so se Konrad di febbraio sia già in distribuzione. Ma qui sul blog, mi preme pubblicare l’articolo del mese oggi, 27 gennaio, per la Giornata della Memoria. Ovviamente, sarebbe bene che questa “giornata” si spandesse negli animi un po’ più che per ventiquattr’ore. Troppo brevi le cerimonie, troppo veloce la mezzanotte che cancella una data e ce ne consegna un’altra.
E perciò, se vi capiterà di leggere il Konrad cartaceo oppure queste righe dopo il 27 gennaio, andrà bene lo stesso, anche di più, perché la Memoria dovrebbe appunto essere questo: un giorno senza giorno, sempre presente nei cuori, lungo come l’ombra che ci cammina accanto nelle ore di sole basso.

Kapò di Aleksandar Tišma, 2010, Editore Emanuela Zandonai  (collana I fuochi) €23, 325 pagine. Traduzione di Alice Parmeggiani

Kapò di Aleksandar Tišma, 2010, Editore Emanuela Zandonai (collana I fuochi)
€23, 325 pagine.
Traduzione di Alice Parmeggiani

Kapò è un capolavoro della letteratura concentrazionaria. Il suo autore, Aleksandar Tišma, nato nel 1924 e morto nel 2003, originario della Vojvodina, regione di identità e culture differenti, di madre ebrea ungherese e di padre serbo, può definirsi senz’altro uno scrittore mitteleuropeo.
Scampato allo sterminio degli ebrei di Novi Sad, ha spesso ambientato le sue opere nel dopoguerra, meditando soprattutto sul senso di colpa, sul confine tra l’essere vittima e l’essere aguzzino, sull’efferatezza di cui siamo capaci, sulla paura che ci rende vigliacchi, sul perdono (ammesso sia mai possibile perdonare).
Il protagonista del romanzo è Vilko Lamian che, per sopravvivere nei campi di concentramento di Jasenovac e di Auschwitz, si trasforma nel terribile kapò Furfa.
Se Hannah Arendt aveva cercato di spiegare l’inspiegabile, la banalità del male, cioè la paradossale normalità che portò alla Shoah, Tišma svela l’altrettanto paradossale ordinaria quotidianità del lavoro di un kapò.
Terminata la guerra, Vilko conduce una vita anonima e apparentemente tranquilla, ma dentro di sé porta il peso di quello che è stato, e il terrore e allo stesso tempo la speranza di essere scoperto.

Il mondo intero gli pare fatto di questo: fantasmi di carnefici e di vittime, mischiati a vivere una vita assurdamente quieta e priva di conseguenze.
Chissà quanti ce ne sono che, dopo aver fatto del male, hanno continuato a vivere fra gli uomini e ad arrivare alla morte come tutti gli altri. Sono una moltitudine, e adesso riposano in pace, diventati tutt’uno con la natura, con la terra, da cui cresce rigogliosa l’erba pura e traggono nutrimento le radici di magnifici alberi frondosi, indipendentemente dal sudiciume che vi è marcito dentro, perché esiste un grado di decomposizione in cui la sporcizia e la purezza sono tutt’uno, e l’una e l’altra diventano elementi chimici, privi delle caratteristiche della loro origine.
Chissà cosa direbbe la gente se sapesse chi è veramente quello che conoscono come taciturno e introverso abitante della loro via, come diligente impiegato del Catasto, solitario amante delle passeggiate sulle colline intorno alla città di domenica e nei giorni festivi, rivelando quale belva fosse in realtà, un mostro, un torturatore, un kapò hitleriano, un acerrimo nemico, il peggiore dei traditori.
Eppure questo non succede mai. Nessuno scopre nessuno, nessuno riconosce nessuno. Forse perché tutti erano strisciati in angoli nascosti, tutti i sopravvissuti – l’uno per cento dei deportati – si nascondevano, a se stessi e agli altri, nello sforzo, assolutamente naturale, umano, di dimenticare, per poter continuare a vivere.
Vilko, dopo molti anni, ormai anziano, si mette in viaggio alla ricerca di una donna che non ha mai dimenticato: Helena Lifka, prigioniera (ebrea jugoslava come lui) di cui aveva abusato sessualmente e psicologicamente, e che unica tra tutte le sue vittime era riuscita a salvarsi.
Solo lei, pensa Vilko, potrebbe giudicarlo, condannarlo definitivamente o assolverlo.
Il viaggio è lungo, dentro di sé più che fuori. I chilometri più aspri sono quelli del rimorso.
Deve pur essere da qualche parte, Helena. Anche lei invecchiata, anche lei ritornata alle consuetudini. Esce, va a fare la spesa, ha avuto famiglia, ricorda, non ricorda, rivive quell’orrore? Lo riconoscerebbe, se lo vedesse?
Potente e crudele, il linguaggio di Tišma (reso splendidamente dalla traduttrice Alice Parmeggiani) è minuziosissimo. I sentimenti di Vilko Lamian, e ogni suo ricordo del passato e ogni suo passo del presente, vengono vivisezionati.
Pagine fitte e lente che indagano ogni gesto e ogni pensiero. Eppure – ed è da questo che si riconosce il capolavoro – nemmeno una parola è di troppo.

Luisella Pacco

 

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Questa voce è stata pubblicata il 27 gennaio 2015 da in KONRAD Recensioni 2015 con tag , .

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