NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Dizionario degli autori di Trieste, dell’Isontino, dell’Istria e della Dalmazia

001Si è svolta questo pomeriggio presso la Biblioteca Statale di Trieste la presentazione del Dizionario degli autori di Trieste, dell’Isontino, dell’Istria e della Dalmazia curato da Walter Chiereghin e Claudio H. Martelli, edito dalla Hammerle su meritevole iniziativa (cioè con il sostegno economico, senza il quale nulla si fa) del PEN Trieste.
Introdotto da Antonio Della Rocca del PEN Trieste e dalla giornalista Marina Silvestri, Chiereghin ha raccontato la nascita e l’evoluzione di questo progetto che raccoglie nomi biografia e bibliografia di narratori, poeti, storici, critici dell’arte e della musica, memorialisti, filosofi… Un lavoro immenso che vuol fornire una visione completa della cultura di queste zone.
Tutto ha inizio una sera di oltre tre anni fa, quando, nel leggere non ricorda più quale testo, Chiereghin si imbatte nel nome di un autore mai sentito prima. Nessun indizio per poterne sapere di più, nessun testo dove trovarne traccia.
La notte porta consiglio e già la mattina dopo ne parla con Martelli, allora direttore di Artecultura (mensile oggi diretto dallo stesso Chiereghin). L’idea è semplice ma ambiziosissima. Nessun autore dovrà più restare ignoto, nemmeno se minore o poco importante. Quello che già era stato fatto col Dizionario degli artisti di Trieste, dell’Isontino, dell’Istria e della Dalmazia, Chiereghin vuole farlo per gli autori.
E siccome questa terra è un crogiuolo che come tale va trattato e celebrato, gli autori saranno di lingua latina, italiana, tedesca, friulana, slovena, croata, senza dimenticare i dialetti… Dal punto di vista temporale, si andrà dal Medioevo ai giorni nostri.
Forse soltanto col senno di poi, Chiereghin comprende di essersi assunto un compito enorme. Innanzitutto perché a farsene carico sarà da solo (la malattia sta già portandosi via l’amico Claudio che morirà di lì a poco), e poi per l’ampiezza incalcolabile del progetto.
Che dopo tre anni di intenso lavoro, oggi vede finalmente la luce e rende omaggio alla cultura di queste terre in modo nuovo e illuminato, senza condizionamenti né goffe e sleali parzialità.
Certo, ammette Chiereghin, è stato curato da un italiano che legge in italiano, e perciò l’opera penderà senz’altro da una verso. Ma l’onestà intellettuale e l’impegno ad allargarsi verso tutti gli orizzonti linguistici e culturali, ci sono tutti.
Come ha osservato Antonio Della Rocca, questo Dizionario è una pietra miliare che segna davvero il confine tra un prima e un dopo. Ora c’è una base solida e documentata da cui partire. Prima non c’era nulla di così omogeneo e completo.
E se “omogeneo” pare una parola poco adatta a un’opera dove a farla da padrone è l’ordine alfabetico e nella stessa pagina si fanno salti di centinaia d’anni, Marina Silvestri osserva che questo non è un dizionario come gli altri, da scaffale, da consultare solo al bisogno. È un libro che a tutti gli effetti racconta una storia. È un po’ la biografia di un’anima, il romanzo di ciò che siamo e di come lo siamo diventati.
Leggendolo, scheda dopo scheda, nome dopo nome, si ricompone un mosaico di cui lentamente avvertiamo il senso e l’orgoglio (sono poche le terre che nel giro di pochi chilometri offrono un panorama così variegato e culturalmente stupefacente). Quindi sì, è un’opera che può dirsi anche omogenea perché ci restituisce intero il senso della nostra identità: sfumata, difficile, fuggevole, ma proprio per questo così particolare e ricca.

Mi è spiaciuto sentire in sala qualche mormorio su “ciò che non c’è”. Ho la netta impressione che si trattasse di qualcuno che, avendo pubblicato a proprie spese la rima cuore/amore, era convinto di trovarsi a buon diritto nel Dizionario.
Ha fatto un gran bene Walter Chiereghin a sottolineare che, a fronte delle pochissime voci mancanti (a cui peraltro si troverà rimedio in un continuo lavoro di aggiornamento), ne sono presenti 1429 – dico, millequattrocentoventinove – che oggi ci sono e prima non c’erano.

Un lavoro attentissimo e nobile, perfettibile ma già grandioso, per il quale dobbiamo solo dire grazie.

 

Luisella Pacco

 

Annunci

16 commenti su “Dizionario degli autori di Trieste, dell’Isontino, dell’Istria e della Dalmazia

  1. Mauro
    1 dicembre 2014

    Da bravo erede di famiglia istriana dovrò procurarmelo.
    Grazie per la segnalazione 🙂

    • luisellapacco
      2 dicembre 2014

      Grazie per l’attenzione 🙂

  2. Walter Chiereghin
    2 dicembre 2014

    Ma com’è che ogni volta che ti scrivo un commento non viene mai pubblicato?
    Già ieri sera ti avevo ringraziato per la recensione così puntuale, nella quale avevi centrato tutti i punti giusti per parlare del mio librone, e poi stamattina l’ho trovata scomparsa. Riprovo, come vedi, anche se sono un po’ scoraggiato.
    Grazie davvero, sei quella che più di ogni altro hai compreso le modalità e le ragioni del mio lavoro. Ma lo sapevo a priori….

    • luisellapacco
      2 dicembre 2014

      Caro Walter, naturalmente avrei approvato e pubblicato subito! Le tue parole le vedo solo adesso. Ti ringrazio molto per ciò che dici. Ieri ho scritto con una certa fretta perché ci tenevo a commentare subito la serata, ma non escludo di mettere nuovamente mano al pezzo e di integrarlo con maggiori informazioni. Intanto grazie a te 🙂

  3. Dario Predonzan
    8 dicembre 2014

    Ho sfogliato il Dizionario e alcune scelte mi hanno suscitato molta perplessità.
    Perché, ad esempio, escludere a priori “giuristi, architetti e scienziati”? Ma non, invece, i “divulgatori della scienza”? Ad occhio, direi che senza gli scienziati i divulgatori avrebbero ben poco da divulgare…
    Mentre invece trovano spazio – eccessivo, a mio giudizio – nel Dizionario, anche autori di opere letterarie non irrinunciabili, comprese non poche pubblicate da editori a pagamento (come l’Ibiskos, tanto per citarne uno).
    Credo che ciò nasca da un atteggiamento piuttosto superato rispetto a ciò che si deve intendere per “cultura”, limitata a quella cosiddetta “umanistica”: letteratura in tutte le sue manifestazioni (e critica letteraria), storia (neppure tutta), teologia, filosofia e nient’altro.
    Una piccola spia di questo atteggiamento si coglie, ad esempio, laddove viene citato il mensile Konrad, chiuso nei confini dell’ecologia e del “naturismo biologico” (?!?) prima che Luciano Comida ne assumesse a direzione aprendo ad argomenti come la cultura e la politica.
    Eppure, dovrebbe essere ormai patrimonio acquisito il fatto che anche le scienze fanno parte della cultura a pieno titolo, e non di rado con valenza molto maggiore di tanto ciarpame letterario o pseudoartistico…
    Per tacere del fatto che molte discipline sono, ovviamente, “a cavallo” tra scienza e discipline umanistiche: l’architettura, ad esempio. E molte altre: sociologia, antropologia, economia, ecc.
    Così, mentre nel Dizionario trovano posto diversi letterati spesso solo sedicenti tali, ne sono escluse personalità come ad esempio Orio Giarini (economista – ma la definizione è quanto mai riduttiva – di assoluto rilievo internazionale), Livio Poldini (botanico di fama internazionale e autore di pubblicazioni fondamentali sulla vegetazione del Friuli Venezia Giulia), Dario Gasparo (autore, tra l’altro, di un bellissimo volume sulla Val Rosandra, che intreccia natura, storia e cultura materiale), Roberto Carollo (autore di importanti volumi sulla storia delle ferrovie in questo angolo d’Italia), e poi ancora Graziano Benedetti, Carlo Genzo, Fabio Perco e molti altri.
    E Antonella Caroli? Da una ventina d’anni sforna volumi sulla storia di parti importanti della città: il Porto Vecchio, ma non solo. Certo, storia materiale, architettonica, urbanistica e tecnologica e quindi, probabilmente, omessa perché giudicata “di serie B” (ma dagli “Annales” in poi, per lo meno, la storia materiale fa parte della storia vera, al pari degli eventi politico-militari…). E poi la Caroli è architetto, il che spiega la sua esclusione. Peccato che nel Dizionario compaia, con una voce molto ampia, l’architetto Luciano Semerani: una svista?

    • luisellapacco
      8 dicembre 2014

      Probabilmente l’esclusione di giuristi architetti e scienziati è un limite che il curatore doveva darsi per forza, perché altrimenti il lavoro sarebbe stato ancor più immane, forse insostenibile. (Ma certo non si spiega l’ultima incongruenza a cui fai riferimento).
      Personalmente sono più toccata dalla vicenda dell’editoria a pagamento alla quale sono notoriamente contraria (https://luisellapacco.wordpress.com/2012/08/17/dicembre-2011-gennaio-2012-editoria-a-pagamento-no-grazie/). L’autore/autrice che ha pagato per pubblicare si trova di diritto nel Dizionario anche laddove la qualità dei suoi scritti sia discutibile (come buona parte delle opere pubblicate così)?
      Walter, ti sarò molto grata se vorrai intervenire nella discussione. E ringrazio Dario per il commento, perché è giusto esprimere ogni perplessità.
      Resta inteso che il Dizionario a parer mio è un lavoro meritorio, che troverà senz’altro aggiustamenti/aggiornamenti/revisioni/correzioni. Questo è il tipo di opera che trova completezza (e comunque mai la perfezione) solo grazie al tempo e al pubblico che muove critiche e suggerimenti alla prima edizione, per averne una seconda migliore… Poi muove critiche alla seconda, per averne una terza migliore… E via dicendo.
      L’importante era cominciare 🙂

  4. Walter Chiereghin
    12 dicembre 2014

    Caro Dario,

    il tuo articolato puntiglioso argomentare circa le perplessità che esprimi riguardo al Dizionario che hai sfogliato mi inducono ad alcune spiegazioni, in parte già contenute nella premessa al volume.

    1. Perché no a giuristi, architetti, scienziati (e medici, economisti, ingegneri, matematici, aggiungerei anche). Il fatto è che inserendo queste categorie di autori, sia pure assolutamente importanti e a volte centrali nello sviluppo delle conoscenze) il volume avrebbe dovuto contenere, ad occhio, almeno quattro o cinquemila schede, rispetto alle “sole”1.400 e poco più che invece contiene. Oltre a ciò, la mia incapacità assoluta di valutare testi scientifici di una pluralità di materie che mi sono del tutto estranee, a mia vergogna, non certo per farmene un vanto.
    Il criterio che ho adottato è stato quello di inserire categorie di autori che hanno un diretto influsso della cultura di base, condivisa, delle genti di quest’area geografica, e proprio per questo i divulgatori (che di norma sono anche scienziati, pensa a Margherita Hack, per esempio) sono presenti nel volume, mentre nell’elenco dei volumi da essi pubblicati sono omesse le pubblicazioni scientifiche vere e proprie.
    Quando ironicamente sostieni che, a occhio, senza la scienza i divulgatori avrebbero ben poco da divulgare potrei farti rilevare che senza la carta – almeno nei secoli passati – gli scrittori avrebbero avuto ben poco da scrivere, senza che per questo io senta la mancanza, nel Dizionario, di cartai, tipografi e quant’altro.

    2. Sono naturalmente ben consapevole dello scarso o talora nullo valore letterario di alcuni autori tuttavia inseriti nel dizionario (dell’ Ibiskos e delle pubblicazioni a pagamento parlerò in seguito, rispondendo a Luisella). Consentimi in questo caso la superbia di accennare a un mio gesto di umiltà, dell’incapacità cioè di esprimere un giudizio sul complesso dei libri di cui segnalo nel Dizionario l’esistenza, prima di tutto perché si tratta di decine di migliaia di titoli e credo che nessuno, nemmeno un emerito ex docente universitario, sia rimproverabile per non aver letto un così sterminato numero di volumi. E senza aver letto, su cosa potrei aver fondato il mio giudizio? Sull’editore? Sulla scarsa risonanza del nome dell’autore? No, Dario, sarebbe o impossibile o profondamente sbagliato e ingiusto nei confronti degli autori. Oltre a ciò, il mio volume non vuol essere un florilegio di quanto di bello o interessante o utile si è scritto da queste parti, ma, molto più modestamente, si pone l’obiettivo di documentare un esteso numero di presenza di autori, certo di diverso calibro, certo non tutti, per fissarne la memoria e per fungere da primo intervento documentale in ogni attività di ricerca che ora o in futuro uno si ponesse in animo di intraprendere. In questo senso – paradossalmente – è più importante che io abbia scritto di tanti carneadi e avrei potuto invece tranquillamente tralasciare Saba o Svevo, perché di essi vi è ben altra documentazione e conoscenza di quella che io avrei potuto racimolare.

    3. La critica che mi muovi di aver una concezione piuttosto superata di cosa debba intendersi per “cultura” assegnando un valore soltanto a discipline di carattere umanistico è certo suffragata da quella che in effetti è la mia cultura, ma – a parte quanto già ho ribattuto al punto 1 di questa nota – non credo nemmeno che sia del tutto fondata. Basaglia è un umanista? Certo che sì, ma in maniera abbastanza diversa da come potrebbe essere ritenuto che so? Bruno Maier. Eppure a Basaglia ho dedicato una scheda importante. Al di là da questo, ho “forzato” un po’ i termini della mia ricerca per includere anche personalità che sono presenti nelle biblioteche con testi come un resoconto parlamentare o due smilzi fascicoli di una lettera pastorale di un vescovo, proprio per la ragione che mi sembrava opportuno inserire figure di politici o di ecclesiastici che certo un peso anche assai rilevante lo hanno o lo hanno avuto nella cultura che ho inteso rappresentare.

    4. Konrad. La tua citazione ” piccola spia”, come affermi, di un supposto mio atteggiamento miope di rifiuto della cultura scientifica, è tratta dalla scheda di Luciano Comida. Bene, devo confessarti (ma non dirlo in giro) che quella scheda l’ha scritta lui stesso, valendosi del piccolo privilegio di essere mio amico. Io ho dovuto soltanto, puoi capire quanto a malincuore, aggiornala inserendo l’anno maledetto della sua morte.

    5. Consentimi infine di rilevare come, prima di compiere con acribia l’elencazione di figure importanti che non sono tra quelle incluse nel Dizionario, parlando di “ciarpame letterario e pseudoartistico” ti accosti a un atteggiamento vagamente spocchioso cadendo nell’eccesso opposto a quello che ritieni di aver individuato in me. Mi dispiacerebbe se così fosse, è un aspetto che non ho mai percepito in te.

  5. Walter Chiereghin
    12 dicembre 2014

    Cara Luisella,

    vorrei rispondere a te riguardo all’editoria a pagamento, della quale ho un’opinione in parte uguale, in parte diversa dalla tua.

    Prima lasciami ancora concludere, a proposito dell’ultima “incongruenza” che rilevi desumendola dal discorso di Dario, che purtroppo io stesso mi sono reso conto, mentre il volume era già in stampa, di alcune più o meno vistose omissioni. Mi dispiace, per i lettori e per gli interessati. Con l’editore abbiamo stabilito di creare un’apposita casella di posta elettronica (dizionariodegliautori@hammerle.it) in cui chi crede può segnalarci errori e, appunto, omissioni. Io ho già iniziato un’opera di inserimenti, aggiornamenti e ritocchi sulla versione elettronica del dizionario, in vista di una possibile seconda edizione che, come facilmente prevedi, sarà comunque destinata ad essere superata da un’ipotetica terza. L’importante, come rilevi tu stessa, era cominciare, e mi conforta il fatto che se mancano 50 o 60 o anche 100 o 200 autori nel mio Dizionario, grazie ad esso sono elencati altri 1.429 dei quali in precedenza nessuno aveva detto niente o pochi avevano detto pochissimo, e comunque su basi documentali scarsamente o per niente accessibili.

    Allora, l’editoria a pagamento. Comprendo le tue motivazioni contrarie, soprattutto relativamente agli aspetti psicologici legati al dover presentarsi come scrittori sapendo di aver dovuto pagare per la dubbia soddisfazione di vedere per qualche giorno il tuo libro nella verina di un libraio. Questo però non implica un giudizio aprioristicamente negativo circa gli autori che si pagano la pubblicazione.
    Ti ricordo che “Gli indifferenti”, probabilmente il migliore romanzo di Moravia, è stato pubblicato a spese dell’autore (che pagò allora – nel 1929 – la bellezza di 5.000 lire per vederlo uscire da un editore praticamente sconosciuto). Se lo fosse tenuto in un cassetto, Moravia non sarebbe diventato Moravia, E “una vita” e “Senilità”? Sarebbe concepibile la letteratura italiana del Novecento se Svevo non avesse pubblicato a sue spese i primi due romanzi?
    Anche solo con questi due esempi (ma ce ne saranno a bizzeffe) credo si possa dimostrare che il fatto di pubblicare a proprie spese un testo letterario non consenta nella maniera più categorica a chiunque sia di affermare lo scarso valore di un libro.
    L’esempio che fai dell’idraulico che, dopo averti cambiato il rubinetto, ti consegna cento euro per il lavoro che ha fatto in casa tua è certo divertente, ma non del tutto corrispondente alla realtà dei fatti, In fin dei conti quando io, editore serio e professionale, pubblico un tuo romanzo chiedendoti un compenso, sono o non sono io che ti offro una serie di servizi (l’editing, la composizione,l la stampa, la promozione eccetera)?

    C’è poi un altro aspetto che mi convince poco nell’assolutezza della tua posizione. Vero, ovviamente, che non siamo noi giudici imparziali e coerenti di un testo scritto da noi stessi, ma allora è giusto che deleghiamo a uno o più collaboratori di case editrici un giudizio che, com’è avvenuto in molti casi, può anche essere del tutto strampalato, anche solo dal punto di vista del successo commerciale di un romanzo (pensa ad esempio a Joanne Rowling e al suo Harry Potter, rifiutato da tutti (!) gli editori inglesi).
    Se poi valutiamo dal punto di vista del valore letterario di un’opera, siamo certi che sia opportuno delegare a uno o più editori il giudizio, che non necessariamente sarà più equilibrato nel nostro di autori? E ancora, vi sono opere -pensa ad alcuni saggi in materie poco diffuse o , semplicemente, alla poesia, magari quella dialettale- destinate a priori ad essere diffuse in un numero limitato o limitatissimo di copie. anche in questo caso ritieni che la scelta di pubblicare o meno debba essere condizionata dal Moloch che è il cosiddetto “mercato”?

    Con tutto ciò, capisco le tue perplessità e del resto non ho mai nemmeno tentato la via della pubblicazione di testi che pure ho scritto, ma che tengo per me. A parte il Dizionario degli autori, si capisce….

    • luisellapacco
      12 dicembre 2014

      Caro Walter, ti ringrazio moltissimo per aver risposto in modo così articolato. Ora non ho molto tempo e posso soltanto pigiare sul tasto “Approva” (e ci mancherebbe!) per pubblicare i tuoi interventi. Te ne sono grata, indipendentemente dal fatto che si possa essere d’accordo o meno su alcuni punti. Sono grata comunque, a te e a Dario, per l’attenzione e il rispetto che dimostrate per questo mio modesto spazio. Ospitare la vostra dotta discussione è un onore.

  6. Dario Predonzan
    13 dicembre 2014

    Caro Walter,
    devo dire che la tua risposta ha confermato – e semmai rafforzato – la mia impressione iniziale. Se infatti il criterio adottato nel Dizionario è quello di inserire le “categorie di autori che hanno un diretto influsso della (o nella? – NdR) cultura di base, condivisa, delle genti di quest’area geografica”, a maggior ragione l’aver escluso architetti, economisti, giuristi, scienziati, ecc. mi pare difficilmente giustificabile.
    Perché invece compaiono, con voci di generose dimensioni e la puntigliosa elencazione delle loro “opere”, ad esempio, le Carloni Mocavero, gli Igor Gherdol (trattengo a stento risate miste a conati…) e via elencando.
    Hanno davvero, costoro, “un diretto influsso nella cultura di base, condivisa, delle genti di quest’area”? Non mi pare proprio – ma forse confondo le mie speranze con la realtà… :-))) – a meno che non si sostenga, ma mi pare cosa ardua, che il solo fatto di essere (o, meglio, autodefinirsi) “letterati”, ponga costoro su un piano di superiorità, rispetto a chi preferisce definirsi altrimenti. E che magari un influsso nella cultura di base l’ha avuto molto più di costoro.
    Però, e ritorno al punto di partenza, tu evidentemente ritieni che la “cultura di base” (condivisa o meno che sia) si esaurisca in quella umanistica, cioè in quella letteraria, con l’aggiunta di un po’ di storia, filosofia, politica e divulgazione scientifica. Punto. Tutto il resto, con evidenza, per te è “altro”, non è cultura.
    Scelta legittima, beninteso, se dichiarata e adeguatamente argomentata.
    In fondo bastava chiarire bene in premessa l’impossibilità di gestire una mole di 4 mila o più voci (rispetto alle 1.400 o poco più) che avrebbe richiesto un Dizionario completo anche degli autori scientifici. E magari invitare altri a completare l’opera.
    Mancando ciò, ribadisco: il Dizionario appare figlio di un modo di pensare antico, abbastanza crociano, direi (ricordi? quelli della scienza sono “pseudoconcetti”, non paragonabili in dignità a quelli filosofici…).
    Dopo di che, ripeto, alcune scelte del Dizionario mi sembrano incoerenti rispetto all’impostazione da te dichiarata: Semerani c’è, altri architetti no. Basaglia, mi spiace, era uno scienziato, non un umanista: la psichiatria, ancorché non esatta come la matematica, è una scienza.
    Ogni regola ha le sue eccezioni, è chiaro, ma in questi casi (ce ne saranno altri) ne andrebbero spiegate le ragioni. Che mi sfuggono.
    Infine su Konrad: so bene che Luciano aveva scritto quella voce, ma nessuno è immune da errori, nemmeno lui (come non si stancava mai di ripetere).

  7. Dario Predonzan
    13 dicembre 2014

    Dimenticavo: paragonare il rapporto tra scienziati e divulgatori della scienza a quello tra scrittori da una parte e cartai e tipografi dall’altra, è un’altra (e per nulla piccola…) spia di una certa concezione della cultura.
    Una concezione, direi, perfino oscurantista – scusa se uso termini un po’ forti – e in ogni caso inappropriata: anche perché cartai e tipografi mica servono solo agli scrittori, no? Sono serviti e servono anche a me e a te (e a milioni di altre persone) per scrivere la lista della spesa, gli auguri di Natale, i compiti a scuola, le lettere agli uffici pubblici, e mille altre cose.
    Poi c’è chi su quella carta scrive brutte poesie e brutti romanzi, chi invece scrive la Divina Commedia, chi il Dialogo sui massimi sistemi e chi Dei delitti e delle pene … ma accidenti: Beccaria era un giurista, nel Dizionario non sarebbe mai entrato :-))

  8. Walter Chiereghin
    14 dicembre 2014

    Alzo le mani, Dario, in segno di resa.
    Hai ragione tu, sono un oscurantista, un crociano inveterato e implicitamente anche un po’ imbecille. E ho scritto una cosa inutile se non anzi dannosa, un volume che andrebbe subito ritirato dal commercio.
    Fortunatamente qualcuno la pensa diversamente da te e ha colto il tentativo di mettere, come dicevo ieri sera al San Marco, un mio mattoncino alla costruzione che collettivamente (e anche un po’ incoerentemente, sicuro) andiamo a edificare.
    Perché quanto ti sfugge è che non ha la pretesa, il Dizionario, di esprimere giudizi critici, o di analizzare accuratamente quanto (tutto quanto) è stato stampato da queste parti, ma semplicemente di raccogliere e documentare alcune (parecchie) presenze perché non ne venga perduta la traccia, o che venga perduta un poco più in là nel tempo. Un testo di consultazione e un lavoro di supporto al lavoro degli altri, di quelli che potrebbero integrare quanto ho documentato e, in futuro, aggiungere altro, attività che io non sarò più in grado di fare.
    Credo di essere tutto sommato capace di percepire la diversa qualità dei versi di Gherdol da quelli di Giotti o di Saba, ma anche questo non fa parte dell’impostazione che ho inteso dare al mio lavoro, lasciando al lettore – se lo ritiene – di esercitarsi in tali comparazioni.
    Una cosa è certa: non mi è passato per la testa di scrivere un altro libro della Bibbia, come tu, a quanto dici, avresti forse preferito.

  9. luisellapacco
    28 dicembre 2014

    Nei giorni scorsi mi hanno scritto alcuni autori che ritengono di meritare un posto nel Dizionario per aver pubblicato qualcosa. Andiamo dal libro di ricette tipiche dell’Istria al manuale di benessere. Non entro nel merito della questione. Mi limito a ribadire ciò che è già stato indicato dal curatore dell’opera: omissioni ed errori (o ritenuti tali) possono essere segnalati alla casella di posta elettronica dedicata, dizionariodegliautori@hammerle.it.
    Grazie.

  10. Luca Vascotto
    5 gennaio 2015

    Il lavoro è grandioso, tuttavia tra quelli che “avendo pubblicato a proprie spese la rima cuore/amore, era convinto di trovarsi a buon diritto nel Dizionario” c’è per esempio Walter Chendi, disegnatore di primissimo livello, autore tra l’altro di tre volumi delle maldobrie a fumetti, Cristina Marsi, autrice tra le altre moltissime opere per bambini anche delle fiabe in dialetto triestino, Diego Manna, best seller con i monon behavior nonché poi premiato a roma col secondo posto nazionale per la letteratura dialettale, Furio Baldassi, giornalista che non ha certo bisogno di presentazioni…
    Insomma non sono proprio “pochissime” né culturalmente trascurabili per importanza le dimenticanze 😉
    Buon lavoro per gli aggiornamenti allora e complimenti per il lavoro!

  11. Walter Chiereghin
    2 febbraio 2015

    Gentile Luca,
    ringrazio per l’apprezzamento, volendo tuttavia sottolineare che non ho svolto, né onestamente avrei potuto, un lavoro critico, per cui il commento relativo a “quelli che avendo pubblicato a proprie spese la rima cuore/amore, era(no) convinto(i) di trovarsi a buon diritto nel Dizionario” che è dovuto a Luisella e non a me, deve riferirsi al fatto che le omissioni, tutte involontarie, sono più facilmente ricorrenti in autori con uno scarso numero di pubblicazioni, senza entrare in una valutazione critica che, per tutte le numerose opere che non ho avuto modo di leggere, mi sarebbe comunque risultata impossibile.

    • Luisella Pacco
      2 febbraio 2015

      Vero, la battuta sarcastica era mia e solo mia.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 1 dicembre 2014 da in SEGNALAZIONI con tag , .

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Contatti

luisellapacco@yahoo.it

©LuisellaPacco

I testi e le fotografie presenti su questo blog non possono essere utilizzati senza il mio consenso. Grazie.

Visite

  • 43,360 visite
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: