NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Novembre 2014: JHUMPA LAHIRI

La moglie

“La moglie” di Jhumpa Lahiri, Guanda (collana Narratori della Fenice), 2013, traduzione di Maria Federica Oddera.

Nata a Londra nel 1967 da genitori bengalesi, cresciuta negli Stati Uniti (se la cercate in biblioteca, andate verso gli scaffali di letteratura americana), vissuta a lungo anche in Italia, Jhumpa Lahiri ottiene il successo con la raccolta di racconti L’interprete dei malanni con cui vince il premio Pulitzer per la narrativa nel 2000. Poi pubblica il romanzo L’omonimo, da cui viene tratto il film Il destino nel nome diretto da Mira Nair.  Le opere successive confermano il successo di pubblico e critica.
Insomma, scrittrice acclamatissima, Jhumpa Lahiri già da qualche anno avrebbe dovuto destare in me un po’ di interesse. Eppure… niente, non mi decidevo a leggerla. Difficile dire il perché: finché la curiosità non scatta, finché il colpo di fulmine non si scaglia dal cielo, ogni sforzo di lettura è inutile. Autori e libri chiamano a gran voce quando è il momento. Jhumpa Lahiri mi ha chiamata quest’anno, e in queste righe vi racconto semplicemente come sia accaduto.
L’estate scorsa leggo che Jhumpa Lahiri partecipa al Festival Internazionale Letterature di Roma, dove gli ospiti vengono sempre invitati a leggere dal vivo un testo inedito su un tema proposto: quest’anno devono ispirarsi alla citazione “Ognuno, ma proprio ognuno, è il centro del mondo”, tratta da Elias Canetti, La provincia dell’uomo.
Lahiri curiosamente decide di presentare due lettere, sue, scritte l’una in aprile e l’altra in maggio e indirizzate alla scrittrice italiana Elena Ferrante, nota per i suoi romanzi ma anche per il suo totale riserbo. Dietro lo pseudonimo, potrebbe esserci chiunque. Non ci sono fotografie sul retro dei suoi libri, né dati biografici, né quei dettagli assolutamente non necessari al godimento del testo e che pure il più delle volte vengono dati in pasto ai lettori come succose caramelle.
Ebbene, proprio questa scelta di riservatezza colpisce Jhumpa Lahiri che decide di scrivere queste lettere: potete leggerle integralmente sul sito www.festivaldelleletterature.it e vi invito a farlo, perché sono piacevoli, intime, colme di un sincero sentimento di amicizia, non quella fondata sull’ovvietà fasulla del conoscersi di persona, bensì sulla confidenza profonda che si crea tra autore e lettore, e in questo caso anche tra scrittrice e scrittrice; stesse corde, stessi dolori esigenze gioie e difficoltà davanti alla missione creativa del narrare.
Tra le altre cose, scrive:
Capisco perfettamente l’impulso di proteggersi, di sentirsi anonimi. Che meraviglia, il fatto che lei sia una scrittrice che riesce a comunicare con il mondo soltanto tramite le sue parole, soltanto tramite la letteratura. Se avessi avuto lo stesso coraggio, anch’io avrei voluto condurre il mio percorso letterario nello stesso modo.
Le scrivo durante una settimana pesante per me. Sono all’estero, in una città sconosciuta, per promuovere il mio ultimo romanzo. […] Non penso alle frasi che vorrei formulare, spostare, modificare. Non penso al lavoro che mi entusiasma, che mi fortifica. Penso invece al mio viso, ai miei capelli, ai miei vestiti. Devo prepararmi per una serie di interviste, una serie di foto. […] nella nostra cultura non bastano le parole. Non capisco la ragione per cui si trova quasi sempre una foto dell’autore sul retro dei libri. Mi sono innamorata della letteratura senza conoscere nessuna immagine di nessun autore. Quando si va in un museo non si trova la foto dell’artista di fianco al quadro, sarebbe assurdo. Mi chiedo perché un libro, come un quadro, non possa presentarsi al mondo nello stesso modo.
[…] Quando menziono a qualcuno quanto io stimi il suo lavoro, quasi tutti reagiscono nella stessa maniera. Si riferiscono subito alla sua assenza, alla sua invisibilità. Mi sembrano, tutti quanti, incuriositi, perfino scandalizzati. Vogliono sapere chi sia, dove abiti, come sia il suo viso, quanti anni abbia. Vogliono vederla in carne e ossa, vogliono sapere soprattutto la ragione per cui lei sente il bisogno di celare la sua identità. Non bastano le parole. Ma bastano a me. A me non serve nulla oltre alla sua scrittura. Nessuna conoscenza personale, nessuna foto, nessun ulteriore dettaglio. […] Leggendola, non mi accorgo di alcuna barriera.
In una sera romana, in piazza del Campidoglio, Jhumpa Lahiri si rivolge a Elena Ferrante senza nemmeno sapere se sia presente o che aspetto abbia. Ma si rivolge anche a tutti noi, mettendo in discussione questo bizzarro modo di intendere la cultura. Lo scrittore deve avere una faccia e deve portarla in giro instancabilmente. Dev’essere fotogenico, consapevole del suo profilo migliore. Deve vestire nel modo giusto perché lo guarderanno. Deve avere una voce suadente, perché verrà chiamato a parlare. Deve elaborare opinioni veloci, brillanti, sfrontate, perché così il talk-show riesce meglio.
Ma tutto questo cosa c’entra con la scrittura? Con la semplicità del caffè che si fredda accanto al computer, con la beata selvatichezza dell’orso, col negarsi a ogni appuntamento, con l’abbruttimento sotto un plaid a rileggere e a correggere, sentendosi – solo lì – nel proprio personale paradiso?
Mi commuove quello che Jhumpa Lahiri dice di sé: Di solito, la mattina, scrivo. Preferisco andare dal letto direttamente alla scrivania, l’unico luogo in cui riesca a sentirmi invisibile. Se non mi sento invisibile, non riesco a scrivere.
Ecco, il colmo di fulmine mi è scattato esattamente qui.
Lei, nominata da Barack Obama membro del President’s Committee on the Arts and Humanities; lei, membro dell’American Academy of Art and Letters; lei, Premio Pulitzer per la narrativa e una cattedra alla Princeton University; lei, donna famosa e molto bella, dall’eloquio dolce e sicuro – eccola, passare dal letto alla scrivania, spettinata, silenziosa, umile, dimentica di se stessa, invisibile, con la gioia di fare l’unica cosa che conti.
Da lì, leggere quasi tutto è stato un balzo e un piacere. Le sue storie spesso ruotano attorno al tema dell’emigrazione, con tutto ciò che comporta: amore per il paese perduto, desiderio di integrazione in quello nuovo, nostalgia, ambizione, smarrimento di chi si sentirà, forse per sempre e dovunque, straniero. Autrice sensibile e materna, sempre vigile alle spalle dei personaggi, Lahiri li sostiene senza forzarli, li osserva senza giudicarli, non troppo invasiva e non troppo distratta. Attenta, amorevole.
A corredo di questo articolo, una foto di Jhumpa Lahiri sarebbe stata una contraddizione stridente. Quindi, ho scelto come immagine la copertina di La moglie, l’ultimo bellissimo romanzo (nella traduzione di Maria Federica Oddera). Perché, appunto, soltanto l’opera deve mostrarsi.

Luisella Pacco

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2 commenti su “Novembre 2014: JHUMPA LAHIRI

  1. Dario Predonzan
    1 novembre 2014

    Questa tua recensione/ritratto mi ha fatto venire in mente – è banale, me ne rendo conto – J.D. Salinger, la cui “scomparsa” dal mondo rispondeva in fondo alle stesse ragioni che si ritrovano in Jhumpa Lahiri ed in Elena Ferrante.
    Mi è tornato in mente anche il mio professore di greco e latino al liceo. Crociano di ferro, non perdeva occasione per stigmatizzare gli storici della letteratura ed i critici che tentavano di “spiegare” le opere letterarie con la biografia degli autori, il contesto storico e sociale, l’analisi strutturalista dei testi…
    Secondo lui tutto ciò serviva soltanto a cancellare la specificità, l’unicità, il mistero, che sono l’essenza delle opere d’arte, si tratti di letteratura come di pittura, scultura, musica, ecc. L’arte per l’arte, insomma. E l’artista (quello vero) artefice del prodigio di parlarci – con le sue opere, non con la sua biografia! – anche a distanza di secoli o millenni, commuovendo, emozionando e facendo riflettere sugli universali moventi dell’agire umano.
    Facile immaginare quanto in quegli anni (era la fine dei ’60, periodo di contestazioni, rivolgimenti sociali, marxismi e strutturalismi arrembanti), una simile impostazione apparisse, ai conformisti, controcorrente e “reazionaria”.
    Eppure, più passa il tempo, più mi ci riconosco: sarò reazionario anch’io!

    • luisellapacco
      1 novembre 2014

      Grazie Dario. Il tuo professore aveva ragione, condivido la sua opinione e quindi… sono reazionaria pure io 🙂
      Non contano la biografia, il contesto, le delucidazioni. E se devono contare, allora, è perché il messaggio dell’opera non è chiaro, non arriva, o viene comunque percepito come insufficiente.
      Proprio oggi, ascoltavo un’intervista a un poeta che amo. Alla domanda “Potrebbe spiegare questa e quest’altra cosa…?”, lui risponde che è terribile chiedere a un poeta di spiegare i suoi versi. “Però ci proviamo” aggiunge sorridendo con la consueta disponibilità e dolcezza. Ma rimane la verità della prima risposta: è terribile chiedere spiegazioni.

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Questa voce è stata pubblicata il 31 ottobre 2014 da in KONRAD Recensioni 2014 con tag , , .

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