NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

SEMAFORO ROSSO Mostra fotografica di Juan Carlos Calderón

In colpevolissimo ritardo, soltanto l’altro ieri sono venuta a conoscenza della bella mostra fotografica di Juan Carlos Calderón intitolata Semaforo rosso.

Inaugurata lo scorso 10 luglio e curata da Elena Cantori, sarà visitabile fino al 20 settembre, presso lo spazio E Contemporary in Via Crispi 28 a Trieste.
Non ho potuto fermarmi a lungo e questo mi spiace (mi riprometto di tornarci) ma mi è bastato uno sguardo per capire che questo è il tipo di fotografia che piace a me. Cioè, una fotografia che narra storie. Minime, irrilevanti, e per questo preziose.
Per me la fotografia deve essere racconto (e nella mia modesta rubrica 50mm le due cose vanno effettivamente a braccetto). Capirete quindi che dei bei panorami non so che farmene. Un panorama, per quanto mozzafiato, non ha nulla da dirmi. I portatori di storie sono i dettagli, di un oggetto come di un viso. Se poi il dettaglio è rubato, ancor meglio. Perché chi scrive e chi fotografa, deve essere ladro.
Juan Carlos Calderón è un ladro coi fiocchi.
Fotografo, scrittore e filosofo messicano, vive in Italia dal 1992. La sua formazione si basa sullo studio dei grandi maestri, soprattutto di Helmut Newton e Tina Modotti.
“Ladro”, dicevo (ed è ovviamente un complimento): è riuscito a rubare intimità, pensieri sottili, momenti di noia, ombre di rimpianto, guizzi di allegria che si infrangono sugli occhi come moscerini nel vento. Ed è riuscito a rubarli sul viso degli automobilisti fermi al semaforo.
Da qui il titolo.
Forse nella nostra vita frettolosa, solo una pausa di questo tipo, obbligata e breve, nell’illusoria protezione dell’abitacolo, può regalarci l’occasione di abbandonare le maschere, denudando lo sguardo, svelando le emozioni.
A cosa pensiamo, in quei pochi secondi? Cosa ci scorre davanti? Come batte il nostro cuore?
Certo, può essere il tempo dei piccoli gesti (bere un sorso d’acqua, scartare una caramella, accendere o spegnere la radio…). Il tempo dei tic (ci sono quelli che, mano sul cambio, continuano ossessivamente ad inserire la prima, non si sa perché). Il tempo della vanità (un po’ di cipria sulla faccia stanca?).
Ma se invece restiamo fermi, semplicemente fermi, in attesa del verde, allora è il tempo della verità, di un velo sul viso che viene da chissà dove e scivola addosso imprevisto. Pensiero, preoccupazione, nostalgia, preghiera, ansia, felicità. Una storia, appunto, che emerge improvvisa.
È questo velo che Calderón ha colto, mediamente a 200 metri di distanza, qualche volta più, qualche volta meno.
L’importante per lui era che la persona ritratta non se ne accorgesse, perché nel momento in cui sappiamo di essere fotografati, ogni spontaneità si perde, ogni storia si spezza. Molti scatti, anche buoni tecnicamente, sono stati eliminati per questa ragione: non c’era più verità.
Ottima idea, ottimo progetto. E ottima realizzazione: stampe bellissime, in un bianco e nero morbido e sospeso.

Luisella Pacco

Spazio espositivo EContemporary
Via Crispi, 28 – Trieste
dal giovedì al sabato dalle 17 alle 20

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2 commenti su “SEMAFORO ROSSO Mostra fotografica di Juan Carlos Calderón

  1. Dario Predonzan
    30 agosto 2014

    Ho visto la mostra, che vale davvero la pena (ma che pena, è un piacere!).
    Alcune foto rimangono impresse a lungo e scatenano le fantasie di chi le guarda. Infatti molti visitatori hanno provato ad immaginare cosa passasse per la mente delle persone ritratte, immedesimandosi in loro e scrivendo il risultato su dei post it. Alcuni sono davvero esilaranti, altri denotano una fantasia fuori dal comune.
    Quel che mi ha colpito di più è però il fatto che nessuna delle persone fotografate accenni neppure ad un sorriso: certo, da soli (ma erano poi tutti soli?) in macchina e fermi al semaforo, non è che ci sia poi molto da stare allegri…
    Anche perché, in fondo, quella scatola di metallo su ruote è per lo più uno strumento di alienazione e una produttrice di nevrosi. Dovrebbe servire a farci risparmiare tempo, ma non è difficile rendersi conto che – per esempio quando si è fermi al semaforo, ma in definitiva sempre – il tempo in realtà ce lo ruba. Perché pretende, tirannicamente, la nostra totale attenzione e devozione. Pena, non di rado, la morte…
    E quando un pensiero, anche magari solo un barlume di pensiero, un abbozzo di sospetto, del genere ci sfiora, come si fa ad essere allegri? a sorridere?

    • luisellapacco
      30 agosto 2014

      Fermi al semaforo, tuttavia, nulla di male può accadere! È un momento di relax, ed è proprio per questo che possiamo concederci il lusso di pensare ad altro, intimamente. Tornerò senz’altro a vedere la mostra perché quando l’ho visitata i post-it ancora non erano stati messi. Fanno parte, credo, di quel “gioco emotivo” tra fotografo e pubblico che era stato annunciato. Ma dovevo andar via, peccato non esserci stata!

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Questa voce è stata pubblicata il 30 agosto 2014 da in SEGNALAZIONI con tag , .

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