NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Settembre 2014: DA DOVE STO CHIAMANDO di Raymond Carver

In questo periodo sto leggendo alcuni scritti lasciati da Luciano Comida (nostro direttore dal 2004 al 2008, e soprattutto nostro amico), che se ne è andato nel 2011.
Leggere le sue cose, alcune delle quali messe giù così, come appunti veloci che la morte non gli ha concesso di mettere in ordine, ha qualcosa di crudele e insieme consolatorio. È come se Luciano mi parlasse, esprimesse preferenze, raccontasse aneddoti, ed è come se tutto questo arrivasse con naturalezza, durante una chiacchierata o con una mail spedita ieri, alla quale potrei rispondere ponendogli ulteriori domande.
È la sensazione di un attimo, subito zittita dalla ragione. Ma c’è, ed è bella.
Tra questi appunti ce n’è uno del luglio 2004 che inizia così:

Mi do sempre dell’imbecille, quando penso che per anni ed anni non ho letto nulla di Raymond Carver. Sempre col pregiudizio che lui fosse un minimalista, insomma uno scrittore di piccole banalità della middle class americana, interni familiari privi di interesse, tutto sommato un noioso cantore della quotidianità più irrilevante. Dio, come mi sbagliavo e quanto male fanno i preconcetti. Nato nel 1938 e morto nel 1988, Carver aveva scritto decine di racconti e di poesie bellissime, ma mi conquistò solo quando lessi per caso un suo frammento scritto poco prima di morire per un tumore, pochi e spogli versi che vi afferreranno al cuore e non vi lasceranno più. Eccoli:

E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

Ovvia conseguenza: mettermi a leggere qualcosa di Carver (che come Luciano, e sentendomi parimenti imbecille, anch’io avevo trascurato).
L’appunto proseguiva con un consiglio prezioso.
Se potete, cominciate con l’antologia di trentasette racconti che lui stesso scelse, Da dove sto chiamando, un volume che vi farà attraversare in una specie di visita guidata tutta la parabola narrativa di Carver.

Da dove sto chiamando. Racconti  di Raymond Carver  (“Where I'm calling from. Selected stories”),  1999, Minimum Fax, pagine 582 Traduzione di Riccardo Duranti

Da dove sto chiamando. Racconti
di Raymond Carver
(“Where I’m calling from. Selected stories”),
1999, Minimum Fax, pagine 582
Traduzione di Riccardo Duranti

Obbediente al suggerimento che mi arriva da così lontano (o così vicino?), ho preso questo libro e ne sono rimasta incantata. La mia passione per il racconto breve, forma narrativa difficilissima e delicata, contribuisce senz’altro a farmi amare questa raccolta. Ma non è solo questione di brevità.
Si tratta anche di quella quotidianità più irrilevante che, contrariamente a Luciano, io ho sempre ricercato e apprezzato, sicura che la sapienza, lo strazio e la dolcezza della vera letteratura siano proprio lì, nascosti nelle pieghe minime delle vicende più comuni, nelle esperienze così grezze e scialbe da non potersi dire. Ma nel momento in cui vengono dette – da uno scrittore che sappia farlo – allora, allora sì, rilucono come diamanti.
La parola scambiata a tavola, il sorriso concesso o negato, un’alzata di spalle. Di poco più di questo è fatta l’ordinaria nostra battaglia. Nessun eroismo, nessuna impresa.
Sta allo scrittore osservare tutto questo niente, studiarlo al microscopio, e suggerne il succo, il vero, l’universale. Il senso, per ovviare al terrore che la vita non ne abbia.
Non tutti sanno farlo. Carver sì.

Eppure forse per lui scrivere racconti brevi era stata un’esigenza quasi amara. Diceva di lavorare sul racconto e non sul romanzo perché aveva poca concentrazione, poco tempo. Quel tempo scavato tra un’incombenza e l’altra, magari quando i bambini andavano a dormire e la tv finalmente cessava il suo irritante brusìo.
Forse Carver abitava la stessa casa normale, con i fastidi, i rumori, gli oggetti delle case che compaiono nei racconti. Case con coniugi stanchi, con angustie finanziarie, col frigorifero che ronza, con le mattine di uova strapazzate, con la veranda dove prendere il fresco la sera per farsi passare un nervoso, prima di rientrare.

Già. Al mondo esistono gli scrittori fortunati, quelli che dopo una breve gavetta hanno ottenuto il successo, e allora scrivono dalle nove alle cinque, in uno studio arredato superbamente, la finestra che sbircia l’oceano o il giardino con l’erbetta inglese. Hanno persino una segretaria che a fine giornata ribatterà ordinatamente i loro appunti.
E poi ci sono gli scrittori che se la devono sudare, che devono vivere, lavorare, fare la spesa, aggiustare il rubinetto, litigare, sentirsi ridicoli, sentirsi persi. Per tutto il tempo in cui non possono scrivere, registrano, con una parte della testa o del cuore, le piccole cose della loro piccola vita, e dicono a se stessi, come per consolarsi di quella prigione in cui sono precipitati, Questa la scrivo, questa devo usarla… e già sanno, con desolata tristezza, che molte di queste annotazioni mentali andranno perdute, trascinate via da qualche occupazione cretina.
Ma qualcosa resterà.
Sono gli scrittori che, poi, quando ce la fanno a sedersi davanti a un foglio – quando il mondo concede loro il lusso incredibile di un’ora di pace – scrivono le cose migliori.
Allora, i racconti brevi, che pure dipendevano dalla mancanza di tempo, diventano gemme, distillato, essenza. Parentesi, prima che la vita ci travolga nuovamente.

Se siamo fortunati, – scrive lo stesso Carver nella prefazione – non importa se scrittori o lettori, finiremo l’ultimo paio di righe di un racconto e ce ne resteremo seduti un momento o due in silenzio. Idealmente, ci metteremo a riflettere su quello che abbiamo appena scritto o letto; magari il nostro cuore e la nostra mente avranno fatto un piccolo passo in avanti rispetto a dove erano prima. La temperatura del nostro corpo sarà salita, o scesa, di un grado. Poi, dopo aver ripreso a respirare regolarmente, ci ricomporremo, non importa se scrittori o lettori, ci alzeremo, e, “creature di sangue e nervi”, come dice un personaggio di Čechov, passeremo alla nostra prossima occupazione: la vita. Sempre la vita.

Luisella Pacco

Annunci

3 commenti su “Settembre 2014: DA DOVE STO CHIAMANDO di Raymond Carver

  1. Dario Predonzan
    15 settembre 2014

    Da qualche sera, prima di dormire, centellino questo libro assaporando ogni volta alcuni racconti – ma non li uso come sonnifero 😉 – e godendomeli con crescente piacere. Ho trovato l’edizione Einaudi, che a differenza di quella minimum fax non contiene la prefazione di Carver (chissà perché), ma in compenso include cinque altri racconti.
    Trovo affascinante, anche se all’inizio un po’ sconcertante, il fatto che si tratti di storie “aperte”, che alludono a sviluppi ulteriori, senza suggerirne gli esiti ma lasciando alla fantasia lettore la scelta sui possibili seguiti.
    Perché in fondo la vita è così, no? Ci sforziamo, ci illudiamo, di poterla controllare, o almeno di indirizzarla. Ma poi spesso le cose ci sfuggono di mano, e la vita continua, sorprendendoci. E forse il segreto della felicità, o almeno della serenità, sta nell’abbandonarsi all’imprevisto e all’imprevedibile…
    Sono appena ad un terzo del libro: chissà cosa mi verrà in mente una volta arrivato alla fine!

    • luisellapacco
      15 settembre 2014

      Intanto ti ringrazio per questo prezioso commento, e ne attendo altri alle successive “tappe” della lettura 🙂

  2. Dario Predonzan
    21 dicembre 2014

    …e poi l’ho finito, ma senza fretta, un racconto ogni tanto e nel frattempo leggendo anche altro. E’ il grande vantaggio delle raccolte di racconti rispetto ai romanzi, questa libertà concessa al lettore (ma Pennac sostiene trattarsi di un vero e proprio DIRITTO, esteso ad ogni forma letteraria, mica solo alle raccolte di racconti!) e io ne ho approfittato senza ritegno… 🙂
    Mi è capitato di provare un po’ di rabbia, quando dei personaggi sembrano sul punto di distruggersi bevendo (ma quanto bevono, quasi tutti i personaggi di Carver!). Ma anche di provare compassione, fino alle lacrime – come in “Una cosa piccola ma buona” – in altri casi.
    Poi nell’ultimo della raccolta, “Un incarico”, ho trovato in poche righe la folgorante sintesi della “poetica” di Carver, a proposito della sua visione generale della vita e della scrittura, perché a lui mancava “una visione politica, religiosa o filosofica del mondo. La cambio ogni mese, e perciò devo limitarmi a descrivere come i miei eroi amano, si sposano, si riproducono, muoiono e come parlano”.
    Il racconto tratta, in apparenza, degli ultimi giorni di Cechov (descritti con impareggiabile delicatezza), ma con ogni evidenza è Carver che descrive sé stesso.
    Certo, di felicità se incontra davvero poca, in queste pagine, e anche di serenità: prevalgono il disincanto, l’abbandonarsi rassegnato alla banalità del quotidiano, la rassegnazione verso destini che non si ha la forza di provare a cambiare.
    Che dire di più? Finito il volume, ho voglia di rileggerlo un’altra volta, sempre centellinandolo: non sono molti i libri di cui si può dire altrettanto.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 30 agosto 2014 da in KONRAD Recensioni 2014 con tag , .

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Contatti

luisellapacco@yahoo.it

©LuisellaPacco

I testi e le fotografie presenti su questo blog non possono essere utilizzati senza il mio consenso. Grazie.

Visite

  • 41,541 visite
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: