NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

QUANNU ’U SIGNURI PASSAVA P’ ’O MUNNU di Maria Lucia Riccioli

San Pietro, dettaglio.
Ho scattato questa foto alcuni giorni fa, a Roma, nella Basilica di San Pietro. Sono i piedi di una statua del santo, in bronzo. Un piede è integro. L’altro invece è così consumato da secoli di carezze e di devozione, da esser diventato completamente liscio e aver perduto, letteralmente, le dita.
Mentre osservavo quel dettaglio, immaginavo Simon Pietro com’era prima di diventare ciò che era destinato ad essere: pietra sulla quale sarebbe stata edificata la Chiesa, primo pontefice, santo, oggetto di tanta venerazione…
Lo immaginavo, piuttosto, uomo che si muove in un piccolo drappello di uomini al seguito di un altro uomo, Gesù. Tutti colti nella quotidianità più genuina, nella semplicità del cammino, negli ostacoli della stanchezza, nella voglia di sedersi e riposare, nella fame, nella sete. Anche allora forse gli si consumavano i piedi, a Pietro, ma non per il tocco costante dei fedeli. Era un mal di piedi vero, estremamente umano.

Questo pensiero nasceva dal fatto che a luglio avevo letto e apprezzato il libro della scrittrice siciliana Maria Lucia Riccioli* Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu. Cioè, appunto, quando il Signore passava per il mondo, e nel suo cammino si portava dietro i discepoli.

QUANNU ’U SIGNURI PASSAVA P’ ’O MUNNU, Maria Lucia Riccioli, 2014, Algra Editore

QUANNU ’U SIGNURI PASSAVA P’ ’O MUNNU, Maria Lucia Riccioli, 2014, Algra Editore, €10

È un testo affascinante. Non facile, soprattutto per chi non è siciliano. Ma io ci tengo molto a scoprire situazioni/storie/autori non triestini. Il chilometro zero è un ottimo criterio per l’ortofrutta, ma non per la cultura che, grazie al cielo, viaggia veloce e senza produrre inquinamento.

Dice bene Sebastiano Burgaretta che ha curato la prefazione: “Aria fresca, che pure sa d’antico e che d’antico serba la fragranza, è quella che si respira e si gusta leggendo questi racconti in versi di Maria Lucia Riccioli, la quale in essi si rivela narratrice, anzi poetica raccontatrice, d’antico stampo popolare, quasi una specie di contastorie in proprio, aggiornata cioè al tempo d’oggi e quindi libera nel piegare il ricco patrimonio lessicale siciliano all’esigenza della comunicazione che la vita attuale impone. L’affabulatrice attenta e documentata, che i suoi precedenti lavori e le sue performance artistico-culturali lasciavano intuire, qui si rivela a tutto tondo. L’aria fresca che circola in questi versi è quella del Vangelo col suo eterno messaggio di salvezza e di sapienza, sempre vivo e attuale in ogni tempo e per ogni uomo.”

Un’aria fresca, sì, e normale e limpida e schietta, è quella che viene da questo libro. Dirò di più: si impara, si riflette, si pensa – e male non fa – alle proprie marachelle, o alle cattiverie più gravi di cui ci siamo macchiati.

Ascutàtili viatri macari,
rapennu ’aricchi ma cchiù assai ’u cori.
Tuttu passa. ’A so’ parola nun mori.
Ascutàti. beni sulu pò fari.

Così ci consiglia Maria Lucia Riccioli nel prologo. Ascoltate, può fare solo bene.
Si tratta infatti di parabole, ma un po’ diverse da quelle che siamo soliti sentire in Chiesa. Qui infatti Gesù non è narratore bensì protagonista, insieme ai suoi amici/discepoli.

Qualche esempio…

Gesù chiede ai suoi discepoli di prendere una pietra e seguirlo su un alto monte. Pur perplessi, tutti lo fanno, tranne Pietro. Lui mica si fida tanto, e pensa che, dopotutto, raccogliere una pietruzza leggera potrà andar bene lo stesso.
’Na pitrùddula è megghiu ca mi pigghiu.
Arrivati in cima, Gesù propone di posare le pietre e di mangiare. Ma cosa mangiamo?, protestano i discepoli, ci hai fatto portare su solo pietre!
Gesù quindi trasforma le pietre in pane. Chi ne aveva portata una pesante, si ritrova con una saporita e abbondante pagnotta, Pietro che ne aveva una piccola piccola, ottiene solo un po’ di mollica.
Tutti arristaru senza riri nenti,
ma poi manciaru, tutti cuntenti.
Ammeci Petru stava mutu mutu,
tuttu affruntatu e cunfunnutu.
Il povero Pietro, che pensava di aver fatto il furbo, e ora se ne sta lì tutto muto e confuso, verrà naturalmente perdonato da Gesù e avrà la sua bella porzione di pane.
«Cu havi fidi smovi li muntagni!
Cu porta ’a so’ cruci cu pazienza,
ju ci rugnu ’na gran ricumpenza,
cu soffri cu speranza e amuri
ju lu cunzolu di tutti li duluri.
Tu, Petru, ca ti st’ammucciannu,
a ’st’ura stassutu manciannu,
ma si’ piddunatu, veni ni mia,
ca pani cci nn’è macari pi ttia».
’U capìsturu chi vuleva riri?
Biatu è chiddu ca criri!

Nella parabola ’A cruci ’i San Petru, il brontolone Pietro si lamenta che la sua croce è troppo pesante. Esasperato dalla fatica, arriva persino ad esclamare: Forra cosa ’i ittalla ’nt’ ’a munnizza, mi verrebbe da buttarla nella spazzatura!
Allora Gesù gli propone di sceglierne un’altra. Pietro lo ringrazia e inizia a provarle tutte. Ma una è troppo lunga, una è troppo larga, una è storta, l’altra lo graffia… Infine Pietro ne trova una che può andar bene, sente di poterla sopportare, ed esclama contento:
Pi mia pari fatta!
e unni ’a trovu ’n’autra cchiù adatta?
Ma Gesù, lasciandolo di stucco, gli fa notare che nella confusione si è ripreso proprio la croce che poco prima aveva abbandonato.
Petru, ancora nun ha’ ricanusciutu?
[…]
Chista è ’a cruci to’
Petru, chissa è ’a cruci fatta pi tia,
nun poi cancialla. Ju nun ’a canciai a mia…

E che dire di certe figure indimenticabili come quella dell’angiuluni studdutu, l’angiolone rimbambito che ogni volta che il Signore gli comanda di venire a sistemare qualcosa sulla Terra, capisce fischi per fiaschi e combina solo guai.
O la donna, che in ‘A scocca di cipudda , vuol venir fuori dall’inferno, ma per tentare di farlo può attaccarsi solo a un gambo di cipolla, che è l’unica cosa che avesse mai offerto a un bisognoso (lei, che si crede tanto buona!). Avvinghiata selvaggiamente al gambo, nella speranza di farsi largo verso il cielo, inizia a dar calci a chiunque voglia approfittare della medesima salita. E per questo suo ultimo atto d’egoismo viene dunque lasciata dov’è.

Vorrei raccontarvene altre, di queste “parabole”, ma non avrebbe senso. Bisogna leggerle, e rifletterci, e soprattutto sorridere, sorridere tanto, perché – credetemi – c’è in ciascuna storia (e forse nel dialetto stesso) una forza comica stupefacente.
Ha invece senso, ed è un dovere e un onore, rivolgere qualche domanda all’autrice.

Cara Maria Lucia, innanzitutto complimenti e… grazie. Grazie per avermi fatto scoprire questo testo così ricco, pieno di poesia, musicalità, umanità. Di sole! Ricordo il giorno in cui mi hai mandato il pdf: qui a Trieste era un pomeriggio molto piovoso e grigio (come sono stati quasi tutti i giorni di luglio) ma leggendolo mi è parso di camminare su sentieri pietrosi e assolati di Sicilia.
Al di là del dialetto, quanto conta l’anima siciliana in questo testo?

Intanto grazie a te dell’attenzione e della cura con cui hai letto il mio primo romanzo e adesso questo libro, che, dici benissimo, è profondamente siciliano.
Poesia, musicalità, umanità e… sole sono spesso associate alla mia terra. A volte si tratta di semplice oleografia ma c’è un fondo di verità: la Sicilia è un continente – sì, per i suoi paesaggi naturali umani e storici così variegato lo è e non sono io ad averlo affermato: basti pensare a giganti come Consolo –, un mondo tramato di contrasti, in cui ogni qualità positiva e negativa sembra elevata alla massima potenza.
C’è l’anima della Sicilia in questo libro nel senso che c’è l’anima della mia famiglia, del nostro dialetto saporoso e forte come la cucina, come la luce e l’ombra che si stendono sulla Sicilia quasi fosse una tela caravaggesca.
Ci sono i campi e le distese incolte, i pascoli, la terra pietrosa, i pozzi, i contadini e i pastori, i fichi e il pane, che sono insieme reali e simbolici, storici e concreti, metaforici e trasfigurati.
La foto di copertina – opera di Alessio Grillo, grafico e pittore che ha realizzato anche la copertina di “Ferita all’ala un’allodola” – è frutto di un vagabondaggio guidato dall’amico Charlie Gangi tra i calanchi, fino alla fonte del Simeto.
I disegni di Alessio e Maria Francesca Di Natale, anche lei grafico e pittrice, sono un viaggio nel viaggio.
L’editore Alfio Grasso, che ha creduto fortemente in questo testo, i curatori della collana “Fiori blu” che ospita il mio libro – Maria Rita Pennisi e Orazio Caruso –, Sebastiano Burgaretta, poeta ed etnologo che ha curato la prefazione… sono tutti siciliani radicati profondamente nella propria terra.
Sì, questo libro ha davvero un’anima siciliana. Ma, come affermava Cechov, scrivere del proprio villaggio può voler dire assurgere all’universale.

Mi racconti come è nato questo testo? Hai “semplicemente” trascritto (anche se in realtà nemmeno questo potrebbe dirsi semplice) ciò che esisteva nella tradizione orale? Oppure hai aggiunto, arricchito, integrato… inventato?

Questo libro è nato per caso, anche se il caso è uno degli pseudonimi di Qualcuno che tesse le fila delle nostre storie. Io ho sempre amato il dialetto siciliano: a casa lo parliamo, ho recitato e adattato testi per una compagnia di teatro locale – ah, il carissimo Nino Martoglio, il Goldoni siciliano! – e in famiglia c’è Maria Blundo, la sorella di mia madre, anche lei poetessa in dialetto. Tra un caffè e l’altro mi sono divertita a raccogliere modi di dire, detti e proverbi in dialetto. E ho appreso le storie che i miei nonni raccontavano ai propri figli. Una sorta di Vangelo popolare siciliano, di “cunto” apocrifo sulle vicende di Cristo e degli apostoli.
Nel periodo universitario, per semplice diletto iniziai a buttar giù qualche verso, ma senza alcuna intenzione seria né tantomeno pensando ad una eventuale pubblicazione. Poi è venuta fuori, da stesure perse e riscritte, lasciate a metà e poi completate, la prima “Parabula”, che è la prima composizione del libro dopo il prologo.
Successivamente sono venuti i concorsi letterari, primo tra tutti il “Turiddu Bella”, dedicato ad un poeta e cantastorie di Mascali (CT).
Nell’arco di dieci anni circa ho completato tutte le poesie di quello che si può considerare un vero e proprio ciclo compiuto.
Man mano che vado avanti con i reading e le presentazioni di questo libro, mi sto rendendo conto che esistono numerose versioni di una stessa storia, a volte contraddittorie. Come afferma però la dottoressa Clarissa Pinkola Estés, «Tutto ciò di cui una persona ha bisogno, tutto ciò di cui noi possiamo aver bisogno, ancora sussurra tra le ossa della storia» (Donne che corrono coi lupi, Frassinelli, Milano 1993, p. 17): io avevo le ossa di queste storie. Il mio lavoro è stato arricchire, integrare e soprattutto mettere in versi. Tutti i componimenti infatti sono composti da endecasillabi in rima baciata. Una gabbia formale per far volare queste storie.

Dicevo che è un testo pieno di umanità. Eppure parla di Gesù e dei suoi discepoli… Apparentemente, niente di più lontano dalle nostre miserie, dai nostri piccoli egoismi.
E invece, sono proprio nostri la natura semplice, la schiettezza, il senso pratico, le simpatiche astuzie di questi uomini che seguono Gesù. Soprattutto di Pietro, che emerge dalle tue pagine con forza deliziosa.
Nella bella prefazione, Sebastiano Burgaretta scrive “Campione di questa faticosa milizia terrena è San Pietro, l’apostolo spavaldo, borbottone, istintivo, che si porta dietro tutto intero il peso della sua umanità […] e arriva a dire “Signuri, ’sta cruci mi pisa!” levandosela dalla schiena.”
Un Pietro in cui possiamo agevolmente riconoscere le nostre stesse debolezze, la desolata tristezza di quando davvero non riusciamo a comprendere la croce che ci è stata data.
A questo proposito ti chiedo due cose.
Questa figura di Pietro brontolone è una tua personale (geniale) interpretazione o era già così nella tradizione orale?
La seconda: al di là del valore letterario, quanto conta secondo te la fede nel leggere e nel godere di queste pagine?

Splendide domande e acute osservazioni.
Nella tradizione orale Pietro è proprio così. E ti dirò di più: questo accade perché Pietro mostra queste sue caratteristiche nei Vangeli. Da una parte è il capo degli apostoli, colui il quale afferma per intuizione divina che Gesù è «il Cristo, il Figlio del Dio vivente», dall’altra dubita, contesta, fino a rinnegare tre volte il Maestro in nome del quale aveva giurato di voler morire. Corre al sepolcro una volta saputo della Resurrezione di Gesù, si precipita dalla barca per corrergli incontro in un altro episodio… istintivo, sanguigno, portatore di una mentalità umana che però – e qui è la sua straordinarietà – si fida di Cristo che gli affiderà le sue pecorelle e su di lui – Pietro, Cefa, ossia roccia, non più Simone: il cambiamento di nome simboleggia il passaggio – fonderà la sua Chiesa.
Pietro è una figura secondo me consolante, perché ci dimostra che la santità è un percorso comune a tutti e non è esente da cadute ed errori.
La fede come chiave di lettura del testo. Certo, non è necessario condividere la fede profonda, radicata, quasi connaturata dei personaggi e dell’humus da cui sono nate queste storie per comprenderle e goderle appieno.
Però il lettore è chiamato a calarsi in questo mondo, a cercare di intuirne lo spirito profondo.
Non vorrei si pensasse che il mio libro sia una sorta di catechismo dialettale. Si tratta di storie. Come aveva capito benissimo Gesù, una parabola – parola, etimologicamente ponte – è molto più efficace di un trattato filosofico o teologico. Il valore estetico ed etico qui camminano insieme, ma quello che importa è che comunichino qualcosa, che il mondo del libro trovi un sentiero per giungere in quello del lettore.

Ammetto che non è stato facile per me, triestina, leggere in dialetto siciliano. Eppure è capitata una cosa bizzarra e bellissima. Laddove leggere in silenzio poteva darmi problemi, ho verificato che farlo ad alta voce (con una pronuncia sicula buffissima, temo…) mi aiutava, grazie a una musicalità che diventava chiave di comprensione. Mi rendo conto di usare spesso questa parola, musicalità, ma davvero non posso farne a meno, perché era proprio il suono a diventare esplicativo, di sostegno, a chiarire ciò che poco prima, in silenzio, mi era parso astruso.
La traduzione a piè di pagina mi è stata utilissima per le parole più ermetiche, ma fin dove è stato possibile non ho voluto approfittarne. Sentivo che, se non ci avessi messo un po’ di sforzo, mi sarei persa una parte importante del regalo che mi avevi fatto.
Secondo te ho fatto bene? Come pensi che un non siciliano debba avvicinarsi al testo?

Se dovessi ordinare dei lettori ideali per questo libro, credo che li vorrei a tua immagine e somiglianza!
Da lettrice hai ripercorso all’inverso il mio cammino di autrice: io avevo delle storie, delle trame da mettere in versi. Ero come un musicista che deve trovare delle note per vestire ed esaltare al meglio il libretto che il poeta ha scritto per un’opera lirica. Concetto e ritmo dovevano andare assieme. E l’obbligo della rima baciata unito alle difficoltà di dover comporre in versi endecasillabi sono stati non solo una sfida ma anche un’opportunità: il ritmo del verso, la musica delle rime, il passo dettato dalle sillabe, le ripetizioni di suono… non sono solo accorgimenti tecnici o astruse complicazioni. La forma e il contenuto, per così dire, si sono dati la mano. La storia acquisiva il dettato ritmico dei versi, le parole si piegavano a ciò che volevo esprimere e viceversa. Tra l’altro la gioia di creare era temperata dalla necessità e dalla volontà di rimanere fedele allo spirito delle storie narrate.
La poesia ha un suo proprio linguaggio, un proprio codice espressivo che non è quello della prosa. Leggere ad alta voce ti ha aiutata a respirare con lo stesso ritmo della storia e a seguirla meglio, nonostante le difficoltà che riesco solo ad immaginare.
Accade lo stesso a me quando leggo un altro dialetto o una lingua straniera. Succede a tutti quando ci piace una canzone scritta e cantata in un’altra lingua. È una questione di ritmo, di respiro. Che poi etimologicamente è spirito.

Tu sei una scrittrice che non teme la fatica di fare ricerca (storica, linguistica…). Per Ferita all’ala un’allodola ricordo che il tuo lavoro era stato lungo e complesso. Quanto tempo ti è servito e che tipo di lavoro hai affrontato per Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu?

All’incirca, come dicevo sopra, dieci anni. Per mettere insieme le storie e versificarle tutte.
Sono tutte legate tra loro e costituiscono un ciclo compiuto. Ho lasciato fuori altre storie che non rientravano nel tema.
Difficilissimo è stato pure trovare una forma ortografica per trascrivere il dialetto siciliano. So anche che andrò incontro a critiche ma ne sono perfettamente consapevole: ho fatto la scelta di scrivere in una forma il più possibile reader friendly, cioè senza simboli astrusi e complicazioni inutili per chi non è addentro ai problemi di grammatica sintassi fonetica del dialetto.

Lo sai cosa penso dell’editoria a pagamento, quindi concludo con la medesima domanda che ti rivolsi l’altra volta (un po’ brutale ma necessaria, perdonami). Hai pagato per pubblicare?

Sinceramente e orgogliosamente, no.
Algra editore ha sposato il progetto, i curatori se ne sono fatti portavoce…
La raccolta era già pronta da diversi anni – addirittura i disegni erano già stati realizzati – ma proprio per rimanere fedele alla mia idea di editoria e di scrittura avevo pensato di lasciare tutto in fondo a un cassetto.
Poi l’incontro con Rita Pennisi, Orazio Caruso e Alfio Grasso.
Credo che per ogni libro ci sia il momento adatto per venire alla luce.

Come sta andando il libro, soprattutto al di fuori della Sicilia? (Lo sai che mi piace l’idea di traghettare per prima le tue cose quassù!)

Il libro è appena uscito e, a parte le parole dell’amica giornalista e scrittrice Lucia Corsale, tu sei il primo recensore di questo libro e il primissimo del Nord!
Spero che come è avvenuto per Ferita all’ala un’allodola le tue parole aiutino il mio nuovo libro a farsi strada anche nell’estremo Nord…
Grazie ancora, Luisella!

Grazie a te!

Luisella Pacco

* Maria Lucia Riccioli è nata a Siracusa, dove insegna Lettere nei Licei. È soprano solista in un gruppo vocale e ha composto anche testi per musica. Scrive da sempre, in dialetto siciliano e in lingua, in versi e in prosa, ed è vincitrice di numerosi premi letterari. Del suo primo romanzo, Ferita all’ala un’allodola, potete leggere qui la mia recensione.

Annunci

10 commenti su “QUANNU ’U SIGNURI PASSAVA P’ ’O MUNNU di Maria Lucia Riccioli

  1. Pingback: Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu… la recensione di Luisella Pacco | Maria Lucia Riccioli

  2. Pingback: Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu… la presentazione alla Feltrinelli di Catania il 24 settembre! | Maria Lucia Riccioli

  3. Pingback: MASTERPIECE JESINO… and me! | Maria Lucia Riccioli

  4. Pingback: 100 poets for change… sabato 27! | Maria Lucia Riccioli

  5. Pingback: 100 thousand poets for change… yesterday evening! | Maria Lucia Riccioli

  6. Pingback: QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU a San Filippo alla Giudecca | Maria Lucia Riccioli

  7. Pingback: QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU a San Filippo alla Giudecca: le foto! | Maria Lucia Riccioli

  8. Pingback: QUANNU ‘U SIGNURI PASSAVA P’ ‘O MUNNU per le Palme a Floridia | Maria Lucia Riccioli

  9. Pingback: “Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu” recensito su LA SICILIA e… | Maria Lucia Riccioli

  10. Pingback: “Quannu ‘u Signuri passava p’ ‘o munnu” alla Madonna della Scala | Maria Lucia Riccioli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

Informazione

Questa voce è stata pubblicata il 28 agosto 2014 da in LETTERA ELLE con tag .

Inserisci il tuo indirizzo email per seguire questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi via e-mail.

Contatti

luisellapacco@yahoo.it

©LuisellaPacco

I testi e le fotografie presenti su questo blog non possono essere utilizzati senza il mio consenso. Grazie.

Visite

  • 41,567 visite
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: