NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

L’ULTIMO VIAGGIO DEL ‘BARON GAUTSCH’ di Pietro Spirito

L'ultimo viaggio del 'Baron Gautsch' di Pietro Spirito, 1999, edizioni LINT Trieste, pagine 132

L’ultimo viaggio del ‘Baron Gautsch’ di Pietro Spirito, 1999, edizioni LINT Trieste, pagine 132

 

Chi entra nei cimiteri non soltanto per onorare gli affetti perduti ma anche (come me) per apprezzarne le meraviglie artistiche, avrà notato – passeggiando nel Cimitero di Sant’Anna di Trieste e in particolare nel campo XIV – una tomba la cui commovente scultura è stata realizzata da Ruggero Rovan nel 1923.

È un monumento dalla struttura abbastanza complessa: la lastra tombale, che presenta una nave nel periglioso mare, è inframmezzata da colonne, e ai lati due figure femminili ad altorilievo recano un’urna e una fiaccola accesa.

Ai piedi di questa composizione verticale c’è l’Annegato, un uomo disteso sulla roccia, i muscoli stremati e le vene gonfie di chi ha lottato con le onde fino allo sfinimento, mentre l’acqua lambisce il corpo esanime.
Qui, alcune fotografie scattate da me.

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Sull’iscrizione leggiamo:

Ad onore del cavalier Giuseppe Tenze
nato il 25 ottobre 1878
morto tra le insidie del mare
il 13 agosto 1914,
eressero questa tomba
i genitori.

Sì, si tratta della tomba del capitano Giuseppe Tenze, uno dei protagonisti del naufragio del Baron Gautsch, avvenuto esattamente cento anni fa.

Personalmente non approvo che gli anniversari, di qualunque natura, vengano celebrati con ampio anticipo, quasi i giornalisti volessero rubarsene l’un l’altro una specie di vantaggio in un’assurda corsa sul calendario. Per questo, in questo blog così modesto e sconosciuto che davvero non può fare a gara con alcuna altra fonte, ho potuto e voluto attendere in libertà che arrivasse il giorno giusto. Il giorno per dire quelle parole: esattamente cento anni fa.

A farmi da guida in questo omaggio, è lo splendido, struggente e documentatissimo libro che Pietro Spirito già nel 1999 ha dedicato alla tragedia.

Il Baron Gautsch era un piroscafo di piccolo cabotaggio, gioiello della flotta del Lloyd Austriaco. Le rifiniture si potevano considerare quasi di lusso, e tutto era pensato per dare ai passeggeri ogni conforto. Molto elegante era l’artistica sala da pranzo, tutta in legno di quercia scolpito: ai tavoli potevano prendere posto 96 persone. L’illuminazione elettrica abbondava e il riscaldamento era a vapore.
Salpava dal molo San Carlo (oggi molo Audace) alle ore 8 di ogni martedì per la prima corsa di linea, il giovedì per la seconda e il sabato per la terza. Le partenze da Cattaro avvenivano il giorno successivo alle 12.30. L’itinerario era Trieste-Pola-Lussinpiccolo-Zara-Spalato-Lesina (dove però non accostava)-Gravosa-Castelnuovo-Cattaro. E viceversa.

Il 13 agosto 1914 era un bellissimo giovedì, di mare calmo e cielo terso.
Ma quella stessa mattina l’ambasciatore inglese a Vienna aveva consegnato al Ministero degli Esteri austriaco l’annuncio che Gran Bretagna e Francia si consideravano in stato di guerra con la monarchia asburgica.
Dalla Serbia il conflitto s’andava propagando a tutta l’Europa, e i morti nel naufragio del Baron Gautsch – oltre 130 persone, in gran parte donne e bambini – furono le prime vittime civili della Grande guerra. Il mare avrebbe restituito non più di 30 corpi.
Il piroscafo colò a picco in una manciata di minuti, poco prima delle tre pomeridiane, dopo essere entrato per errore in un’area minata allestita a difesa della costa istriana, e aver urtato uno degli ordigni galleggianti a pelo d’acqua.

Spirito rievoca con precisione quella sciagura del mare, riferendo le testimonianze dei superstiti e portando a nuova vita gli atti polverosi del processo.

Innanzitutto, di chi fu la colpa? Del capitano Paolo Winter? Oppure della società armatrice? O fu invece una distrazione dell’ufficiale di guardia Giuseppe Tenze che pagò con la vita? L’equipaggio si comportò con onore? Perché delle otto scialuppe solo una si allontanò con i salvati?

È difficile rispondere a queste domande.

Dell’ultimo viaggio non restano che sparsi frammenti, labili memorie e relitti segnati dal tempo. Chi voglia ancora una volta mettersi sulla rotta del piroscafo lloydiano può solo cercare di unire quei frammenti nel tentativo di individuare un disegno, una traccia, un significato: dando voce al passato con i racconti di chi non c’è più, con le parole conservate nei documenti d’archivio, voci di naufraghi che tornano da un lontano silenzio, come messaggi in bottiglia affidati al mare.

Ed è questa la minuziosa, paziente, rispettosa, amorevole missione di questo libro: farci sentire quelle voci.
La voce della signora Carmen Suttora, ultima superstite che Spirito ebbe modo di intervistare e che ricordava con sgomento il suo dramma di bambina: “Mia madre sapeva nuotare perfettamente, ma è morta […] teneva in braccio la mia sorellina e per mano mio fratello. Io sono rimasta a galla, e non so come”.
E le altre voci, che riemergono vive e frementi dalle carte.
Quella del marittimo Mario Sindicic: “Appena avvenne l’esplosione la nave si inclinò fortemente a sinistra. La gente fu presa dal panico…”.
Quella di Iginia Fabris, giovane maestra di piano: “Non vedevo altro che mare e cielo, cielo e mare. Ero nel salone di musica e suonavo il pianoforte, quando sentii come se qualcuno avesse urtato lo scanno dov’ero seduta…”
Quelle dei macchinisti, dei passeggeri superstiti (tra cui il negoziante Giuseppe Budua che dice “Secondo me, se persone più esperte avessero dato gli ordini giusti e se tutti i mezzi di salvataggio fossero stati efficienti, bene, secondo me, ripeto, si potevano salvare tutti”), del tenente di corvetta, di un cameriere di bordo…
E soprattutto, la voce del comandante Paolo Winter di cui Spirito riporta la lunga e circostanziata deposizione rilasciata nel corso del processo.
A leggerle a distanza di tanto tempo, quelle dichiarazioni, si ha quasi l’impressione di vederlo lì […] davanti ai giudici, con i suoi baffi a manubrio, l’aspetto marziale e la dolorosa consapevolezza […].
Raccogliendo tutti questi elementi, Pietro Spirito ci restituisce integra la vicenda: la tranquillità del breve viaggio, fino all’esplosione, e poi il terrore, il panico, la morte di molti e la salvezza di pochi.

Joseph Metzner, rappresentante di commercio, che nel naufragio aveva perso due figlie e due nipotini, fece causa al Lloyd austriaco. La sua fu la causa-pilota di altre 84 procedimenti giudiziari. Il processo durò quattro anni, e si concluse il 1° settembre 1918, cioè poco prima della fine della guerra, con la piena assoluzione della compagnia di navigazione. La catastrofe – fu la conclusione – era conseguenza di un insieme di casualità per le quali il Lloyd non poteva essere chiamato a rispondere, né tantomeno risarcire i danni.
Alla fine fu stabilito che il Baron Gautsch era affondato per un errore di manovra commesso dal secondo ufficiale Tenze, morto nella sciagura.

Rotta

Rotta

Perché Tenze avesse preso una rotta vietata e pericolosa, resta un mistero. Forse per recuperare il leggero ritardo. Aggirare le zone minate poteva far perdere altro tempo prezioso. Non si doveva disobbedire all’autorità militare, ma nemmeno si poteva dimenticare che per la compagnia di navigazione la puntualità era considerata un punto d’onore.
Lo stesso Winter dichiarò che poco prima aveva ordinato la massima velocità.
Forse Tenze aveva cercato di accorciare di poco la rotta […]. Errore innocuo in tempi di pace, fatale in tempi di guerra.

La prima immersione sul relitto fu tentata pochi giorni dopo (le autorità volevano accertarsi di quanto accaduto), ma il palombaro morì perché la manichetta d’aria si impigliò e si ruppe sulle lamiere.

Nessuno più tentò l’impresa, fino al 1951 quando il triestino Libero Giurissini sentì parlare del piroscafo e ne rimase ossessionato. Quel genere di chiodo fisso che s’impianta nel cuore e nella mente degli uomini d’avventura.

Iniziò così una lunga stagione di esperimenti e di difficoltà (tecniche e politiche), di lunghe pause ed entusiasmanti nuovi tentativi, che Pietro Spirito descrive dettagliatamente. Uomini pronti a tuffarsi sul Baron Gautsch appena le condizioni storiche lo avessero permesso (quelle che sotto la Jugoslavia erano acqua sottoposte a servitù militare, diventarono libere dopo il 1991).

Alla chetichella, centinaia di sommozzatori visitarono il relitto in ogni suo recesso portando via tutto quanto poteva essere asportato, compresi gli oblò, scalzati via a colpi di martello. Una quantità di piatti, bicchieri, bottiglie, posate e ogni sorta di reliquia recante l’elegante stemma del Lloyd Austriaco entrò nelle case dei privati e nelle botteghe antiquarie italiane, croate, austriache.

Infine, Zagabria nel 1994 decise di mettere fine alle scorribande, imponendo un permesso e una tassa da pagare per le immersioni.

Com'era e com'è

Com’era e com’è

Attualmente sono ancora in molti a subire il fascino del relitto che – poggiato sul fondo in perfetto assetto di navigazione, la sagoma elegante, i metalli corrosi – se ne sta al largo di Rovigno a quaranta metri di profondità, a cullare gli echi della sua vita passata.

I turisti subacquei sono due-tre migliaia ogni anno. Moltissimi i video caricati su Youtube che vi invito a vedere. C’è chi dice persino (com’è facile e seducente scivolare nella leggenda…) che dal Baron Gautsch si alzi, tra il rumore dei respiratori, una musica lontana…

Io non ho né avrò mai la preparazione fisica per andare a vederlo laggiù dove giace.

L’unica cosa che posso fare è visitare la tomba di Giuseppe Tenze. Che egli sia stato o meno responsabile del naufragio, fu uno dei tanti morti. I primi morti civili nei primissimi giorni della Grande guerra.

Luisella Pacco

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2 commenti su “L’ULTIMO VIAGGIO DEL ‘BARON GAUTSCH’ di Pietro Spirito

  1. Pietro Spirito
    6 gennaio 2015

    Cara Luisella, leggo solo ora la tua recensione al “Barone”: bellissima, grazie mille. E poi pubblicata nel giorno stesso…Grazie davvero!
    Un abbraccio

    Pietro Spirito

    • Luisella Pacco
      6 gennaio 2015

      Grazie!

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Questa voce è stata pubblicata il 13 agosto 2014 da in LETTERA ELLE con tag .

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