NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Luglio-Agosto 2014: IL SILENZIO di Francesco Biamonti

In una lettera del 1964 Italo Calvino scriveva: “Dati biografici: io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente). Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quel che vuol sapere, e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura”.

Ricordo sempre con piacere queste parole, in un mondo di boriosi che ci tengono molto a descrivere se stessi ad un pubblico inesistente che nulla vuol sapere. Le quarte di copertina dei libri più miserevoli, la pagina “Chi sono io” dei blog più autoreferenziali, pullulano di informazioni che servono solo dare peso e pancia alla vanità. Chi sono, dove sono nato, dove vivo, cosa ho studiato, di cosa mi occupo…
Recentemente sono rimasta ancor più impressionata dalle parole di Francesco Biamonti (1928-2001), lette casualmente nel risvolto di copertina de Il silenzio.
Io sono da cancellare. La mia vita non conta nulla; i miei natali non hanno importanza; il mio paese è insignificante. Si fa della letteratura perché non si è contenti della propria vita. […] Non credo nelle biografie.

Il silenzio di Francesco Biamonti, 2003 Einaudi (collana L'arcipelago), €7

Il silenzio di Francesco Biamonti, 2003 Einaudi (collana L’arcipelago), €7

A convincermi alla lettura del libretto sono state queste righe, nobili e chiare, ferme quanto un testamento. Per poi scoprire che leggerlo avrebbe fatto molto male, come tutto ciò che è – parola crudele, crudele destino – postumo.
Francesco Biamonti (1929-2001), schivo e solitario autore di L’angelo di Avrigue, Vento largo, Attesa sul mare, Le parole la notte (tutti editi da Einaudi), scriveva questo racconto quando era già molto malato e – consistente differenza – sapeva di esserlo.
Dopo la sua morte, furono ritrovate ventinove cartelle, senza un titolo, con i segni criptici tipici di Biamonti che, ad esempio, se cambiava idea su una parola, non la sostituiva mai del tutto. Ne scriveva una sopra l’altra, senza cancellare niente. E così, noi che ne sappiamo di quale parola infine avrebbe scelto per la versione definitiva? Non lo sapremo mai, appunto.

Questo è un libro di poche pagine che doveva averne tante più di più. È un libro di pochi concetti che invece voleva trattarne di molti e grandi. È un racconto smilzo che doveva essere romanzo. È un libro di dialoghi tra ombre, di personaggi non ben definiti. È un libro di errori non cancellati, perché ad essere cancellato anzitempo è stato l’autore.
La sensazione è struggente e cattiva.

Tre, quattro, cinque volte, per poterlo capire, o per capire che non c’è nulla da capire. Tre, quattro, cinque volte, a rileggerlo. Certo non ci vuol niente, è così breve. L’unica cosa che ci vuole è un po’ di abitudine alla sofferenza, un po’ di pelo sullo stomaco, per accettare l’inaccettabile della letteratura come della vita: che si crepa come galline, e che certe cose – persino le più preziose, le più belle – restano a metà; che un pensiero raffinato, un gesto artistico sono stati strappati via e non ci sarà mai dato di conoscerli per intero. Leggere qualcosa di incompiuto, che l’autore non ha avuto tempo e modo di finire e sistemare come avrebbe sognato, ha in sé qualcosa di profondamente doloroso. È un’ingannevole illusione, una battaglia senza speranza. È fare a botte con la morte.

Biamonti in alcune interviste aveva parlato di questo lavoro, e soltanto grazie alle sue parole sappiamo che (forse) la sua idea di titolo sarebbe stata Il silenzio (“ma spesso lo modifico… me ne viene in mente uno al giorno, sono titoli labili che vanno via…”) e tale è stata la scelta dell’editore. Così come solo grazie alle interviste conosciamo i temi che Biamonti voleva trattare, e l’ampiezza del progetto che aveva in mente: doveva essere un romanzo sulle ideologie morenti, sui conflitti generazionali, sulla passione, sul legame con la terra. Persino su Dio.
Materialmente, ciò che rimane in quelle ventinove cartelle è un brevissimo e ambiguo racconto d’amore.

Edoardo, marinaio (Sono troppo abituato a star solo), incontra Lisa che si trova nel piccolo paese con l’amica Helene. Perché sono giunte qui?
Tra i due nasce qualcosa che è insieme precario e importante, fatale e improvviso. Entrambi chiusi, misteriosi a sé e all’altro. Edoardo è malato di mare. Partivo sempre, per necessità, partivo come voi cambiate amore. E avrei voluto una vita senza partenze: calpestare sempre lo stesso suolo. Gli sarebbe piaciuto fare il capraio o coltivare gli ulivi. Ma non a tutti è consentito di stare lieti e sicuri su un fazzoletto di terra.
Lisa, vedova di un terrorista, è una donna dalle passioni controverse che prima cavalca oscene emozioni e poi chiede: “Perché non mi hai fermata?”.
È con questa domanda che si chiude il racconto che non sapremo mai come sarebbe proseguito.

Presente fino all’eccesso (ma chissà quante cancellazioni, correzioni, variazioni sarebbero intervenute) è il riferimento al paesaggio. Mare, cielo, nuvole, terra, azzurro, sono parole che si ripetono quasi ad ogni pagina.
È un luogo dell’anima, questo paesino ligure aspro e verticale, un luogo dove terra e cielo cozzavano l’uno contro l’altro, di luce forte che non serviva a niente.
È un confine.
“Un confine fisico che si fa spirituale, metafora di una continua ricerca di senso, sul limite dell’abisso…” spiegava Biamonti in una delle ultime interviste.
Quale fosse l’abisso, lui già lo sapeva.

 Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 27 giugno 2014 da in KONRAD Recensioni 2014 con tag .

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