NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

ALBUM di Claudio Grisancich

Io non so parlare difficile. Non sono un critico letterario, non sono un professore. Non sono niente. E mai come davanti alla poesia, mi sento povera e priva di parole. Se leggo poesia, non so ragionarci sopra, non so farne un bel discorso da intellettuale. Un po’ mi spiace, ma sono pure convinta del fatto che – se anche avessi gli strumenti (che, ribadisco, purtroppo non ho) – forse non vorrei usarli. Ci sono cose davanti alla quali soltanto il cuore può. Può arrivare a quell’illuminazione che la poesia consente, che la poesia è. A quella verità che vien fuori come una figura dal marmo. Per sottrazione, per scalpellature di silenzio.

ALBUM di Claudio Grisancich, 2013, Hammerle Editori, €15, pagine 107, prefazione di Walter Chiereghin, postfazione di Fulvio Senardi

ALBUM di Claudio Grisancich, 2013, Hammerle Editori, €15, pagine 107, prefazione di Walter Chiereghin, postfazione di Fulvio Senardi

Giorni fa l’amico Walter Chiereghin, direttore di ArteCultura, mi ha fatto dono dell’ultimo libro di Claudio Grisancich, Album.
Il poeta, nato nel 1939, ritrova e ridipinge gli anni ’40 e ’50, ricordando un’umanità perduta, gesti minimi, botteghe, giochi. Storie, sentite nell’infanzia e mai dimenticate.
La foto di copertina che lo ritrae bambinetto in bicicletta, de quele co’ le riodele in parte cussì de no cascar, è del 1943.
L’ho sfogliato la sera stessa, alla luce timida del comodino, la migliore per le letture intime e tranquille. Poi l’ho letto di nuovo, il giorno dopo, e quello dopo ancora. Segnandomi le cesure con la matita per poter leggere anche a voce alta, con sicurezza e con le giuste pause, godendo del suono benevolo e profondamente mio del dialetto che amo.
E anche stavolta come le altre volte, davanti alla poesia sono rimasta zitta, ignorante.
Eppure commossa, piena di gratitudine. Un mondo intero mi veniva incontro, autentico e antico, di cose misere e preziose, di briciole sulla tovaglia, di morti che non moriranno. Mi sono ritrovata a occhi lucidi, e orecchi colmi, tutto un bisbiglio di voci lontane.

Il rione triestino cui Grisancich fa riferimento non è propriamente il mio, ma fa lo stesso. Le parole sono quelle e la mitologia, come la definisce Chiereghin nella prefazione, è la medesima. Medesimi i miti, “… dozzine di personaggi che Album chiama sul palcoscenico , scuotendo loro di dosso la polvere…”.
E scrive Fulvio Senardi nella postfazione: “Prevale […] un senso di piena partecipazione ad una realtà che è stata propria, a cui in fondo ancora si appartiene per indelebile imprinting infantile, quando, senza consapevolezza né disagio, si respirava nel coro: in fondo un paradiso perduto”.

Io sono nata nel 1968 e quindi, direte, che ne posso sapere di questo paradiso? Di guerra e dopoguerra? Come posso commuovermi a una cucina di cui non ho sentito gli odori? Come posso sentire nostalgia di ciò che non ho conosciuto?

Sì che posso, perché sono fatta così, funziono per accumulo di memorie non mie. Di quegli anni, anche di molto precedenti, mi è venuta testimonianza dai miei genitori (nati ben prima di Grisancich), a loro volta arricchiti dalle memorie dei loro genitori e nonni.
A sapersi ascoltare, si possono fare balzi di un centinaio d’anni come fosse niente. È il miracolo del sangue, degli aneddoti, degli oggetti di casa, del mestolo della nonna, delle fotografie ingiallite, del lessico familiare, dei soprannomi, dell’amore. Ed è il miracolo del dialetto, nutriente energico soave. Una parola, e il tempo si squarcia, torna indietro, si ribalta.
Così, miracolosamente, è anche mia questa umanità che torna viva dalle ombre.

Mi pare di conoscerla, una donna che la se pronta de zena/la magna pian/e in t-el cuciar/ la sogna.
E riconosco sorele che le iera/vece restade pute.
Rivedo donne che andavano in contrada a spelar bisi a netar spinaze portandose la carega co’l senton de paia.
Sorrido del bambino ingenuo a cui dicono “prova a ripeter svelto indrioman ionico” e lu’ de pero gnoco quel giorno se ga trovado in boca la prima parolaza.
Sento il rimpianto de la strada iera nostra/la strada iera el mondo/ e n’ocoreva gnente/che un fià de fantasia/spudai fora de casa/se diventava clapa…
Riconosco el puto, vissuto troppo a lungo con una madre gelosa, che adesso su’ mama no xe più de ani e lu’ beata l’ora se telefona ‘gni tanto un ch’i lavorava ‘ssieme ai magazini generali
Riconosco quelli andati via lontano, in Australia, per una qualche vergogna, e de quela volta de sti quatro disperai nissun più ga savesto gnente.
E mi pare d’essere a scuola, quando i penini gratava pian la carta.

E ascolto, come mi trovassi nella culla, il suono di filastrocca (sempre diverse e sempre uguali, diversi e uguali i bambini a cui dirle) del dolcissimo “ribobolo final”:

tola careghe
scagneti
    sgangherai

pignate farsore
coverci
    scompagnai

piati scudele
biceri
    s’cincai

tamiso gratacasa
mestoli
    brusai

tovaie tovaioi
sempre un fià
    sbregai

savonada in orna
crepi
    lavai

Bellissime, infine, le fotografie di Stefano Visintin, il cui contributo al volume è direi quasi determinante.

Di me dovete sapere due cose. Mi piace il bianco e nero perché ha il fascino della risposta senza fronzoli. E mi piacciono le finestre perché hanno il fascino della domanda senza speranza. Mi piacciono soprattutto quelle sghembe, scrostate, delle piccole case spoglie.
Cosa c’è dietro una finestra?, mi chiedo ossessivamente. Cosa si nasconde dietro gli scuri socchiusi, dietro le tende appena smosse dal vento? Quali rumori? Un tavolo apparecchiato, una forchetta nel piatto, un cuscino appallottolato sotto la nuca, un colpo di tosse, una porta sbattuta, una risata.
E quando calerà il sole, di chi saranno le mani che verranno a ritirare le mutande e le lenzuola stese sul filo? Mani di vecchia? Rugose, le vene azzurre sul dorso? O mani pallide di giovane sposa, l’anellino fresco? O mani di uomo che si fa il bucato (la lissia) da sé?
Le finestre sono indovinelli che raramente ci è dato di risolvere. Perché non c’è tempo per restare a guardare, e anche ci fossero il tempo e la pazienza, non si potrebbe insistere troppo nell’attesa. Qualcuno verrebbe senz’altro a brontolare: chi sei? cosa guardi? di che ti impicci?
Cosa rispondere allora? Non sono un ladro, sono solo un artista, un fotografo, un poeta. Forse rubo di più, ma nulla di materiale, e senza entrarvi in casa. Rubo da lontano – una suggestione, un’intimità, un segreto – per portarmeli dietro come sassolini freddi nella tasca.
Ecco, a una come me, che pensa queste pazze cose, le fotografie di Visintin non potevano non piacere.
Nel volume, non ci sono soltanto finestre. Ci sono anche una via, un numero civico, un portone chiuso, un cancello dal quale s’intravvede un giardino, un muro ruvido (così vicino e vero che pare di potercisi grattare il palmo della mano…) e altri dettagli. Ma io amo le finestre, quelle guardo e quelle ho apprezzato di più.
Una in particolare – voglio mostrarvela – è un capolavoro.

 

Foto di Stefano Visintin

Foto di Stefano Visintin

Luisella Pacco

 

 

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10 commenti su “ALBUM di Claudio Grisancich

  1. Mauro
    4 maggio 2014

    La foto in bicicletta dell’autore da bambino mi ha ricordato una foto di mio padre bambino in triciclo… mio padre istriano (rovignese) non troppo lontano geograficamente dal triestino Grisancich… e della stessa generazione (mio padre era del ’37).
    Saluti,
    Mauro.

    • luisellapacco
      4 maggio 2014

      Anche del mio papà conservo una foto con la bici, senza rotelle però. Chissà, forse era una consuetudine, come lo è stata per la nostra generazione essere fotografati insieme alla TV.

      • Mauro
        4 maggio 2014

        Probabilmente hai ragione… però a me la cosa ha particolarmente colpito per la questione storico-geografica, non tanto per quella ciclistica 😉

  2. predonzand@libero.it
    4 maggio 2014

    Bellissima recensione. Molto lunga, ma – visto che lo scorso numero ci hai dato “buca” 😉 – lo spazio su Konrad si troverà.un bacioDario

    • luisellapacco
      4 maggio 2014

      Ti ringrazio molto, ma per il Konrad cartaceo di questo mese ho un’altra idea di cui ti scritto privatamente. Grazie comunque per la disponibilità e soprattutto per l’altro meraviglioso commento.

  3. Dario Predonzan
    4 maggio 2014

    E meno male che non sei un critico letterario … non li sopporto.
    Ho sempre pensato che chi parla e scrive “difficile”, in realtà o ha qualcosa da nascondere (magari la mancanza di idee e di sentimenti…), oppure se la tira e vuol solo esibirsi di fronte al volgo. Miserabili.
    Non è certo un caso se le cose migliori dei più grandi scrittori, di tutte le epoche e lingue, sono scritte con chiarezza esemplare: Giulio Cesare come Galileo, Pascal come Melville, Dante come Cervantes e Shakespeare.
    Perciò bando ai critici, letterari e non, e viva i poeti.
    Chiuso lo sfogo, devo dire che mi rimorde un po’ la coscienza, perché ho sempre trascurato troppo la poesia, specie quella dialettale: grazie quindi per questo tuo cortese e bellissimo invito a scoprire – per chi già non lo conosce – Claudio Grisancich.
    Che poi, insieme alle foto (se le altre sono come quella che hai pubblicato nel blog…), leggere quelle poesie sarà gioia assoluta anche per gli occhi.

  4. Walter Chiereghin
    4 maggio 2014

    Avevo commentato immediatamente, ma per uno di quegli accidenti che talvolta circolano in internet è sparito nel nulla.
    Dicevo, grossomodo, quanto segue:

    Lo sapevo già mentre mi avvicinavo al luogo del nostro appuntamento dell’altra sera con in mano la copia di “Album” che quello che mi accingevo a farti non sarebbe stato un regalo, ma piuttosto un investimento. Un investimento riuscito e lucroso, come ora mi viene confermato da quanto hai scritto, facendo me stesso e gli altri partecipi di quella tua esperienza di lettura, di questa tua riflessione che non ha bisogno di parole “difficili” per restituire, come hai fatto, l’immagine di quanto ti ho offerto da leggere amplificata dalla luce aggiuntiva che tu hai saputo portarvi.
    Ciò è reso possibile dalla lettura che tu hai fatto di quel testo mirabile, nel chiuso della tua stanza, alla luce discreta, “timida” anzi del tuo comodino,
    Hai insegnato ad altri lettori, quelli che hanno la fortuna di leggerti, penso, la modalità esatta per leggere quel piccolo capolavoro di Claudio (sì, è il caso di osare la parola, come dice Senardi), inforcando gli stessi occhiali che tu hai adoperato per leggerlo: quelli della tua sensibilità acuta che riesce sempre a entrare in empatica consonanza con i ritmi del poeta, con il contenuto di compassione che egli mette nel descrivere quel suo microcosmo, questa nostra mitologia di caratteri e tipi reali, di una umanità drammatica e divertità, dolente e gaudente.
    Non che mi aspettassi da te una lettura più svogliata e negligente, ma una volta di più ciò di cui ci hai fatto partecipi non finisce di meravigliarmi per la generosità del tuo indicare una modalità di lettura così tanto densa di emozione.

    • luisellapacco
      4 maggio 2014

      Sono commossa e nuovamente senza parole, se non una: grazie.

  5. Valerio Fiandra
    7 maggio 2014

    Tu togli ( ma bada, qui vanno benissimo ) le personalizzazioni ( onesta modestia inclusa ) e questo è un pezzo di critica. E pure buono. Certo, l’empatia aiuta. E Grisancich è di una tale intensità e intimità ! Ma anche rende più complesso il rapporto con l’opera. E tu riesci a entrarci standone fuori. Brava la Pacco !

    • luisellapacco
      7 maggio 2014

      Tolte le personalizzazioni, temo sarebbe una critica brevissima!… Ma grazie (come sai tengo molto al tuo giudizio). Ed è senz’altro vero che l’intimità e la profondità di Grisancich aiutano.
      In questi giorni comunque, preso l’abbrivio con lui, sto rileggendo con gusto molta poesia triestina… (ah ah, ho detto ri-leggendo, ma dico il vero: certi autori minori li leggo solo ora. Come diceva Calvino per i grandi classici, ad una certa età ci si vergogna di ammettere di non averli mai letti e si comincia a dire così, sto rileggendo… 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 4 maggio 2014 da in LETTERA ELLE con tag , , , .

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