NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Febbraio 2014: LA BELLEZZA DELLE COSE FRAGILI di Taiye Selasi

La bellezza delle cose fragili di Taiye Selasi, 2013 Einaudi (collana Supercoralli), € 19,00, 328 pagine. Traduzione di Federica Aceto.

Lo dico francamente: tutto mi faceva pensare che fosse un brutto libro. Troppo battage, troppe chiacchiere. E l’autrice – bellissima, elegante, aria da pantera, le dita lunghe che sembrano avere una o due falangi in più del normale, una Naomi Campbell della letteratura, – troppo chic, troppo fortunata, troppo sopra le umane miserie per poter credere che fosse in grado di conoscerle e descriverle.

Una vita, la sua, che pochi osano sognare. Nata a Londra nel 1979 da padre ghanese (chirurgo) e madre nigeriana/scozzese (pediatra), cresciuta a Boston, vissuta a New York e New Delhi. Studi a Yale e a Oxford. Fotografa e scrittrice, prima ancora di pubblicare attira l’attenzione di Salman Rushdie (per dirne uno) e viene inserita dalla rivista Granta tra i migliori giovani scrittori del mondo.

Si è sposata recentemente con un fotografo olandese/indonesiano (“Non ho proprio idea di come saranno i nostri bambini” ammette sorridendo). E ora vive a Roma, nel cuore (si dice sempre così) di Trastevere.

Taiye Selasi è una vera Afropolitan, termine coniato da lei stessa, che vuol dire persona che ha origini africane ma si forma, studia e lavora altrove e che ha una mentalità aperta e internazionale. Un cittadino del mondo che più del mondo non si può. In Africa forse non è nemmeno nato (come la stessa Selasi), ci torna o non ci torna. Forse non tornerà mai, però si porterà sempre le radici dentro, preziose, come gemme nel sangue. Barack Obama è un buon esempio di Afropolitan.

Per finire, ancora quasi sconosciuta al grande pubblico italiano, entra a far parte (e sono in molti a chiedersi a quale titolo) della giuria del noioso Masterpiece, un talent show per scrittori che va in onda su Raitre.

Troppo, davvero troppo di tutto. Pensare male era dovere d’ufficio. Ero sicura che il romanzo fosse una bufala, un successo creato a tavolino, uno di quei dolci tutt’aria che quando li mordi senti solo il sapore falso dello zucchero e dei soldi mal spesi.

Con tutte queste perplessità, rosicata dalla curiosità ma ben ferma nel proposito di non tirar fuori un cent, prendo in prestito alla biblioteca La bellezza delle cose fragili e lo inizio, arroccata sui miei pregiudizi.

Una pagina e già avverto la sensazione (piacevolissima) di essermi clamorosamente sbagliata. Continuando nella lettura, ne ho la certezza. Arrivo alla fine, restituisco il libro alla biblioteca, e corro a comprare la mia copia. Devo possederlo, devo poterci tornare quando voglio, come a casa.

Quindi, dimenticate tutto quello che ho detto finora, le mie banalità e l’invidia evidente. Granta aveva ragione: Taiye Selasi è una grande scrittrice dalla penna incantata. Scrive divinamente, e proprio nel modo che piace a me: con un’attenzione al dettaglio che ha del miracoloso; un uso massiccio del flashback che consente di far emergere tutti i ricordi come note della stessa musica; un frequente cambio di tempi di scene di personaggio, perché il passato e il presente, la parola e il silenzio, le colpe e il perdono, i vivi e i morti sono davvero una cosa sola e viaggiano insieme davanti ai nostri occhi stupefatti, appena troviamo il coraggio di aprirli.

Se dovessi trovare un difetto, ecco, direi che il titolo – pur bellissimo e struggente – tradisce quello originale e questa è pur sempre un’offesa all’opera. Ghana must go suona più incisivo, meno poetico, più forte.

Tuttavia non era possibile mantenerlo nell’edizione italiana perché, come ha spiegato Selasi in molte interviste, quando un lettore europeo legge il nome di un paese africano, pensa a fame povertà e guerra. Forse non pensa nemmeno ad un romanzo, perché non riesce a concepire che in Africa ci siano vicende singole e sentimenti da raccontare.

Così, a causa delle nostre ignoranze, cambiare titolo era necessario per rendere giustizia alla storia, che non è una storia africana bensì una storia di famiglia. Di Kweku e di Folasadé, del loro amore, dei loro quattro figli, dei successi e dei fallimenti, e di piccole (e fragili) cose come le pantofole abbandonate, o la manina di una neonata che stringe vigorosa il dito del padre, o la rugiada in giardino.

Innegabilmente il romanzo riprende moltissimi dati autobiografici – il tipo di vita afropolitan, il padre valentissimo chirurgo, i gemelli (Taiye Selasi stessa è una gemella e il suo nome significa “la prima gemella”) – ma La bellezza delle cose fragili ha un cuore inventato, e pur partendo da una famiglia abbraccia tutte le famiglie e ha un respiro ampio e autentico.

Tutte le famiglie conoscono, in modo diverso e diversa misura, sacrificio e tristezza, felicità e condivisione, dolorose lontananze, ambizioni e rinunce. In tutte le famiglie si muore, ed è con una morte che inizia il romanzo.

Kweku muore scalzo, una domenica all’alba, le pantofole all’uscio della camera, come cani. In questo istante è fermo, tra la veranda e il giardino, indeciso se tornare a prenderle. Non lo farà.

Luisella Pacco

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Un commento su “Febbraio 2014: LA BELLEZZA DELLE COSE FRAGILI di Taiye Selasi

  1. Maria
    19 giugno 2015

    Sottoscrivo tutto quello che hai detto: dal pregiudizio, al titolo, alla famiglia, alle famiglie. Un romanzo molto bello.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 febbraio 2014 da in KONRAD Recensioni 2014 con tag , .

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