NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

LA MIA OMBRA di Christine Falkenland

Christine Falkenland (1967) è acclamata dai critici come una delle voci più interessanti di Svezia. Questo romanzo, La mia ombra (Min skugga)  del 1998, è il primo che sia stato tradotto in Italia, nel 2000.

L’ho acquistato molto tempo fa e l’ho letto ora. Il tempo che passa tra acquisto e lettura è un tempo misterioso che pure deve avere il suo senso e ogni lettore dovrebbe rifletterci sopra come su una questione personale.

La mia ombra

La mia ombra di Christine Falkenland, Marsilio (farfalle), 2000, pag. 111, €10, 33. Postfazione di Alberto Criscuolo

Breve, di paragrafi taglienti come frammenti di vetro buoni a ferire le mani di chi tenti l’ingresso, questa è una storia gelida, come la piccola e perduta isola svedese che fa da sfondo alla vicenda. Il freddo, l’umidità, il tanfo di pesce, penetrava ogni cosa vivente.

Voce narrante è Rakel, che a quindici anni è caduta da un albero. L’incidente l’ha resa storpia. Ma è il suo carattere a diventare davvero storpio, a soffrire una zoppìa senza guarigione. Non saprà amare, né la vita né un uomo né se stessa.

Sposa Georg, tanto più grande di lei, vedovo. Un matrimonio senza ragione. Chissà cosa cerca lui, ancora innamorato della moglie morta, Viola, in questa inutile ragazza? Chissà cosa cerca lei in quest’uomo severo? Pretendeva forse di essere amata? Voleva l’occasione che ribalta il destino? Si è sbagliata. Nella casa coniugale trova un talamo di mortificanti silenzi, avverte l’ombra di Viola in tutte le stanze, incontra una governante vecchia ed ostile, e una figlia, Cornelia  con cui inizialmente non lega.

Le giornate le scorrono addosso, Rakel non si dedica a niente se non all’incessante, patetica analisi di se stessa, della menomazione, di ciò che le manca.

Ho vissuto in un mondo di ombre, dietro il vetro di una finestra, nascosta al mondo reale come una vergogna.

L’unico affetto le viene dai cani, l’unica dolcezza dalle caramelle succhiate nella notte, mentre il marito le russa accanto.

Col passare del tempo, riesce a entrare in confidenza con Cornelia che adolescente le confida il primo amore, per Axel, un pescatore.

Anche Rakel aveva avuto un primo amore (non ricambiato, naturalmente), un violinista con occhi da camera da letto e una bocca voluttuosa, che talvolta le torna in mente.

Rakel, vaso vuoto che aspetta solo di colmarsi di un’emozione anche se non sua, prende parte alla gioia di Cornelia in un transfert morboso. Ma quando i due ragazzi si sposano, non ne è felice. Cornelia si allontanerà, avrà un bimbo, e certo non le chiederà consigli poiché lei non ha avuto figli e non sa niente di neonati.

Rakel… come la biblica Rachele moglie di Giacobbe, che non potendo avere figli, dice al marito di andare con la serva  affinché resti incinta. “Partorisca sulle mie ginocchia e sarò costruita anch’io per suo mezzo”

Anche Rakel crede di costruire una nuova se stessa nella nascita di Paul. Poco dopo infatti, Cornelia è vittima dell’epidemia. Mentre è in preda alla febbre (forse morirebbe comunque, forse no), Rakel che amorevolmente la assiste, amorevolmente la uccide, premendole un cuscino sulla bocca. È pietà? È eutanasia? Oppure è omicidio, per far proprio un bambino che altrimenti sarebbe d’altri? Rakel non lo sa, non sa perché l’ha fatto, e certo nessuno la sospetterà mai di nulla viste le condizioni gravissime in cui versava Cornelia.

L’epidemia colpisce anche il peschereccio dove si trova Axel, che muore negli stessi giorni.

Georg, perduta la figlia, muore anche lui tempo dopo, annientato dalla disperazione, e finalmente va a riposare con Viola, in una tomba da cui Rakel si sente esclusa.

Rakel rimane sola con Paul, ed ecco spiegato quel ripetitivo Ricordo quando Paul era piccolo… che torna pressoché in ogni pagina, fin dalle prime, anche quando ancora il lettore non ha elementi per sapere chi sia.

Ecco chi era Paul. Il bambino che Rakel cresce, nutre, lava, ama, avvinta a lui come da un incantesimo, fino a tentare di chiuderlo in un mondo irreale e solitario (dietro la finestra, anche lui). Paul, che Rakel desidera come fosse l’ultima possibilità di vita, l’ultima spiaggia dell’amore materno, ma anche l’ultima onda del suo desiderio di donna, fino a indovinare i tratti dell’uomo dentro il ragazzo, fino alle carezze inopportune.

Paul si staccherà da lei, Rakel lo sente, lo sa. Sa che verrà il giorno in cui lei sarà morta e dimenticata e Paul vivrà la sua vita normale, e dormirà lieto in quella stessa casa con la sua ragazza dai capelli rossi.

Così, si chiude una storia-non storia, apatica quanto la sua insopportabile protagonista.

Non è un romanzo sgradevole, e la scrittura è senz’altro intrigante. Ma non c’è sentimento, né coraggio, né verità. Se voleva essere torbido, non ha la scaltrezza necessaria. Se voleva raccontare solitudine e follia, lo fa in maniera tutta formale, senza partecipazione, senza strazio.

Esercizio di stile, lindo e steso come una tovaglia su cui nessuno ha veramente mangiato.

Chiuso il libro, i conti non tornano. Leggere di Rakel – la solitaria, la zoppa, l’umiliata, la pazza, l’assassina – poteva, doveva, fare male molto di più.

Luisella

 

Vorrei poter citare il traduttore, ma… così è scritto: “La traduzione è stata resa possibile grazie al contributo  dello Swedish Institute di Stoccolma e del programma Cultura 2000 della Comunità Europea” .

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Questa voce è stata pubblicata il 16 agosto 2013 da in LETTERA ELLE con tag .

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