NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Maggio 2013: JOYCE CAROL OATES

Joyce Carol Oates “Figli randagi” , edizioni e/o, traduzione di Claudia Valeria Letizia

Non ho particolare interesse per l’adolescenza. L’ho percepita avvilente mentre c’ero dentro e trovo piuttosto irritante osservarla da fuori. Eppure… c’è Figli randagi (edizioni e/o, traduzione di Claudia Valeria Letizia), superba raccolta di sei racconti scritti fra il 1965 e il 1972.

I protagonisti sono “giovani e giovanissimi alle prese con un mondo di adulti che non li comprende” – scrive la stessa Letizia nella postfazione -“al quale loro non sanno adeguarsi o del quale vorrebbero entrare a far parte senza riuscirvi”. Sono racconti solo apparentemente semplici. Si potrebbero dire inutili, come pozze d’acqua sul marciapiede. A che servono, solo ad inzupparcisi le scarpe? No. Se guardate dalla giusta angolazione, riflettono il cielo, facendone dono anche a chi non alza la testa. Questi racconti sono così, e riflettono nella loro acqua sporca la verità la noia l’eccitazione e il pericolo, tutta la luna piena di un tempo ingenuo e disperato. Le storie, di una profondità assoluta, sono caratterizzate da atti di violenza psicologica o fisica, dalla durezza della vita quotidiana, da uno sconfinato bisogno d’amore.

Nel primo racconto, forse il più emblematico, dal titolo Dove stai andando, dove sei stata?, il teppista Arnold Friend – che di friendly ha ben poco – fa questa specie di sermone alla ragazzina che sta importunando: Il posto da cui sei venuta non esiste più e quello in cui avevi intenzione di andare si è annientato. Il posto in cui ti trovi adesso, la casa di tuo padre, non è altro che un castello di carte che io posso buttare giù quando voglio. Tu lo sai, lo hai sempre saputo. 

Ecco, è così, tutto è incerto, i padri assenti, le madri ossessive, le amicizie fasulle, i castelli di carta. Il mondo instabile e per nulla protettivo. Nessuno scampo, nessun rifugio, nessuna sicurezza.

Joyce Carol Oates “Sulla boxe”, edizioni e/o, traduzione di Annarosa Miele

Non ho alcuna passione nemmeno per la boxe, sport (parola che fino a ieri avrei polemicamente virgolettato) di cui non ho mai visto un incontro. Se mi costringessero,  penso resterei a palpebre ben abbassate. Eppure… c’è Sulla boxe (edizioni e/o, traduzione di Annarosa Miele), un saggio del 1987 che – così ha scritto Beniamino Placido – “è un esercizio di stile”. È una riflessione profonda sui lati oscuri dell’uomo, un’indagine sulle radici della rabbia, un’ammissione senza ipocrisie della nostra attitudine all’aggressività e alla guerra.

Perché fai il pugile?” chiesero a Barry McGuigan, il campione irlandese dei pesi piuma. Rispose:”Non so fare il poeta. Non so raccontare una storia…”

Ogni incontro di boxe è una storia – un dramma unico, fortemente condensato e senza parole. Anche quando non accade niente di sensazionale. […] Salire sul ring quasi nudi e mettere a repentaglio la propria vita, significa in un certo senso fare del proprio pubblico un voyeur: la boxe è così intima. Significa allontanarsi dalla coscienza propria di chi è sano, per penetrarne un’altra, che è difficile nominare. Affrontare, e talvolta provare, l’agonia di cui il termine greco agon (“contesa”) è l’etimo.

E più avanti, Oates spiega:

Non ho difficoltà a giustificare la boxe in quanto sport, per il semplice motivo che non l’ho mai considerata uno sport. Niente che la riguardi è simile al gioco, niente sembra appartenere alla luce, al piacere. Nei momenti di maggiore intensità, la boxe pare contenere un’immagine della vita così completa e potente – la bellezza della vita, la vulnerabilità, la disperazione, il coraggio inestimabile e spesso autodistruttivo – che è davvero vita, e nient’affatto gioco. […] Si gioca al football ma non si gioca alla boxe.

Oates ripercorre la storia dei combattimenti gladiatori fino all’abolizione, da parte di Teodorico, nel 500 d.C. La boxe come la conosciamo oggi, deriva da un pugilato a pugni nudi che si combatteva in Inghilterra nel diciottesimo secolo. Passano i secoli, ma il fascino esercitato sulla nostra parte più primitiva, misteriosamente avida di sangue, riemerge e rimane.

La traiettoria della civiltà deve ripiegarsi su se stessa – naturalmente? inevitabilmente? – come il serpente mitico che si morde la coda, in un ritorno di passione per le manifestazioni e i gesti di “ferocia”. […] Ciò di cui, per quanto vanamente, si va in cerca è il sé ancestrale perduto. Come quei residui onirici dell’infanzia che anno dopo anno continuano a sfuggirci ma ai quali, proprio per questo, non possiamo rinunciare e che, tantomeno, riusciamo a disprezzare.

Ma la storia della boxe in America è anche la storia dei neri. Negli Stati del Sud, prima della guerra civile, i proprietari bianchi usavano far combattere tra loro gli schiavi negri e scommettevano sul risultato.

E la boxe è anche menzogna. Noi pugili ci intendiamo di menzogne. Cos’è un finta? Cos’è un jab che si trasforma in gancio sinistro? Cos’è un colpo d’assaggio? E pensare una cosa e farne un’altra…?

La boxe è coltivare con costanza una doppia personalità, il sé nella società e il sé sul ring. Come il grande maestro di scacchi convoglia i suoi impulsi aggressivi sulla scacchiera, che diventa un mondo in miniatura, così il pugile dirige la sua forza contro l’Avversario e, se è un buon pugile e non un mestierante, ne intuirà e contrasterà la strategia di gioco.

Ma è incontestabile che ad occhi inesperti la boxe sembri una cosa folle. E forse questa impressione iniziale non cessa mai del tutto, viene solo sepolta sotto il livello della coscienza. Osservare da vicino la boxe, e osservarla con serietà, vuol dire rischiare momenti di ciò che potremmo chiamare un panico animale […]. A me – scrive Oates – succede di provare coma una vertigine – il fiato che si mozza in gola – una ripugnanza che le parole non possono esprimere, una vera sensazione di disgusto. Che si tratti anche o soprattutto di disgusto di se stessi, è ovvio.

Joyce Carol Oates “Blonde”, ed. Tascabili Bompiani, traduzione di Sergio Claudio Perroni

E infine, non ho una particolare predilezione per Marilyn Monroe. Vedo volentieri i suoi film, e credo sia stata un’ottima attrice, ma non ho mai sentito curiosità verso il mito. Eppure… c’è Blonde (Bompiani, traduzione di Sergio Claudio Perroni), scritto nel 2000, trascinante, coinvolgente e bellissimo, una fiume in piena di oltre settecento pagine, che pur sembrando una biografia di Marilyn Monroe non vuole esserlo. Attenti – dice una nota – si tratta di romanzo, di fantasia. Ma quanta autenticità ne esce, distillata e poderosa.

È inevitabile che il lettore ne riemerga con la netta sensazione di aver conosciuto la vera Norma Jean finalmente rivelata. Dall’infanzia alla morte, da sogno a sogno, da delusione a delusione, da amante ad amante, la bellissima creatura procede dolente inerpicata su tacchi a spillo e stretta in gonne aderenti, fino all’ultimo abito famoso, quello di strass sul corpo nudo che le servì per cantare, con gli occhi vitrei e la voce striminzita trafelata gutturale e sensuale  

Hap-py Birth-day

Mister Pre-si-dent

Hap-py Birth-day

to youuuu…

Tutto questo per dire che eppure si legge. Si legge anche ciò che poteva non attirarci, e si può restare sorprendentemente incantati, presi all’amo. Basta che quella cosa così al di fuori di noi sia scritta col talento, l’attenzione, la sfida, la lama delle parole giuste.C’è una donna – una signora nata nel 1938 a Lockport, vicino alle Niagara Falls, nello stato di New York,  il corpo minuto, il viso timido e dolce, i capelli ricci, gli occhi tondi e lucenti come lampadine accese – che sa farlo. È Joyce Carol Oates. Talento versatile, affamato, rude, quasi morboso nel dire le miserie e gli splendori dell’America.

Ci sono scrittori pur bravissimi che tendono a scrivere sempre nello stesso modo. Quelli che si trovano bene con il racconto breve e non saprebbero dominare il romanzo, quelli che viceversa non hanno il dono della sintesi e il racconto se lo sentono stretto. Quelli di sola poesia, quelli di sola narrativa. Quelli che amano un certo argomento e via via lo ripropongono, pur mimetizzandolo, persino a se stessi. E poi ci sono quelli come lei, che maneggiano ogni strumento e sanno parlare di ogni cosa. Poliedrici, curiosi di tutto, instancabili.

I miei tre esempi sono una minima parte della produzione vastissima e multiforme di Joyce Carol Oates. Romanzi, saggi, poesia, racconti, sceneggiature, libri per l’infanzia…

I suoi personaggi sono socialmente diversi. Sono losers, i disadattati, i perdenti, quelli ai margini, ma sono anche i vincenti, gli spietati, quelli che ce l’hanno fatta.

“Ogni vero artista deve avere a che fare con l’ansia, con l’angoscia, con il dolore e li sopporta in vista di una meta finale. Senza questa mira superiore il dolore diventa gratuito e del tutto insopportabile. Perché c’è una strana forma di follia, di masochismo, nel lavoro dell’artista: come se si provasse piacere nel soffrire”. Così ha detto in un’intervista. E così ha dimostrato in ogni sua opera, dove non c’è paura della paura, non c’è imbroglio, non c’è illusione, non c’è sdolcinatezza né velo confortante teso sugli occhi. Se esiste il male, lo scrittore deve scavarlo. Se il mondo è ferito e colpevole, nelle sue ferite e nelle sue colpe ha il dovere di intingere la penna.

Una lunga carriera di testimone del nostro tempo, costellata da moltissimi premi vinti. Manca (per ora) il Nobel per la letteratura, anche se il suo nome circola puntualmente ogni anno. Sarebbe meritatissimo, per l’impegno che Joyce Carol Oates offre e chiede: “Scrivo per impegnare i miei lettori, uomini e donne, in un dialogo sulla condizione umana, su cosa vuol dire essere umani”.

Luisella Pacco

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4 commenti su “Maggio 2013: JOYCE CAROL OATES

  1. Rose
    6 maggio 2013

    Ciao, Luisella 🙂
    La tua ottima recensione mi ha incuriosito, come sempre. Ho visto che sia Figli randagi che Blonde ci sono in formato kindle e penso proprio di acquistarli.
    Grazie! 🙂

    • luisellapacco
      7 maggio 2013

      Per ora sono ostinatamente affezionata al libro cartaceo, ma approderò anch’io all’e-book prima o poi (con calma…). In qualsiasi formato, comunque sì, te li consiglio 🙂 Grazie.

  2. Rose
    8 maggio 2013

    Anch’io preferirei il cartaceo. E’ solo una questione economica. 😦

    😀

  3. Rose
    17 maggio 2013

    Ho letto Figli randagi.
    Uno dei motivi per cui spesso preferisco i saggi è che la narrativa al giorno d’oggi rispecchia fin troppo la realtà e da quella uno a volte vorrebbe proprio evadere.
    😦

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Questa voce è stata pubblicata il 1 maggio 2013 da in KONRAD Recensioni 2013 con tag , , , .

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