NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Aprile 2013: L’AVVENTURA D’UN POVERO CRISTIANO di Ignazio Silone

Com’era dolce essere bambini, e sulle cose difficili del mondo poter chiedere spiegazioni a qualcuno, grande e affidabile. Papà, perché questo?, e come funziona quest’altro? Sollevare gli occhi, attendere la risposta. Eppure, anche quando siamo adulti e soli, possiamo fare lo stesso. Chiedere ai “grandi”, questa volta intesi in un altro modo.

Lo scorso febbraio, le dimissioni del Papa mi avevano fatto venir voglia di comportarmi così, sollevare gli occhi a uno dei massimi autori italiani del Novecento, Ignazio Silone (1900-1978), come per chiedergli un parere. E tu, che ne pensi? Che ne penseresti, oggi?

L'avventura d'un povero cristianoLo scrittore abruzzese, già notissimo per Fontamara, Pane e vino, Il seme sotto la neve, e altre opere, nel 1968 scrive L’avventura di un povero cristiano trattando con passione e rispetto la vicenda di Celestino V, uno dei pochissimi pontefici dimissionari della storia, colui che fece per viltade il gran rifiuto (anche se non tutti ritengono che Dante con quel verso severo volesse riferirsi proprio a lui).

Di difficile collocazione, l’opera si divide in due parti molto diverse tra loro. La prima è narrativo-saggistica. Silone racconta le sue ricerche, il suo peregrinare nell’amata terra d’Abruzzo nei luoghi di Pietro Angelerio, per ritrovare documenti riguardanti la sua figura e la sua storia. La seconda parte è costituita dal testo teatrale.

Nonostante la struttura bizzarra, il libro riscuote enorme successo, presso il pubblico, forse perché si inserisce nelle riflessioni e negli entusiasmi postconciliari, e presso la critica che lo giudica il punto più nobile e vibrante di tutta la produzione siloniana.

Lo scrittore – che si riteneva “socialista senza partito”, polemico contro il regime partitocratico, e “cristiano senza chiesa”, insofferente al potere delle gerarchie ecclesiastiche – voleva un cristianesimo che tornasse alle origini, alla purezza del messaggio evangelico, all’amore, alla solidarietà, al rifiuto di ogni vanità e potere.

La vicenda di Celestino V era quindi terreno ideale per indagare sulla questione a lui più cara come intellettuale e come uomo: quella dell’individuo che non accetta compromessi, che resta nudo davanti alla propria coscienza. Una questione tutt’altro che antica; sempre attuale. Tutt’altro che esclusivamente religiosa; anche politica.

Pietro Angelerio, l’eremita di Morrone, nel 1294 viene eletto Papa per necessità, per imbarazzo (il trono di Pietro risultava vacante da lunghissimo tempo, il conclave non trovava un accordo a causa delle lotte tra le due fazioni di elettori), e per opportunismo (chi voleva il controllo, riteneva di poterlo gestire agevolmente con un Papa marionetta al quale muovere i fili, un uomo ingenuo, senza esperienza, non troppo colto, forse non troppo sveglio).

La nomina coglie Pietro di sorpresa, lo riempie di dubbi morali. Quando gli offrono un cavallo bianco, tutto bardato di rosso, per il viaggio fino all’Aquila, il nuovo Papa rifiuta, dicendo di preferire l’asino.

Se cominciassi a preferire il cavallo all’asino, le belle vesti di seta al panno ruvido, la tavola riccamente imbandita all’umile desco senza tovaglia, finirei col pensare e sentire come quelli che vanno a cavallo, vivono nei salotti e banchettano. Ora, per conto mio, non penso che un’autorità religiosa abbia assolutamente bisogno di lusso per ispirare rispetto. Anche nella mia nuova condizione, non intendo separarmi dal modo di vivere della povera gente a cui appartengo.

E confidandosi con un fraticello, spiega le sue ansie.

Non è stata una scelta facile, come puoi immaginare. […] Se accetto, mi dicevo, pecco di presunzione? Io sono un povero cristiano qualsiasi e come posso ardire di diventare il vicario di Nostro Signore tra gli uomini? A questo dubbio ne subentrava però un altro, del tutto opposto. E se, per non peccare di presunzione, peccassi di viltà e di sfiducia nell’aiuto dello Spirito Santo? […] Appena però propendevo per l’accettazione e riflettevo ai miei doveri imminenti, mi sentivo daccapo cadere le braccia. Mi chiedevo: dove troverò il sapere, la saggezza, l’esperienza che mi mancano? Di chi potrò fidarmi nella curia di Roma?

Bastano pochi mesi di pontificato, e il suo disagio diventa penoso. Abissale la differenza tra la sua concezione di Chiesa e tutto ciò che invece lo circonda:  intrighi di palazzo, beghe per il potere, malignità. A Celestino piacerebbe amministrare la Chiesa come faceva col suo piccolo gruppo di fraticelli, o come si farebbe in una famiglia, con amore reciproco e totale fiducia. Ma il cinico cardinale Caetani, futuro Bonifacio VIII, gli rimprovera aspramente la sua ingenuità. La Chiesa, gli fa notare,  ormai è una potenza, anzi, la più elevata della potenze, e deve regolarsi come tale. Non si governa col Pater Noster.

A Celestino, che con sgomento arriva a dire che è difficile essere Papa e rimanere un buon cristiano, non resta che la rinuncia e tutto quel che ne segue (la fuga, la prigionia, la morte, forse ordinata dallo stesso Bonifacio).

L’avventura d’un povero cristiano  è un testo assolutamente moderno, raffinato e profondo, ma allo stesso tempo semplice, che parla quasi sottovoce all’anima e lascia sospese domande importanti – valide per il credente come per l’ateo – sul compromesso, sulla fermezza, sul coraggio dell’umiltà, sulla seduzione del potere. Domande sul senso della nostra piccola vita.

Luisella Pacco

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2 commenti su “Aprile 2013: L’AVVENTURA D’UN POVERO CRISTIANO di Ignazio Silone

  1. Rose
    6 aprile 2013

    Davvero una bella recensione, cara Luisella, per un testo attualissimo, alla luce degli accadimenti vaticani e sempre attuale, per la coscienza di ogni cristiano. Grazie. 🙂

    • luisellapacco
      6 aprile 2013

      Grazie a te 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 6 aprile 2013 da in KONRAD Recensioni 2013 con tag .

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