NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Febbraio 2013: STORIA DI UN CORPO di Daniel Pennac

Non parlo mai volentieri di libri già sulla scia del successo, ben in vista sugli scaffali delle librerie, sostenuti dalla pubblicità, commentati da decine e decine di firme autorevoli, destinati alla vendita di moltissime copie. Perché rischio di ripetere il già detto, e perché sento che il mio contributo è ancor più umile e inutile del solito. Però… Però. Se un libro mi piace, mi piace, e la voglia di parlarne non sente ragioni.

Pennac 002

Storia di un corpo di Daniel Pennac, 2012, Feltrinelli (collana I narratori)
€ 18,00, 341 pagine, Traduzione di Yasmina Mélaouah

Come per Storia di un corpo, ultimo lavoro di Daniel Pennac, tradotto per noi da Yasmina Melaouah. Non a caso uso la parola “lavoro”, sufficientemente nebulosa e vigliacca, dietro alla quale nascondermi per evitare di ammettere che non so come definirlo: non romanzo (non ne ha la struttura), non vero diario (anche se lo sembra), non saggio (anche se pone molte domande sulla vita dell’uomo e sul suo senso).

Lison, dopo la morte del padre, riceve un pacco. Dentro, c’è il diario che egli ha tenuto dai dodici anni fino alla fine dei suoi giorni, a ottantasette suonati. Un journal incentrato quasi esclusivamente sulla fisicità. Così, Lison legge di un bambino e della sua cacca nei pantaloni, di un ragazzino alle prese con le scoperte portentose di un corpo che cresce, di un giovane uomo con la sua muscolatura guizzante, di un uomo maturo con i suoi sciocchi malanni, di un vecchio che non riesce più a salire le scale.

Dalle cose che tutti abbiamo sperimentato – andare dal dentista, giocherellare con la punta del naso nei momenti di noia, il nuovo puntino rosso di un piccolo angioma, il piacere del rumore della ghiaia sotto i passi, il mal di testa, l’eccitazione sessuale, l’epistassi, una notte in bianco, la diarrea, una macchiolina color caffè sul dorso della mano, il raffreddore – fino alla malattia, all’avvicinarsi della morte: tutto, tutto è stato registrato, con metodicità, considerazione, amore. Un sentimento sincero ed entusiasta verso questo corpo straordinario che ci sostiene e protegge, ci accompagna, ci difende, ci tradisce. E cambia continuamente: diamine, se cambia.

Certi cambiamenti del corpo mi fanno pensare a quelle vie che percorro da anni. Un bel giorno un negozio chiude, l’insegna è scomparsa, il locale è vuoto, c’è un cartello affittasi, e ti domandi cosa c’era prima, cioè la settimana scorsa.

Forse non c’è epoca che abbia così tanto esibito il corpo, quanto questa in cui viviamo. Nelle interviste concesse per promuovere il libro, lo scrittore francese l’ha ripetuto spesso. Cinema, pubblicità, pornografia, body-art. Del corpo si fa continuo e misero spettacolo, dimenticando persino il pudore più elementare. Eppure – aggiunge – paradossalmente questa è al contempo un’epoca che dimentica il corpo, lo dà per scontato, non se ne cura davvero. Ci si preoccupa di come il corpo appare, certo, ma non di come funziona. C’è una sostanziale indifferenza nei confronti dei suoi meccanismi arcani e meravigliosi.

Se pensiamo a noi stessi, pensiamo solo alle nostre emozioni. Al nostro cuore innamorato, ma non a come miracolosamente batta, di media centomila volte in un giorno. Alla  ragione delle nostre lacrime, ma non di quanto nobile lavoro abbiano svolto le ghiandole lacrimali.

Chi ha tenuto un diario (della specie più ovvia: un diario intimo, emotivo) lo sa bene. Ci sono giorni troppo riflessivi in cui vien facile girarsi sui tacchi del tempo e guardare indietro. Che tenerezza, allora, e che sgomento, rileggere quelle vecchie righe colme di trepidazione, ritrovare quelle passioni tumultuose che parevano soffocarci, così gravi, così fondamentali da dare o togliere significato alla stessa esistenza. Ma chiediamoci per un solo istante: mentre eravamo occupati a fare tutte quelle cose assai coinvolgenti – amare, restare soli, innamorarci di nuovo, sperare, elaborare un lutto, risollevarci, ridere, fare progetti, restare delusi – mentre tutto questo ci accadeva, chi c’era con noi?

C’era il nostro corpo. Fedele, paziente, fortissimo. Lui si addormentava e si svegliava, mangiava e digeriva, respirava e sudava, lui ci teneva saldi in piedi anche nella disperazione, lui ci cullava nel sonno anche dopo una brutta giornata. Bravo, puntuale, disciplinato come un soldato.

Eppure, nei nostri diari non ce n’è traccia. Non una parola che gli renda merito.

Gli scrittori di professione non hanno fatto di meglio, trascurandolo incessantemente. Forse questo libro di Pennac – schifoso e commovente, brillante e profondo – è il primo vero innovativo tributo che la letteratura abbia concesso al corpo.

La quarta di copertina dice ironicamente: “Un romanzo fortemente raccomandato a tutti quelli che hanno un corpo”.

Aggiungerei, a quelli che ce l’hanno ma l’hanno scordato, ignorato, lasciato inosservato negli anni, considerato il guscio banale di altre cose a cui diamo troppa importanza.

Per un po’ lasciamoli stare, gli stupidi turbamenti sui quali tutto è stato detto, e occupiamoci di lui.  Quel tanto che basta per ascoltarlo, per farselo amico, per dirgli due o tre parole al giorno: come stai, buongiorno, buonanotte. E grazie, soprattutto grazie.

 Luisella Pacco

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Un commento su “Febbraio 2013: STORIA DI UN CORPO di Daniel Pennac

  1. Rose
    2 febbraio 2013

    Quando non si più giovanissimi, si diventa più consapevoli del proprio corpo, perchè il suo buon funzionamento che prendavamo per scontato, come dici tu, comincia ad incepparsi. Allora il cuore non è più la sede dei sentimenti, ma un muscolo un po’ stanco di pompare, l’orecchio cessa di essere un pretesto per graziosi pendenti e diventa un problema e… così via.
    Non so se ho voglia di leggere questo libro, cara Luisella, perchè il mio corpo comincia a farsi sentire troppo spesso e non riesco più ad ignorarlo.
    Però la recensione mi è piaciuta. 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 30 gennaio 2013 da in KONRAD Recensioni 2013 con tag , .

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