NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Dicembre 2012 Gennaio 2013 VENIVAMO TUTTE PER MARE di Julie Otsuka

Sulla nave eravamo quasi tutte vergini.

Questa è la prima frase. A leggerla con attenzione, contiene in sé tutti gli elementi della storia che il libro ci racconterà.

Sulla nave.  Dunque c’è un viaggio per mare, con tutto quello che comporta. Gli enigmi, le incertezze, le notti e i giorni, qualcosa che resta alle spalle e qualcos’altro che s’intravvede all’orizzonte. Due paesi, due sponde, due vite.

Eravamo . E c’è questa prima persona plurale, che ci accompagnerà lungo tutto il romanzo. Eravamo. Ci chiedevamo. Dormivamo. Soffrivamo. Ci lamentavamo. Mangiavamo… Un plurale struggente, poetico, ipnotico, che pur creando l’idea di un gruppo, riesce a comunicare una solitudine angosciosa, come se di un torrente riuscissimo a sentire la corsa disperata di ogni singola goccia, di un bosco il tremito sottile di ogni foglia. Un plurale che ci tirerà la mano in ogni pagina, come in una preghiera. Ascoltaci. Non ascoltare solo me. Ascoltaci tutte.

Quasi tutte vergini.  Come dev’essere lo stato d’animo di donne, giovanissime ma anche quasi quarantenni, che non hanno conosciuto nulla, né il corpo di un uomo né qualsiasi esperienza del mondo? Come dev’essere, stare lì, sul ponte di una nave a guardare i passeggeri bizzarri, dal volto nuovo e diverso dal loro, a chiedersi come sarà, lì, laggiù, in un continente pieno di misteri, con lui… Come dev’essere immaginare l’amore, nel terrore dell’onda che le strappa da ogni cosa nota per consegnarle alle mani di un uomo mai visto, un marito conosciuto solo in fotografia…

Una prima frase e già siamo dentro queste donne, nel loro cuore smarrito.

Venivamo tutte per mare di Julie Otsuka 2012, Bollati Boringhieri € 13,00 142 pagine Traduzione di Silvia Pareschi

 

Venivamo tutte per mare, romanzo di Julie Otsuka, racconta l’odissea di queste donne giapponesi che a migliaia, all’inizio del Novecento, lasciarono la patria per raggiungere in California uomini emigrati tempo prima, visti solo in fotografia, sposati per procura.

Ma la fotografia era vecchia di decenni e le lettere (in cui i mariti raccontavano di essersi ben sistemati) erano scritte da altri, da professionisti della bella calligrafia e delle parole dolci e menzognere.

Quando sbarcano – strette nel kimono logoro, con l’instabilità del mare ancora nei zoccoletti di legno -, queste donne scoprono la verità. La verità brutale di una prima notte d’amore che non è d’amore, di un lavoro che spezzerà loro la schiena o la dignità o entrambe, di un ambiente ostile che le considererà via via buffe, gentili ma strambe, laboriose ma diverse… Infine pericolose. Nemiche.

Saranno anni di sofferenza, di pazienza, di fatica, di sopportazione.

Impareranno nuove parole, partoriranno i loro figli, cercheranno di farsi accettare, e di accettarsi loro stesse, rammendando ogni giorno un’anima bucata da spilli di nostalgia e di infiniti rimpianti.

Sono vittime di quel razzismo che anche noi italiani in America abbiamo sofferto (e che oggi, popolo di smemorate carogne quali siamo, risputiamo addosso ad altri). Ma dopo Pearl Harbour, per i giapponesi è peggio. Cala su di loro la scure del provvedimento di Roosevelt: la detenzione in campi di concentramento.

Additate come complici del nemico, anche queste piccole donne, i loro mariti, le loro famiglie operose che nulla c’entrano con la guerra, cominciano a temere ogni sguardo. Arrivano a vergognarsi delle tradizioni fino ad allora rispettate, dei più teneri ricordi custoditi.

Di sera, bruciano tutto ciò che può farli considerare legati al Giappone: altari di famiglia buddisti, bacchette di legno, lanterne di carta, foto… Ho guardato il volto di mio fratello incenerirsi e librarsi nel cielo. Ma non serve a niente. Si finisce comunque sulla lista nera di quelli che verranno portati via nella notte, o all’alba, domani o dopodomani…

Nell’ultimo capitolo del libro, il “noi” non è più quello delle donne, ma degli americani che si sorprendono della loro scomparsa. Dove sono andati i giapponesi? Dov’è il gentile signor Harada della Harada Grocery che nel suo grembiule verde ci offriva la menta fresca e la fragola perfetta?

Ci sono vari modi per raccontare le pagine peggiori della Storia.

Julie Otsuka racconta così, con la geniale trovata di questo noi corale e incantatorio, e di immagini modeste e vividissime, tanto più potenti quanto più sono umili. Case sprangate e vuote, cassette postali traboccanti, verande sbilenche, erbacce che spuntano nei giardini. Gli ultimi carichi di bucato ancora stesi ad asciugare, che più nessuna signora giapponese ritirerà…

Parlare di questo romanzo è anche pretesto per sollevare la questione della traduzione, arte nobilissima che necessita non solo della conoscenza delle due lingue da e verso le quali si traduce, ma anche di intuito, di sensibilità e di una raffinata cultura. Lavoro difficile e spesso ingrato. Quante recensioni citano degnamente il traduttore? Quanti lettori sono consapevoli del lavoro sfiancante che è stato fatto per loro? E se talvolta anch’io ho peccato in questo senso, prometto che d’ora in poi non lo farò più.

Questo libro è stato tradotto da Silvia Pareschi di cui ho recentemente scoperto il blog ninehoursofseparation.blogspot.it, che vi invito a visitare.

In un riquadrino a destra, c’è la frase che d’ora in poi voglio tenere a mente: “I libri non si traducono da soli. Citate il traduttore nelle recensioni”. E c’è una sezione dedicata alle più belle parole sul tradurre.

Ad esempio quelle di Gesualdo Bufalino: “Il traduttore è l’unico autentico lettore d’un testo. Non dico i critici, che non hanno voglia né tempo di cimentarsi in un corpo a corpo altrettanto carnale, ma nemmeno l’autore ne sa, su ciò che ha scritto, più di quanto un traduttore innamorato indovini”.

O quelle di Carlo Fruttero: “Al traduttore […] si chiede di essere insieme, e a freddo, Napoleone e il suo più infimo furiere, di avere lo sguardo d’aquila dell’uno e la maniacale pignoleria dell’altro. Gli si chiede di dominare non una lingua, ma tutto ciò che sta dietro una lingua, vale a dire un’intera cultura, un intero mondo, un intero modo di vedere il mondo. E di sapere annettere imperialisticamente questo mondo a un altro del tutto diverso, trasferendo ogni sfumatura, registro, accento, allusione, tonalità entro i nuovi confini. Gli si chiede infine di condurre a termine questa improba e tuttavia appassionata operazione senza farsi notare, senza mai salire sul podio o a cavallo. Gli si chiede di considerare suo massimo trionfo il fatto che il lettore neppure si accorga di lui. … Il traduttore è l’ultimo, vero cavaliere errante della letteratura.”

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7 commenti su “Dicembre 2012 Gennaio 2013 VENIVAMO TUTTE PER MARE di Julie Otsuka

  1. Grazie! E complimenti per la bella recensione 🙂

    • luisellapacco
      1 dicembre 2012

      Grazie 🙂

  2. Rose
    30 novembre 2012

    Bella recensione, ben articolata. Io ho apprezzato molto il libro della Otsuka e l’ottima traduzione di Silvia Pareschi. Condivido quanto dici sul lavoro, importantissimo e difficile del traduttore. Occorre rendere i lettori più consapevoli di questo aspetto. Grazie. Rose

  3. PS: Sulla pagina fb “Il nome del traduttore” il tuo commento è stato menzionato come “scaldacuore per traduttori”.

  4. Franco
    2 dicembre 2012

    un traduttore ringrazia….Un libro che acquisterò sicuramente

    • luisellapacco
      3 dicembre 2012

      E io ringrazio il traduttore che ha avuto voglia di leggermi 🙂

  5. marisa
    4 dicembre 2012

    Ho avuto fin da giovane l’idea che il lavoro del traduttore fosse un parente stretto dell’arte letteraria e confesso che mi sono talvolta dilettata, con molta modestia, a tradurre brevi opere di narrativa.
    Il piacere che se ne ricava è tutt’uno con la difficoltà di “entrare” nell’autore senza mai prevaricarlo o sostituirsi a lui, rimanendogli fedele e nello stesso tempo ricreando nella propria lingua la magia del suo pensiero.

    Ma venendo alle tue recensioni, colgo quanta sensibilità e acutezza di spirito ci siano dietro ogni commento di un testo. Del resto, non potrebbe essere diversamente poiché sono convinta che il tuo vero “mestiere” sia la scrittura, quella d’autore.

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Questa voce è stata pubblicata il 29 novembre 2012 da in KONRAD Recensioni 2012 con tag , .

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