NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Novembre 2012 IL MIO CARSO di Scipio Slataper

Vorrei dirvi: Sono nato in carso, in una casupola col tetto di paglia annerita dalle piove e dal fumo. C’era un cane spelacchiato e rauco, due oche infanghite sotto il ventre, una zappa, una vanga, e dal mucchio di concio quasi senza strame scolavano, dopo la piova, canaletti di succo brunastro.

Questo l’incipit di un libro. E i libri sono come le persone.

Immaginate un vecchio parente, che partecipa ad ogni festa familiare. Ti accorgi poco di lui o di lei. È cortese e dolce, arriva col suo vassoio di paste e se ne va dandoti una carezza. Non ci parli tanto, non conosci i suoi intimi pensieri. Sai che verrà, che sederà e mangerà, e ti guarderà col suo affetto silenzioso e costante. Quella persona c’è. Ci sarà. È scontato.

Poi viene una festa in cui non c’è più, la sua seggiola è vuota. E allora ti rendi conto che non gli avevi mai dato la giusta attenzione. Chissà quante cose belle avrebbe potuto raccontarti.

Ecco, ci sono libri così. Ti guardano dalla libreria come da quella seggiola, con amorevole pazienza. Sono sempre stati lì, li hai trovati in casa. Non ricordi di averli comprati. Cosa ci sia dentro, esattamente, non sai. Non li hai mai letti, anche se è brutto da ammettere. Sfogliati forse, o conosciuti a brandelli d’antologia, o usati maldestramente per un tema di scuola. Ma letti veramente, no…

Il mio Carso stava sullo scaffale col pudore muto e gentile di un vecchio zio. Perché darmi pena di leggerlo se mi sembrava di conoscerlo comunque, per sangue terra diritto?

Tardi, tardissimo, arriva il momento di farsi delle domande migliori. E allora lo cerco quasi convulsamente, ne ho bisogno. Quando lo trovo – copia mal ridotta del 1970 che era costata lire 800 – sono felice, di una felicità semplice e bizzarra, perché Il mio Carso mi sta – finalmente – chiamando.

Sarà stato il riprendere, dopo una brutta estate che impediva ogni cosa, le consuete lunghissime passeggiate. Sarà stato quel sommacco che inizia ad arrossire, come una guancia che fa tenerezza.

Sarà stato il tempo, che allo scoccare dei cent’anni pizzica le corde della consapevolezza come un suonatore.

Più concretamente, sarà stata la bella mostra fotografica presso il Magazzino delle Idee, che ha preso il via il 27 settembre e che rende omaggio a Scipio Slataper (1888-1915) e al suo capolavoro, pubblicato per la prima volta a Firenze, nel 1912, nella Libreria della “Voce”.

Sede semplice e bellissima, luogo legato alla storia del porto e delle merci, della Trieste operosa e brulicante (E io vado per le strade di Trieste e sono contento che essa sia ricca, rido dei carri frastornanti che passano, dei tesi sacchi grigi di caffè, delle cassette quasi elastiche dove fra trine e veli di carta stanno stivati i popputi aranci…), ora ripensato in chiave culturale, il Magazzino consente di perdersi in spazi bianchi ed essenziali, e di catturare con un occhio vergine tutta la poesia delle parole di Slataper e le immagini di diciannove fotografi (Carlo Alberto Andreasi, Luca Bellocchi, Elisa Biagi, Primoz Bizjak, Marco Covi, Paola di Bella, Marcus Gabriel, Elio Germani, Fabrizio Giraldi, Stefano Graziani, Roberto Kusterle, Laura Leita, Gianni Palcich, Roberto Pastrovicchio, Alessandro Ruzzier, Sergio Scabar, Mario Sillani Djerrahian, Marco Spanò e George Tatge) chiamati a costruire un percorso di interpretazione di questa terra.

Scrive Marco Spanò dell’Associazione Nadir Pro: “Il Carso inteso non solo come spazio geografico che circonda e vigila, protegge e si protende sulla città e sul mare, suo complemento antitetico, ma anche come meta di ricerca di una purezza perduta, o incontaminata. Il Carso non solo come luogo fisico, punto di incontro e di passaggio, crocevia di culture, di comunità, di lingue, di persone, ma anche come spazio mentale, come dimensione ancora da conoscere e da scoprire, confine da oltrepassare, viaggio interiore”.

Che il Carso sia viaggio, lo dice anche Slataper, con le parole che aprono la terza parte dell’autobiografia lirica. Ho ritrovato il mio carso in un periodo della mia vita in cui avevo bisogno di andar lontano.

Quasi tutte in bianco e nero, le foto della mostra: misteriose, raffinate, pallide, di pietre e di rami secchi, di luci e di ombre, di dettagli raso terra e di orizzonti larghi, di scuri profondi e improvvise aperture ariose.

Bastano pochi minuti, nelle sale lattiginose e sgombre, per restare affascinati ed immersi, nel silenzio rotto da un sottofondo come di passi su un sentiero di sassi. Allora senti che quel libro può esserti fratello di emozioni, guida, compagno. Devi solo salire al Carso con amore. Non serve l’abito buono. Buone, robuste, solo le scarpe. Non è per far festa, che vai, né per il gelato a Basovizza o Opicina, o per ingorgare di macchine l’imbocco di un sentiero. Se facciamo questo, abbiamo sbagliato tutto.

È – dovrebbe essere – per altro, e allora potresti sentire che dopo cent’anni non è cambiato nulla, che ogni sensazione di Slataper è tua e attuale senza differenze. Che il Carso è l’anima nostra, e il passo che lo attraversa può essere sempre uguale, nelle bellissime lunghe ore…

Lunghe ore di calcare e di ginepri. L’erba è setolosa. Bora. Sole. La terra è senza pace, senza congiunture. Non ha un campo per distendersi. Ogni suo tentativo è spaccato e inabissato. Grotte fredde, oscure. La goccia, portando con sé tutto il terriccio rubato, cade regolare, misteriosamente, da centomila anni, e ancora altri centomila.

Ma se una parola deve nascere da te ― bacia i timi selvaggi che spremono la vita dal sasso! Qui è pietrame e morte. Ma quando una genziana riesce ad alzare il capo e fiorire, è raccolto in lei tutto il cielo profondo della primavera. Premi la bocca contro la terra, e non parlare.

La notte; le stelle impallidenti; il sole caldo; il tremar vespertino delle frasche; la notte. Cammino.

Dio disse: Abbia anche il dolore la sua pace.

Dio disse: Abbia anche il dolore il suo silenzio. Abbia anche l’uomo la sua solitudine.

Carso, mia patria, sii benedetto.

La mostra fotografica chiuderà il 4 novembre. A chi legge questo articolo in tempo, consiglio caldamente una visita.

Senza scadenza invece, Il mio Carso. Non commettete il mio medesimo errore, leggendolo troppo tardi o mai solo per la presunzione tutta triestina che comunque vi appartenga.

Senza tempo, infine, il nostro Carso, aspro ed eterno, da amare godere e difendere.

Il mio carso è duro e buono. Ogni suo filo d’erba ha spaccato la roccia per spuntare, ogni suo fiore ha bevuto l’arsura per aprirsi. Per questo il suo latte è sano e il suo miele odoroso.

Luisella Pacco

Il Mio Carso 100 anni 100 immagini. Omaggio a Scipio Slataper

Magazzino delle idee, Corso Cavour (ingresso lato mare) Trieste – Tel. 040 660861

27 settembre – 4 novembre 2012

Ingresso gratuito.

Orario: lunedì e giovedì 10-13/15-17, martedì e mercoledì 10-13, venerdì, sabato e domenica 10-20.

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Un commento su “Novembre 2012 IL MIO CARSO di Scipio Slataper

  1. Rose
    2 dicembre 2012

    Troppo tardi per la mostra e poi, abito lontano, ma cercherò il libro. Sei stata molto convincente. 😀

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Questa voce è stata pubblicata il 1 novembre 2012 da in KONRAD Recensioni 2012 con tag .

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