NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

TUTTO ALLA ROVESCIA

 (Concorso Internazionale di Scrittura femminile 2007 – Terzo premio)

Giuria su TUTTO ALLA ROVESCIA

TUTTO ALLA ROVESCIA

Ha lasciato il bagno in disordine, matite e ombretti sparsi sulla lavatrice, il rossetto aperto sulla mensolina sotto lo specchio. Se fossi una femmina, lo proverei e farei le smorfie guardandomi. Invece sono un maschio e mi sono limitato a chiuderlo. Ho radunato tutte le matite e le altre cose dentro un borsellino, ho pulito la lavatrice dai leggeri puntini perlati che erano rimasti appiccicati, e sono uscito. Spegnendo la luce del bagno, per un secondo sono rimasto nel buio totale. Solo dopo, quando gli occhi si sono abituati, ho cominciato a vedere quella intermittente e stupida della televisione oltre la porta del soggiorno. Ma quel buio mi era piaciuto, così sono andato a spegnere anche la tv e mi sono messo in poltrona, con i piedi sghembi, e per buoni venti minuti non ho fatto altro che fissare l’oscurità.

Oggi lei è andata a festeggiare la festa della donna, insieme alle amiche. Mi ha lasciato solo, salutandomi distrattamente, dicendo “… il mio ometto”. Ormai dice sempre così, il mio ometto, e questo la fa sentire tranquilla: può lasciarmi solo, può chiedermi di cucinare, di stendere i panni, di fare pulizie. Dopotutto, sono un ometto.

Prima di uscire mi ha rimproverato, ma senza autorità. Come fa lei, con stanchezza. “Cosa ci fai ancora attaccato a quel computer?” Non ha atteso una risposta, era già sulla porta. “Niente”, ma lo mormoravo all’appartamento vuoto. Non può nemmeno immaginare cos’è che faccio…

Si crede una brava madre, ne è sinceramente convinta. Si crede anche una donna in carriera. Ma non è né l’uno né l’altro: è una donna in corriera, agitata e misera, ed è una madre inesistente.

Di tutto quello che potrebbe darmi, a me manca soprattutto la sua voce. Mi parla poco, non mi racconta niente, né chiede che le racconti.

Mi porta raramente con sé, solo quando le serve di mostrarmi come un trofeo. Ad esempio quando voleva sedurre un divorziato con una bambina di nove anni, ha messo in mezzo anche me che ne avevo undici perché facessi amicizia con la mocciosa e le spianassi la strada. Per due settimane ci siamo comportati come padre madre figlio e figlia – ma io sapevo che era per due settimane. Mentre eravamo fuori tutti e quattro, lei si comportava benissimo: in pizzeria mi diceva “Mangia, amore, mangia” o mi metteva la mano sulla testa con un gesto goffo finché lui, guardandole le tette, diceva “Sei brava, proprio una brava mamma…”.

Una sera mi fece un discorsone. Piangeva e tremava, non si era neanche truccata quel giorno (il che significa tragedia). L’amore era finito, non dura mai molto, perché lei è una che s’appiccica e gli uomini hanno paura. “Dobbiamo essere forti” disse, ma da come lo diceva capivo che il succo era un altro: dovevo essere forte io, per tutti e due.

Se avessi una nonna… o magari una bisnonna, perché oggi le nonne non bastano più. Non hanno i capelli bianchi e raccolti, non sferruzzano cose che tu ti vergognerai ad indossare, non ti guardano con emozione. Le nonne di oggi vanno in palestra per rassodare i glutei (e poco importa se le braccia sono drappeggi rococò), hanno il cellulare, sono sempre in giro. Seguono i corsi di informatica, quando va bene… Quando va male, fanno corsi di flamenco e diventano distratte e nervose, dormono agitate perché fanno sogni erotici su Joaquin Cortés.

Se avessi una bisnonna, dicevo… ecco, forse lei sì potrebbe capirmi, calmarmi, carezzarmi la testa anche quando nessuno le dice brava per questo, prepararmi un brodino. E non è vero che detestiamo queste cose, facciamo solo finta aspettando che arrivino ancora.

Ma siamo lontani, lontani da tutto e tutti, da mio padre e dalle mie nonne e bisnonne. Siamo lontani dalla mia città. Siamo in un deserto. Mia mamma è una di quelle che quando decidono di crearsi i propri spazi, si bruciano tutto attorno, e non colgono la differenza.

Che cosa farà stasera? Ballerà? O parlerà con le amiche sempre delle stesse cose? Quanto sono brave le donne a parlarsi addosso, quando cominciano non la smettono più, usano frasi di un certo tipo: per dire “Sono felice” dicono “Sto attraversando una fase molto positiva”, per dire “Sono incasinata” dicono “Sono in un fase difficile, devo fermarmi a riflettere sui segnali che il mio inconscio mi sta mandando…”.

Quando una donna comincia a parlare così, vuol dire che è depressa. E se mia madre dice di attraversare una fase di pienezza emotiva – lo ha detto stamattina al telefonino parlando con la sua amica Consuelo, che si è rifatta il labbro superiore la scorsa settimana – vuol dire che siamo già nella merda.

Vuol dire che si truccherà di più, che comprerà un profumo carissimo che ammazza anche le zanzare, che si farà fare la french manicure e d’ora in poi avrà le unghie squadrate con una lunetta sfavillante e cattiva. E quel che è peggio, si farà i capelli lunghi e ricci con le extension.

Da quanto tempo esiste quella maledetta roba? Quando ero piccolo mi accoccolavo vicino a lei sul divano e le mettevo le dita nei capelli. Erano pieni di nodi nascosti. Mi pareva che lo fossero anche i suoi pensieri. E infatti, poco dopo le prime extension, se ne andò di casa portandomi con sé.

Mi piacerebbe solo che in una serata come questa, quelle amiche si guardassero negli occhi, nel mascara allungante, e a una, almeno a una di loro venisse in mente una domanda: c’è qualcuno a casa che sta pagando per quello che vogliamo essere?

Ma non credo possa succedere. E anche se una ci provasse, le altre le darebbero addosso come belve: “Ehiiii, questo è un ricatto morale!”. Lo vedono dappertutto, il ricatto morale, anche se uno le ferma per strada per chiedere l’ora.

Qual è la guerra di mia madre? Per cosa combatte, e contro chi? Eppure quando esce sembra proprio un soldato, con la pancia scoperta e abbronzata da fare paura, anche in inverno, e indossa stivali con la punta a puntissima, che se li conficcasse nel ventre di qualcuno lo farebbe fuori. E mica solo lei. Le guardo tutte per strada, bardate per uccidere. Eppure quando un uomo chiede a mia madre com’è, lei risponde: “Oh, sono dolce… molto dolce”.

Ma io so cos’è la dolcezza, lo so ogni sera quando vado a letto. Accendo il mio lettore mp3, e improvvisamente lo so.

È questo che faccio al computer. Vado su un sito di audiolibri. Ci sono dei volontari che prestano la loro voce per leggere libri famosi. Serve soprattutto ai ciechi, ma anche a chi è solo e ha bisogno di una voce, una qualsiasi. Ho trovato delle favole, lette bene, teneramente, da una donna, nickname Cinderella68. Ho scaricato tutte quelle di Andersen, qualcuna di Fedro, e qualsiasi altra cosa letta da lei. Ormai mi sono affezionato. La immagino carina e struccata, se la abbraccio odora di sapone, è un odore delicatissimo e leggero. Ha i capelli lisci, e se ci metto le dita in mezzo posso farle scorrere fino alle punte, piano piano. Sono capelli freschi e sani, semplici. È tutta semplice, ha le unghie normali, porta scarpe normali, e se parlasse di sé lo farebbe con parole normali. Direbbe “Sto bene” o “Sto male”, ma certo non attraverserebbe fasi.

Ascoltarla mi dà fiducia: forse non tutte le donne sono impazzite… Sono sicuro che ha dei figli e che con loro è in gamba. Se non ne ha, allora vuol dire che al mondo va tutto alla rovescia.

Scarico le favole sul lettore mp3, poi vado a letto.

Oggi ascolterò Scarpette rosse. Accucciato sotto le coperte, sul fianco sinistro, la guancia sinistra affondata nel cuscino, terrò soltanto l’auricolare destro, il volume regolato al minimo, e mi sembrerà di avere sul collo la voce di una mamma all’antica, che è sempre stata lì per me, per sussurrarmi il mondo.

È uno strano momento, in cui si mischia tutto, in cui sono ragazzo e sono bimbo, sono grande e sono piccolo, sono forte e sono stremato: sono figlio di una mamma virtuale e sono padre di quella vera che rientrerà tra poco. Mi preoccupo per lei e parlo da solo… dove sei?… non fare troppo tardi… se con le amiche hai soltanto bevuto, mangia qualcosa, ti ho lasciato una porzione di pasticcio nel forno, basta che lo scaldi… buonanotte… cosa? io? sì, mi sono preparato lo zaino, ho fatto inglese, risolto le equazioni, e ho scritto il tema… su cosa? oh niente, sulle donne…

Luisella Pacco

 

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Un commento su “TUTTO ALLA ROVESCIA

  1. Rose
    9 gennaio 2013

    Ciao, Luisella. Ma quanto mi sono gustata questo racconto! Non ci ho sentito nemmeno la malinconia del bambino trascurato, tanto ero intenta a godermi la descrizione che gli fai fare delle mamme attuali e delle nonne. 🙂
    Oggi al telegiornale dicevano che una larga percentuale di disoccupati sono donne che avevano un lavoro, ma in seguito sono “tornate all’inattività”. E’ sì, perchè, se una donna non ha un lavoro retribuito, non fa niente dalla mattina alla sera. Che cucini, lavi, stiri, pulisca casa, curi il giardino, segua i figli e magari un anziano malato cosa vuoi che sia? Bah!
    Scusa la filippica. Il racconto è bellissimo. Grazie.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 settembre 2012 da in Racconti brevi.

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