NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

L’OMBRA A MEZZOGIORNO

(Concorso Internazionale Scrittura femminile 2011 – Primo premio)

Giuria su OMBRA A MEZZOGIORNO

L’OMBRA A MEZZOGIORNO

 

… Ketty!… io mi preparo qualcosa!… e tu? vuoi mangiare?… Ketty! dormigliona!

Dorme.

Mia sorella che dorme è uno spettacolo da non perdere.

Dolce serena bellissima. Le lunghe ciglia adagiate creano una piccola ombra sulla parte alta della guancia, e la bocca, protesa come quella di un bambino imbronciato per finta, è un bocciolo rosso sulla pelle pura.

La guardavano sempre, mamma e papà,  “quanto è bella” dicevano sottovoce.

Fingevo di dormire, anch’io come lei, e invece li sentivo.

Se avessi detto qualcosa, avrei ottenuto coccole e una fiaba per ritrovare il sonno. Sono stata molto amata anch’io, ma non si tratta di questo… Per me c’era amore, sì, ma non incanto.

Uscivano dalla stanza senza trattenersi su di me.

… ecco vedi, ci sono momenti, in cui una frase è una frase, un pensiero è un pensiero, una memoria è una memoria, completi, fatti e finiti, momenti buoni in cui so dove sono chi sono, e riesco a dire che sto male o sto bene, riesco a ricordare la nostra infanzia, a ricordarla, avvertendo la distanza gli anni la sana nostalgia, e poi ce ne sono altri, momenti in cui tutto si confonde… vuoi mangiare, Ketty?, vuoi che ti prepari qualcosa?… e non ricordo più cos’è successo ieri o un mese fa, e non ricordo più se siamo donne o bambine, se i nostri genitori sono nell’altra stanza o nella tomba, se io sono io e tu sei tu, simili, così simili da sembrare quasi gemelle, eppure lei ha qualcosa che tu non hai,

sentirselo dire da tutti, da tutta la vita, sentirlo sul collo, come una ghigliottina, lei ha qualcosa che tu non hai, che non avrò mai, e ora sono io che ti guardo dormire, e lo ammetto, sei bella, atrocemente, diversa da me e uguale, la mia ombra a mezzogiorno, corta, molesta, attaccata ai piedi, il mio doppio, quella che potevo essere e non sono… ti guardo dormire in questa casa, sempre la stessa, rimasta per noi due sole, viviamo bene insieme, vero? beh, in questi ultimi giorni no, non andiamo tanto d’accordo, dopo che lui mi ha lasciata sono diventata scontrosa, scusami, tu che chiacchieri spensierata mi metti i nervi, non riesco a sopportare la tua vita allegra, la tua vita piena, la tua vita che scorre, e la mia che rimane ferma, allora ci lasciamo in pace reciprocamente, io non entro nella tua camera tu non entri nella mia, non so da quanti giorni non ci parliamo nemmeno, ma ne abbiamo già avuti di periodi così, certo supereremo anche questo… sono tanto giù, sai, mi si confondono le idee, le parole, i sogni, non so più niente, non lavoro nemmeno, mi sono fatta dare dei giorni, per piangermi addosso e per pensare pensare pensare, rifletto tanto su di noi, lo sai, quello che è successo, è troppo grave, mi ci è voluto un po’ per perdonarti… ma io adesso mangio, e se vuoi, sì, se vuoi preparo anche per te… è ora di fare la pace…

Ketty mi ha vista con gli occhi arrossati e mi ha chiesto di lui. Era molto turbata. Allora l’ho voluta prendere in giro, le ho chiesto perché si agitasse tanto, che cosa gliene importava se avevo litigato con il mio uomo?

“Niente, così…”

Poi ha aggiunto che lei da questa casa se ne voleva andare.

“Elisabetta, c’è una brutta atmosfera qui, ho voglia di avere una casa tutta mia”

“Va bene, te ne andrai…” le ho risposto “adesso ceniamo insieme, e parliamone”

… e mangiavi, come una stupida, sorridendomi, mandavi giù tutto, boccone dopo boccone, e mi sorridevi, e io mi fingevo tranquilla, e tu mangiavi, sorridendomi, e mangiavi, sorridendomi… non lo sapevi che lui aveva già confessato,  proprio quel pomeriggio, mi aveva guardata come si guarda un amico, un cane, picchiettandomi la spalla, oh Betty, sai, è lei che desidero ormai da tanto tempo, è lei che spio mentre si muove per casa spettinata e vivace… è così e basta, non lo spiegare, scusami Betty… quel diminutivo, una volta così carino, ora mi sembrava orribile, lo pronunciava in modo insopportabilmente compassionevole… Betty, le cose ci sono sfuggite di mano, non volevamo ferirti e, dopotutto, Betty cara, ti vogliamo tanto bene… d’accordo, taci, non servono altre parole, non ne sarebbe servita nessuna, in realtà, lo sapevo da anni che sarebbe finita così…

“Va bene, ceniamo insieme, ma poi vado”, disse.

Era fiduciosa e candida mentre mi guardava con gli occhi di piccina e accettava di mangiare con me. Chissà in che cosa sperava. Una fuga?, e poi chissà quando chissà da dove, un TI VOGLIO BENE, SORELLONA! scritto su una cartolina?

Il tempo cancella tutto, certo, e io in pace, io la buona Betty, avrei amato lui come si ama un cognato, e amato lei di più, felice anch’io mentre le sistemavo il velo. Probabilmente questo sognava, sparecchiando silenziosa.

Subito dopo ha voluto stendersi un po’, solo un po’.

L’ho sentita lamentarsi, ma non le badavo. Si è addormentata su un fianco.

… sarebbe stato bello andarcene in vacanza anche noi, quest’anno, da tanto tempo non lo facciamo più, vero?, d’altronde non si poteva più viaggiare insieme come quando eravamo ragazzine, non con i tuoi molti fidanzati di prima, e io? io avrei retto il moccolo?, e non con lui, quando tu eri sola, perché comunque sempre io avrei retto il moccolo… vedi, ci sono destini che restano sempre uguali, anche se le circostanze sembrano diverse… sono andata in viaggio con lui per portarlo via da te, dai tuoi occhi così identici ai miei ma con un altro riflesso, dal tuo corpo uguale al mio ma con un’altra gestualità… ma bisognava pur ritornare prima o poi, e tu raggiante sulla porta, un abbraccio per me e un abbraccio per lui, che solo a vederti ti maledivo, e ti maledico adesso… eppure ti giuro, ti giuro, Ketty cara, non volevo ferirti… ma ora dormi, dormi tranquilla, domani tutto sarà passato, vado a dormire anch’io, un sonno lungo e riparatore, chiudiamo le porte, vuoi?… e domani, oh sì!, domani giocheremo come un tempo, inventiamoci un destino, un castello inglese e dei nomi nuovi, usciremo in giardino, sarà bello domani, tu mettiti i gioielli io indosserò un grande cappello, prendiamo tazzine e biscotti, posso offrirvi un tè, duchessa? la settimana prossima c’è il ricevimento dai Laughton, lo sapete, contessa?…  e ridiamo, Ketty, ridiamo, ne ho tanto bisogno…

Mi alzo ogni tanto – perché bisogna pur sopravvivere – e mi sembra che lei non ci sia. Ne sono sollevata. Oppure, guardando meglio nella sua stanza, la vedo dormire ancora. Pigrona…

Allora mi trattengo un po’ sulla porta e la osservo con tenerezza. Poi mi allontano per non disturbare o perché sopporto sempre di meno la vista di quella bellezza che è anche la mia.

C’è un gran vuoto in queste stanze stracolme di mobili, un silenzio che contiene tutto, copre tutto, con un lenzuolo bianco. Certi giorni mi ribello, accendo la radio, voglio sapere come va il mondo, o voglio sentire della musica e muovere i fianchi. Voglio ballare mentre stendo i panni, col sole negli occhi e l’odore buono che sale al naso. Voglio, vorrei. Ma tollero la radio per un minuto o due, poi la spengo con rabbia, come se nessuna voce e nessun suono dovessero interrompere tutto questo. E ora, invece, suonano il campanello

… il campanello, il campanello, ma che giorno è? non aspettavamo nessuno, vero?… non può essere lui, non deve… ha telefonato, sai, tante volte, il cellulare di Ketty è sempre spento, si può sapere cosa succede?… aveva una voce bella, vigorosa, irritata, sexy… era bello starlo a sentire, poteva essere una qualsiasi lite tra di noi, tra innamorati, e tu non c’entravi, Ketty, tu non c’entravi più… mi lasciavo cullare dalla sua voce… ma cazzo, lui ripete continuamente il tuo nome, Ketty di qua, Ketty di là, Ketty non risponde, voglio sapere dov’è Ketty, è successo qualcosa a Ketty?, basta! basta! smettila! non ti sopporto, smettila!… amore mio (mi è scappato di dirgli… sì, amore mio, l’ho detto per tanto tempo, è l’abitudine, mi perdoni?) non so che dirti… e davvero non sapevo che dirgli… ho detto che sei andata via da sola, per un periodo, che avevi bisogno di riflettere, perché questa vostra storia, alle mie spalle, è stata fonte di grande stress per te… ho detto bene?… ci ha creduto, per un po’, poi ha ripreso a chiamare… non è tornata ancora, e ho chiuso, non è ancora tornata, e ho chiuso, una due tre diciotto volte, diciotto telefonate prima di arrendersi, prima di capire che vogliamo starcene in pace, noi due, vero?… e ora… alla porta non può essere lui, non deve, non mi sono nemmeno fatta bella, lavata, pettinata… da quanto tempo?… sono confusa, Ketty, come se tante favole o tanti incubi si intrecciassero nella mia testa, e non riesco a trovare il filo di niente, stavamo giocando alle signore, prima che suonassero? cosa stavamo facendo?, Ketty, dimmelo, aiutami…

Apro ma mi vergogno. Solo tu sai essere splendida anche senza trucco.

Un uomo in uniforme mi guarda con gentilezza.

“Signorina…” dice, poi abbassa gli occhi su un appunto… “la signorina Elisabetta?…”

Ma cosa vogliono, tu lo sai?… Ketty, svegliati, aiutami…

“Un vostro amico ci ha riferito che non vi vede da parecchio. Va tutto bene?”

… sì, bene, bene, sì, e mentre quest’uomo parla, oltre la sua spalla vedo i vicini, scaricano la spesa dal bagagliaio, non capisco, erano andati in vacanza per un mese, come possono esser già tornati?… ci sono stagioni in cui il ritmo è svelto, si passa dal primo giorno del mese all’ultimo senza afferrare come… l’estate è così… il tempo in cui si muore è così… la figlia più piccola trotterella portando i sacchetti leggeri, anch’io volevo avere una famiglia… mentre guardo la bambina, il poliziotto si fa largo oltre me, nell’ingresso, si guarda intorno, tende l’orecchio ai nostri silenzi, che cosa ne vuol sapere lui, che assurdità… svegliati Ketty, svegliati, aiutami!, diglielo anche tu che stiamo bene…

“E… sua sorella Caterina, dov’è?”

“Dorme”

“Può andare a svegliarla, per favore?”

“Ma dorme!…”, gli indico la stanza  “guardi, guardi pure, ma faccia piano…”

Apre la porta della tua camera da letto.

Si gira subito, non so perché, mettendosi un fazzoletto sul viso.

“Ha visto?… Ha visto, agente, come è bella mia sorella quando dorme?”

Luisella Pacco

 

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3 commenti su “L’OMBRA A MEZZOGIORNO

  1. Rose
    11 dicembre 2012

    Un noir, per cambiare. La gelosia all’interno della famiglia è un tema presente anche nelle fiabe, per dire come sia parte indelebile della psiche umana. Qui i conflitti sono andati crescendo, fino alla soluzione estrema. Una bella lettura, Luisella, come sempre. Grazie.

  2. Giovanna Sauli
    6 gennaio 2016

    bellissimo, premio meritato! mi ricorda il romanzo di Josephine Hart L’ODIO, una storia di sorelle, narrata in prima persona da quella meno carina e meno adorata dai genitori, che alla fine va in tragedia! (è l’autrice de “IL DANNO”, da cui il famoso film. Il mio vecchio capo, che ne aveva viste tante, diceva sempre che non si è mai trovato davanti un odio più grande che tra fratelli: nemmeno tra ex coniugi!

    • Luisella Pacco
      6 gennaio 2016

      Non conosco “L’odio”, ma a questo punto lo cercherò, sono curiosa! Sto facendo un po’ di confusione anche su “Il danno”: quello da cui è tratto il film con Jeremy Irons (fascinosissimo)?

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Questa voce è stata pubblicata il 9 settembre 2012 da in Racconti brevi.

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