NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

L’ETOILE

Viene da me ogni giorno. Sul finire del pomeriggio, bussa al vetro e attraversa la soglia del mio negozio di rigatteria. Richiude la porta lentamente, con cura esasperante, quasi appendendosi alla maniglia prima di trovare il coraggio di girarsi verso l’interno.

Mi cerca, allora, allungandosi tra gli scaffali i libri le cianfrusaglie i tavolini e le seggiole sghembe. Ci sorridiamo. È il nostro silente, amorevole saluto.  

Eppure, il nostro primo incontro non era andato bene. Ero infastidito dalla sua insistenza. Mi molestava come un insetto, girandomi attorno se le davo le spalle. “La prego, guardi questo… e ancora questo…”, e mi porgeva i suoi oggetti senza valore.

Ero diventato brusco, banale. “Oh no, no, ragazza” ribattevo nervoso. “Non ti compro niente”. L’avevo offesa. “Vendere?… Questa è la mia vita!… Non è questione di denaro. Le regalo ogni cosa” Pensavo fosse pazza, o che volesse truffarmi in qualche modo. Paradossalmente, chi non chiede nulla spaventa più dell’avido. Le toccai piano il braccio, per farla girare sui tacchi e ricondurla all’uscita. Ma lei era rigida, risoluta come possono esserlo soltanto i disperati. “Perché mi tratta così? Le chiedo soltanto di accettare questi oggetti, di sistemarli in vetrina, di fare il suo mestiere… Voglio che appartengano a qualcun altro, dopo di me. Mi preme solo questo”.

 

La credetti malata, benché così giovane, e le diedi ascolto.  Da allora me lo ha spiegato tante volte, fino allo sfinimento. Vuole sgomberare la casa da tutte le memorie, una dopo l’altra. Vuole fare lei stessa ciò che un giorno farebbero gli altri. “Del resto” mi dice spesso con sarcasmo, “voi rigattieri, piccoli avvoltoi, entrereste nella mia casa lo stesso, aggirandovi come ladri, selezionando il contenuto dei miei cassetti, e della mia anima. Tanto vale che a farlo sia io… ”.

Certe volte vorrei interromperla e protestare: non si permetta di dire così, ladri, avvoltoi… Ma dopotutto – come negarlo? – dice la verità.   Quante volte ho provato vergogna a curiosare negli appartamenti ormai abbandonati. Io e il mio ragazzo di fatica, soli tra le ombre. Gli dico cosa prendere e cosa buttare, gli insegno cosa può avere un valore e cosa no. E mi sento davvero, per qualche minuto, un delinquente che fruga nelle tasche della sua vittima.

Poi, mentre il ragazzo scende a caricare il furgone, vivo l’istante di orrore solo a me riservato (è il mio privilegio o la mia condanna?): qualcuno sta in piedi dietro di me, mi soffia il suo respiro freddo sul collo, mi chiede ragione di tutto quel trambusto. È l’impressione di un attimo, certo una suggestione… Ma dopo anni di lavoro ancora non riesco ad abituarmi. Anzi, mi sgomenta sempre di più l’insensato divario tra l’esistenza compatta e scandalosamente durevole delle cose, e quella misera e fallace che tocca agli uomini.  

Il primo giorno, per convincermi ad accettare i suoi oggetti, continuò dicendo “Non le saranno d’ingombro, sa… I ricordi più cari non sono quasi mai voluminosi. Cartoline, foto, un anello, un arnese da cucina, una penna d’oro, libri…”.

Allargò i manici del borsone che quel giorno era pieno di ninnoli di porcellana. Ne sollevai uno distrattamente: una ballerina, le braccia sollevate, il grazioso tutù, come in quel quadro di Edgar Degas, L’Etoile. Si sarebbe smarrita nella sua lista di nostalgie, se non l’avessi fermata: “E sia! Porti quello che vuole, lo prenderò”.

Non nego che speravo di trarne profitto. Aveva pronunciato le parole magiche: anello, penna d’oro…   E anche quella piccola étoile, che stringevo ancora nella mano, mi piaceva. Comunicava un qualche segreto, con la sua grazia immobile, la gambetta tesa all’indietro in equilibrio sui margini della vita e della morte.   Assurdamente grata e felice, la ragazza chiese: “E metterà tutto in vendita, sì? Al mercatino delle pulci, la terza domenica del mese? Nelle domeniche di sole, nella piazzetta qui accanto?” Le brillavano gli occhi. Le domeniche di sole, la piazzetta… Pronunciate da lei, quelle parole così ovvie avevano il sapore di piaceri lontani e perduti.

Le sorrisi per la prima volta, emettendo un sospiro rumoroso docile e paziente, di quelli che si fanno quando si vuol essere ringraziati per l’ultima concessione. Come quando di notte si accorda al bambino pauroso uno spiraglio di luce, mormorandogli E va bene…  

Sono passati i giorni, ed è venuta ogni giorno. Sono passati i pomeriggi ed è venuta ogni pomeriggio, lenta e puntuale insieme al tramonto, con la sua borsa che poggia sul ripiano e gioiosamente spalanca per me.

“Buonasera! Che mi porti?”, le domando anche oggi. Tra un mestolo di rame e una zuccheriera, ci sono delle vecchie foto ingiallite, ritratti incantevoli e appassiti. Uno potrebbe essere il suo, se non fosse per una bizzarra e maestosa massa di capelli raccolti. La somiglianza è incredibile.

“Chi è? Una nonna? Una bisnonna?” Arrossisce. “Mi fecero indossare una parrucca, i fotografi di inizio secolo usavano così!”, e ride. Ride, sempre più piano. D’improvviso capisco. Col mestiere che faccio, doveva accadere prima o poi.  

Il tempo è un legno divorato. La voce di lei, la risata, il viso, cadono perdendosi come perle negli interstizi. Li cercherò, senza mai più ritrovarli.    

 

Luisella Pacco   (Concorso Città di Empoli Domenico Rea 2010 – Segnalazione)    

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Un commento su “L’ETOILE

  1. Rose
    6 dicembre 2012

    Anche a me sgomenta “l’insensato divario tra l’esistenza compatta e scandalosamente durevole delle cose, e quella misera e fallace che tocca agli uomini.” Bel racconto, Luisella. Hai reso molto bene il fascino e l’atmosfera di un negozio di rigattiere. Luoghi surreali, dove le ombre a volte acquistano consistenza.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 settembre 2012 da in Racconti brevi.

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