NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

LE COSE

(Concorso Città di Empoli Domenico Rea 2005 – Premio speciale della Giuria)

Giuria su LE COSE

LE COSE

 

Sono sfatto. Dormendo hai arrotolato il lenzuolo fino quasi ai piedi, e il cuscino, spinto a pugni fin contro la testiera, porta ancora tiepida la tua impronta. Ti sei appena alzata, facendomi ballare da un lato, e hai infilato le babbucce. Sei andata alla finestra e hai alzato la tapparella. Il mattino ti attraversa come attraverserebbe l’ala trasparente di una farfalla. Le tue magre braccia, sollevate a toccare i capelli, sono filiformi nella luce. Ora sospirerai, e ci metterai un po’ a trovare il coraggio di muoverti da lì, come spaventata – o incantata – da questo giorno. Inarcando la schiena, alzando le spalle, sbufferai tutta l’aria della notte, e ne respirerai di nuova. Poi, trovata infine la forza, ti girerai verso la vita.

Sono pronta. Da ieri sera, non aspetto che lo sfrigolare dell’accendigas sotto di me. In pochi minuti gorgoglierò di caffè bollente e te lo verserò. L’aroma ti salirà alle narici. Poi sentirò le tue labbra soffiarvi sopra, e i cornflakes cadere in un’altra tazza, e un cucchiaio tintinnarvi dentro.

Sono vuoto. Hai aperto lo sportello e ho visto il tuo viso, meno triste di ieri sera, più triste di domani. Tornerai a sorridere, io già lo so, tu non ancora. Hai preso il latte, hai guardato quanto ce n’è. Hai guardato quanto poco n’è, di tutto, e forse hai persino cominciato a redigere mentalmente una lista della spesa. Ma è stato un attimo, come un colpo di tosse in mezzo al silenzio. Poi, già stanca di pensare, hai deciso di richiudermi. Ti ho sentita dire a mezza voce: “Chi se ne frega…”. Solo tra qualche giorno ti accorgerai che la mozzarella è da buttare. E l’ultimo pomodoro forse lo mangerai così, mordendolo, come hai fatto con gli altri. Senza neanche usare un piatto. Troppa angoscia, mettere in tavola un unico piatto.

Sono opaco. Offuscato come un sogno di solo vapore. Eppure, dopo la doccia, anche questa mattina ti restituirò fedele il viso, le spalle. Tu sarai malinconica e severa mentre aspetterai di riconoscerti, oppure nervosa: mi passerai addosso la mano aperta, indovinandoti dapprima attraverso una striscia obliqua, poi vedendoti intera. Ti guarderai a lungo, come lontana, senza più sguardo. Ti tremerà il mento, tratterrai le lacrime. E sparirai veloce da me, abbassando il viso verso il lavabo, verso l’acqua fredda, freddissima, che ti getterai negli occhi.

Sono stracolmo. Non hai fatto che riempirmi stanotte, come un autunno riempie di foglie un viale. Ma di cose normali, contengo poco o nulla: una pentolina bruciacchiata, uno stropicciato tubetto di dentifricio, e poco altro. Il resto è tutto amore. Mi hai riempito per quasi tutta la notte: di lettere fotografie e diari, strappando ogni cosa, puntigliosamente. Non credo ci sia niente qui dentro che supera il centimetro quadrato. Ti sei rovinata le mani a forza di strappare, si ingrossavano via via le vene sul dorso bianco. Carta fotografica più resistente, carta grossa di auguri, e carta da lettera, fragilissima. Se ne sono andate tutte, rumore dopo rumore. Soltanto l’oggetto più devastato non faceva rumore alcuno: tu non fiatavi, non esistevi nemmeno. Ogni tanto ti fermavi – qualcosa tra le dita, una foto più cara delle altre, o più odiata, e avevi un’incertezza. Poi ti accanivi ancora. E ora trabocco, di tutto quello che tu non vuoi più essere.

Sono spento. Hai ragione. Sono spento da giorni, per orgoglio, da quando lui se ne è andato e ha detto: “Forse ti scrivo un e-mail… fammi riflettere…” Sono spento perché non c’è motivo per soffrire, leggere, lasciarsi tentare, offendere, sedurre. Oppure – peggio ancora – per scoprire che non c’è alcuna e-mail, che quella era solo una frase da dire ultima sulla porta, tanto per non lasciarsi dietro il vuoto assoluto. E anche ci fossero altre mail, non te ne importerebbe niente. Come non te ne importa del telefono, spento anche lui. Per un po’ ne avrai abbastanza degli amici, degli inviti, delle nuove occasioni, degli uomini gentili e degli aperitivi. Per un po’ non vorrai saperne di niente che non sia la tua casa, finalmente sgombra di lui, affrancata da ogni catena di desiderio.

Sono inutile. Non appartengo più a nessuno, nessuno mi reclama. Sono il doppione di una cosa che basterebbe singola. Una chiave che non apre più alcuna porta. Non perché non esista la porta ma perché non esiste più la mano che la faccia girare. Abbandonata su un tavolino dell’ingresso, come un’eredità povera, un niente. “Ti ho lasciato lì le chiavi…” ha detto, facile come bere dell’acqua, e io ho smesso di avere un senso, di riscaldarmi in una tasca, in un ritorno, in un bacio dato ancora tenendomi stretta. Ora, sono un piccolo oggetto inutile, chissà dove finirò. Ma un giorno lontano, ricorderai di possedermi – ce l’avevo una seconda chiave, qui da qualche parte… – e mi cercherai allegramente, la fronte china su un cassetto mai più riaperto, per darmi a qualcuno che venga a bagnarti i fiori mentre sei in vacanza, a un’amica che metta a bollire l’acqua se tu fai tardi per la vostra cena di pettegolezzi, o al nuovo amore, per dirgli che lo vuoi qui sempre. Solo per un momento rammenterai che ero nata per lui, che ciondolavo appesa al suo fianco. Solo per un momento, perché la vita assorbe, riscatta, divora. Non soffrirai più, e nemmeno io.

Siamo ciechi. Come te senza di noi, noi siamo miopi senza di te. Ti sei messa le lenti a contatto. Resteremo qui, come ogni giorno, aperti, come se ancora dietro di noi ci fosse il tuo viso, come se ti poggiassimo sul naso e sugli orecchi. Distrattamente, ci hai sistemati con le lenti verso la parete, ma per noi non conta. E’ quella che fisseremo, attoniti ed infinitamente pazienti.

Non sono più sfatto. Hai sprimacciato il cuscino, sistemato ben teso il lenzuolo. Sono pronto ad accoglierti quando verrà un altro buio, fuori o dentro di te. Ti saprò consolare, addormentare. Stanotte, quando mi sei tornata in grembo dopo quei rumori di strappo, ti sei coperta tutta nonostante il caldo, come per nasconderti al mondo, e allora, solo allora hai pianto. Ma per poco. Eravamo già a metà della notte e avevi sonno. A cambiare vita si fa un’immensa fatica. Poi senza saperlo, ti sei scoperta, restando nuda, anima liberata.

Ora siedi di nuovo su di me per allacciarti le scarpe. Rialzandoti, con una carezza mi aggiusti ancora eliminando le ultime pieghe. Prendi dal comodino il libro che molte sere fa hai lasciato sghembo, senza più riuscire a leggere un rigo. Lo soppesi, misurando più te stessa che lui. Sì, forse stasera… Infine prendi la borsa. Ti guardi attorno, come se ti mancasse qualcosa, stupita di non dover salutare nessuno. Piccole abitudini dure a morire.

E chiudi la porta.

Per trascorrere le pigre ore vuote, forse parleremo sottovoce di te. E mentre aspetteremo, le tende si gonfieranno di vento leggero, la luce cambierà direzione e intensità, screziando le stanze, elencandoci l’uno dopo l’altra,

– letto, caffettiera, frigorifero, specchio, cestino, computer, chiave, occhiali, e ancora ombrello quadri lampadine biscotti sveglia poltrona saponetta tappeto armadio spazzolino quaderno lavatrice bracciale libri bruciaessenze bicchieri… –

illuminandoci, come pianeti di un minimo universo che tutto ti appartiene, che rimane, che non tradisce.

A noi, puoi sempre ritornare.

Luisella Pacco

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Un commento su “LE COSE

  1. Rose
    4 dicembre 2012

    Amo i racconti dove gli oggetti si animano, ma solitamente si tratta di racconti ironici o addirittura comici. Qui invece gli oggetti partecipano quasi del dolore della protagonista e la seguono passopasso, fedelmente, quasi a volerla rassicurare, anticipando e sperando nel suo ritorno alla vita.
    Condivido il giudizio della giuria. 🙂

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Questa voce è stata pubblicata il 9 settembre 2012 da in Racconti brevi.

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