NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

LA LETTURA

(Concorso Città di Empoli Domenico Rea 2004 – Primo premio)

 

Giuria su LA LETTURALA LETTURA

 

“Che cos’hai fatto oggi?”

Una tazza di tè, un pomeriggio tranquillo, una poltrona nella posizione giusta per ricevere la luce. E lui, frutto di carta, grappolo di misteri, luogo di luoghi, via dal furore: libro, strada in discesa verso una spiaggia d’altri destini, o del mio.

Che cosa ho fatto oggi… Ebbene, ho preso la mia testa con le mani e dolcemente l’ho staccata dal collo. L’ho tenuta come una palla, facendola ruotare in equilibrio su un dito, e poi, un istante prima che cadesse, l’ho ripresa saldamente ma non troppo forte.

Poi l’ho posata a terra e, al momento giusto, ho lasciato che rotolasse rotolasse rotolasse, fino alla fine della discesa, quando l’ultima parola del racconto l’ha fermata come un piccolo muro di pietre ferma la corsa di un vero pallone.

I miei occhi erano aperti, sai, senza sguardo, confusi dalla corsa. Felici.

I capelli scarmigliati. Le narici vibravano agli odori.

Parole mi hanno scosso il sangue e devastato il ventre. Parole mi hanno cullato con desolate melodie. Parole hanno ballato con me reggendomi il fianco, mentre dentro, un fragore che era come l’esplosione del mondo o il cigolio di una porta che viene richiusa o l’ansimare di una vecchia che sale le scale o il rumore di un carro nella campagna di notte o la caduta furiosa di un ramo, nel cortile qui sotto o ventimila chilometri laggiù.

Parole mi hanno insegnato il gioco dell’amore e della domanda.

Da quale albero s’è spezzato il ramo, dopo quale vento, in quale cortile, e di chi è il sonno che verrà disturbato –

Dove va il carro, chi lo conduce, e chi è il contadino che si sveglierà presto solo per tendere l’orecchio al suo cammino in lontananza –

Chi è la vecchia, quante scale salirà prima di fermarsi cercandosi nella tasca un folto mazzo di chiavi –

Da chi verrà chiusa la porta, e dietro quali spalle –

Come esploderà il mondo, con quanti interrogativi nella testa dei morti –

???????????????????????

ganci appesi al niente

Poi, senza testa, ho preso a correre anch’io,

libera,

giù per la discesa, finché l’ultima parola del racconto non ha fermato anche me, come un piccolo muro di pietre ferma la corsa di un vero pallone. Mi ci sono sbucciata un ginocchio, credo. Non si vede niente, eppure mi duole…

Infine mi sono chinata.

Al muro dell’ultima parola dell’ultima pagina, ho raccolto la mia testa, che giaceva bellissima, scomposta di sogni, pallida di stordimento.

L’ho scaldata tra le mani, l’ho studiata a lungo, come si fa con le pigne raccolte in un bosco, o con le parole da dire all’amante quando sta per partire, o al padre ammalato quando non si è sicuri di rivederlo domani.

Ho scrollato le foglie dai capelli. Ho afferrato la testa ai lati e l’ho posata sul collo.

“Ho provato a telefonarti, ma…”

La realtà è un gatto attorno al canarino; miagola, tormenta, graffia la gabbietta, freme d’impazienza; ha mustacchi affilati e occhi nervosi. Pretende spiegazioni – ticchetta l’orologio, squilla il cellulare dimenticato da qualche parte…dove sei, dove sei?… Oh, non te lo dico, non capiresti: un altro mondo, quasi parallelo, quasi; se tangenza è possibile, lo sarà infinitamente lontano da qui, via dalle tue unghie.

“… forse non sentivi”

Ho riposto il libro. Ho tolto la poltrona dalla luce del pomeriggio. Non era nemmeno più pomeriggio. Il tè, giallo oro nella tazza ancora piena, si era freddato, ma l’ho bevuto ugualmente, ed era buono, di più: ci sono cose tardive che, non so, hanno un sapore speciale. Come se il tempo fosse aroma sale pepe zucchero.

Per un istante (l’istante che ci vuole per chiudere un libro e rialzare la fronte) tacciono i battiti di tutti i cuori, non ci sono treni in partenza in nessuna stazione del mondo.

E anche quando riprenderanno a battere e a partire, resteranno con me tracce di storie, una, tutte.

Mi riappariranno inattese,

verrà un giorno, domani o fra cent’anni,

in cui il mio passo sarà come quello della vecchia, cercherò le chiavi nell’identico modo, o mi sveglierò per ascoltare il rumore di un carro, o inciamperò su un ramo spezzato caduto davanti al mio portone, o chiuderò una porta e mormorerò qualcosa.

Verrà un giorno in cui saprò quali sono le parole sommesse, anche quelle che non ho mai sentito.

Verranno giorni in cui la pigna storta e la parola sbagliata saranno belle comunque, perché saranno mie. Era inutile quindi pensarci tanto.

Un’onda dietro l’altra. Vivrò beccheggiando come una barca, in oscillazioni di memoria e dimenticanza, confonderò le parole dei libri alle mie, quelle pensate e quelle lette, quelle pronunciate davvero e quelle sospese, sul labbro, come gocciole di saliva, come respiri.

Sarà lì il punto di tangenza, dove non saprò se io sia persona o personaggio, viva a leggere o viva in un libro, acino d’uva io stessa nel medesimo grappolo di misteri.

Osmosi d’anime: la mia dentro altre, altre dentro la mia.

“Ho letto un po’, sai…”

“Tutto qui?”

Ti sorrido, dalle mie lontananze.

“Sì, tutto qui…”

Luisella Pacco

 

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Un commento su “LA LETTURA

  1. Rose
    2 dicembre 2012

    Ommiodio, Luisella, che immagine cruenta, quella testa che rotola! Non avrei mai pensato a una metafora così forte per descrivere l’estraniarsi che avviene nella lettura. E sei riuscita a mantenere un registro molto pooetico, malgrado tutto… Sono contenta che i giudici del concorso fossero meno ‘impressionabili’ di me e ti abbiano dato il primo premio. La tua scrittura lo merita.

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Questa voce è stata pubblicata il 9 settembre 2012 da in Racconti brevi.

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