NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Settembre 2012 FERITA ALL’ALA UN’ALLODOLA di Maria Lucia Riccioli

A

M COFFA

LA

PATRIA

1878

Così recita l’iscrizione sotto il busto marmoreo, in una piazza di Noto, gioiello barocco in provincia di Siracusa. Sul viso, levigato dalla pioggia e un po’ annerito dal tempo, una tristezza che non potrà mai andarsene. Negli occhi di pietra, nella piega eterna della bocca, una certa perplessità, come se ancora Marianna stesse a chiedersi come, com’è stato possibile che le sia stata sottratta così, la vita.

Mia ignoranza, mia colpa. Lo confesso: non conoscevo la poetessa siciliana Marianna Coffa, finché non mi è capitato tra le mani questo libro bellissimo e struggente, che è biografia, romanzo storico, racconto d’amore, storia finissima di un’anima che patì le meschinità del contesto sociale in cui le era toccato di nascere. A Noto, appunto, nel 1841.

Mariannina è una bimba acuta, intelligente, precocissima. Sa improvvisare poesie, al punto che il padre, patriota impegnato nelle rivoluzioni del ’48, ama farla esibire nel suo salotto. Studia, si perfeziona. A quattordici anni prende lezioni di piano dal venticinquenne Ascenzio Mauceri. Si innamora di lui, ne è riamata. Ma dopo un breve fidanzamento mal approvato dalla famiglia, alla diciottenne Marianna viene imposto di sposare un altro uomo, meno fascinoso, meno artista, anzi per nulla, un proprietario terriero che non avrà niente da condividere con la sensibile sposa, ma che gode di più sicure sostanze. Il matrimonio si celebra in un’alba fredda, buona per una condanna a morte. Marianna si trova prigioniera di una famiglia che non la comprende, di un suocero secondo il quale la cultura rende le donne perdute. Cerca allora conforto in una relazione epistolare col vecchio fidanzato che però non le perdona di essersi piegata alla volontà dei genitori. Marianna si consuma nel vivere due vite parallele, clandestine l’una all’altra. La vita coniugale imposta, l’apatia, i meschini doveri, le fatiche, le gravidanze continue, i lutti. E l’altra, la vita agognata, la vita della scrittura, della passione poetica, del patriottismo fervente, dei contatti con associazioni e accademie, delle pubblicazioni. La consuma il rimpianto per tutto ciò che le è stato portato via: l’amore di Ascenzio, l’amore per se stessa e per la vera vocazione. Lasciato il tetto coniugale, si rifugia dai genitori che però la cacciano, scandalizzati dalle sue scelte. Tra gli stenti, Marianna muore nel 1878, a soli 36 anni e pochi mesi. Nessun familiare segue il feretro. Il funerale è a carico del Comune, che dichiara il lutto cittadino e farà erigere quel busto in marmo di Carrara.

Maria Lucia Riccioli “Ferita all’ala un’allodola”, 2011, Ed. Perrone (LAB),450 pp, € 23

 

Un luogo che, in un altro tempo, diventa svolta di vita per Maria Lucia Riccioli, l’autrice di questo romanzo.

Nata nel 1973 a Siracusa, Maria Lucia, mentre si reca alla scuola dove è stata chiamata ad insegnare, un giorno si sofferma davanti a Marianna. Un caso? Il destino? È l’inizio di un legame che ha del soprannaturale.

Maria Lucia, senza scomodare la reincarnazione, si direbbe che tu sia entrata veramente in simbiosi con questa poetessa dell’Ottocento. Ci racconti il vostro “incontro”?

Avevo letto qualche articolo o sporadici studi sulla Coffa, ma niente di più. Poi, il mio primo anno di insegnamento nelle scuole superiori, al “Matteo Raeli” di Noto. Una sede splendida, l’ex convento di San Domenico, teatro degli eventi risorgimentali. E in piazza, il busto di questa donna, un angelo ai suoi piedi, un’iscrizione. Un nome, una data. Tutto è iniziato così. Poi sono venuti i libri, i documenti. È stato bello non solo vivere i luoghi di Mariannina – Noto e Ragusa, case, vicoli e piazze, monumenti, cimiteri – ma leggerne la poesia, le lettere, indagare nella sua esistenza individuale di donna e poetessa e nel sentire del Risorgimento siciliano. Era come se cercassi di vedere sentire respirare con gli occhi e l’anima di una donna vissuta un secolo fa.

Tra la prima idea e la stesura finale compresa di revisioni – un lavoro esaltante ma a tratti anche disperante – sono passati all’incirca cinque anni. Ho dovuto studiare tantissimo – la ricerca è un piacere non meno grande di quello della scrittura, con le scoperte, le folgorazioni, il trovare improvvisamente proprio quello che cercavi per chiudere una pagina o chiarire un dubbio, il rapporto di complicità con archivisti e bibliotecari… – e spesso mi sono scoraggiata, pensando che non sarei riuscita a completare il romanzo. Quando ho finito, la sensazione è stata di gioia, di soddisfazione per aver portato a termine la mia prima vera “opera”, ma allo stesso tempo anche di tristezza, perché ad un tratto mi sono sentita abbandonata da quella folla di personaggi – in primis Mariannina, naturalmente – che mi avevano fatto compagnia per così tanto tempo.

Io non conosco il dialetto siciliano, ma è stato bellissimo leggere alcune parole e sentire in qualche modo di comprenderle lo stesso, anche se non mi appartenevano.

Mi metto nei panni di chi non comprende il dialetto… Leggere il mio romanzo deve essere stata un’esperienza un po’ più faticosa rispetto a chi ha familiarità con il siciliano. Sono felice che i significati incardinati in parole lontane o inventate siano “passati” nonostante la distanza temporale, geografica, linguistica. Contavo intanto sulla conoscenza dei nostri grandi – nel libro ci sono tante risonanze verghiane, gli echi delle mie letture di De Roberto, Consolo, Sciascia, Bufalino, della La Spina… – e sull’effetto Camilleri, che ha avuto il merito di far conoscere tante espressioni siciliane anche a lettori stranieri. Ho tentato sempre di contestualizzare le parole che potevano risultare particolarmente ostiche per rendere più agevole la comprensione al lettore senza togliergli il piacere di immergersi in un’atmosfera che quel linguaggio ha l’aspirazione di ricreare.

Ho letto tantissimo – narrativa, poesia, saggistica, documenti d’archivio – nel periodo in cui scrivevo Mariannina. Ho ascoltato tantissima musica dell’epoca, proprio per sintonizzarmi con quel mondo scomparso che volevo ricostruire. Filtrato naturalmente attraverso la sensibilità e la cultura di una donna di oltre un secolo dopo.

Il titolo è sempre parte importantissima di un’opera letteraria. Come lo hai scelto?

A lungo il mio romanzo è rimasto senza titolo. Pensavo al nome della protagonista, semplicemente. Però non ne ero soddisfatta, perché cercavo come una rabdomante un titolo denso di risonanze emotive, evocativo. Quando per caso – serendipità? – mi sono imbattuta, in rete, nei versi di William Blake, straordinario e visionario poeta inglese, non ho avuto dubbi: “Ferita all’ala un’allodola” era l’unico titolo possibile per il libro. Perché Mariannina è stata un uccello ferito, come la capinera verghiana alla quale è stata apparentata. Perché l’esoterismo e la poesia accomunano Blake alla Coffa. Perché i suoni liquidi del titolo “suonano” bene per un romanzo fatto anche di lingua, di musica.

Un’ultima domanda che devo per forza rivolgerti. Qualche mese fa sulle pagine di Konrad ho preso una posizione molto netta contro l’editoria a pagamento in cui spesso incorrono gli esordienti. Hai pagato per pubblicare?

Ti rispondo serenamente ed orgogliosamente NO. Non pubblicherei mai a pagamento, la trovo una cosa squalificante, sia per il sedicente editore – dovremmo parlare di un altro mestiere, quello pur nobilissimo del tipografo – che per l’autore.

Ferita all’ala un allodola ha ricevuto critiche superbe in Sicilia e altrove, ma spetta a Konrad di traghettarlo nell’estremo nord dello stivale. Ne sono onorata e orgogliosa. Le recensioni non devono riguardare solo gli esordienti della porta accanto. Altrimenti, questa Italia, che abbiamo festeggiato con troppe parole che sono già spente, questa Italia in cui Marianna credeva, questa Italia che cos’è?

Luisella Pacco

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10 commenti su “Settembre 2012 FERITA ALL’ALA UN’ALLODOLA di Maria Lucia Riccioli

  1. mlriccioli
    1 settembre 2012

    Grazie Luisella… delle tue parole e dell’attenzione nei miei confronti.
    Mariannina Coffa grazie a Konrad raggiungerà il “profondo Nord” che sognava forse di visitare…

  2. Maria Lucia Riccioli
    4 settembre 2012

    Oggi pensavo che l’asse Siracusa-Trieste è saldissimo, perché Mariannina studiò a Siracusa – lei che era di Noto – al Collegio Peratoner diretto da triestini.
    Folgorazione, credo di avertene scritto qualcosa tempo fa ma mi torna in mente adesso.
    Dovrebbe esserci entrata nel 1851, a dieci anni circa.
    Bettina Maria e Giovanni Peratoner, tre triestini nella vita di MC.

  3. Maria Lucia Riccioli
    13 settembre 2012

    http://www.siracusanews.it/node/31033

    Trieste, Luisella e Konrad mi hanno portato fortuna!

  4. Rose
    19 gennaio 2013

    Non so nulla di questa poetessa, ma la tua intervista mi ha incuriosito molto ed ora desidero proprio leggerlo il romanzo. Auguri alla scrittrice esordiente e, come sempre, grazie a te, Luisella. 😀

  5. mlriccioli
    27 dicembre 2013

    Rose, grazie… dai un’occhiata al mio blog se ti va o scrivimi…
    http://www.marialuciariccioli.wordpress.com

  6. mlriccioli
    27 dicembre 2013

    Luisella, grazie davvero…

  7. Pingback: Luisella Pacco, Mariannina Coffa, Konrad e me! | Maria Lucia Riccioli

  8. Pingback: QUANNU ’U SIGNURI PASSAVA P’ ’O MUNNU di Maria Lucia Riccioli | Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 1 settembre 2012 da in KONRAD Recensioni 2012 con tag .

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