NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Settembre 2011 LA SIGNORA HARRIS di Paul Gallico

Paul Gallico “La signora Harris” 2011, Editore Frassinelli (trad. Boraschi N.)

Immaginate una bambina (…?), nei primi anni ’70. Ha divorato favole e libri per l’infanzia. Ma ad un certo punto s’annoia e si chiede se, in giro per casa, ci siano altre storie, magari non prettamente per bambini.

Su uno scaffale, trova alcuni bei volumetti rilegati, dalla costina finto-elegante. Si tratta della Selezione dal Readers’ Digest. Sono lì da molto prima che lei nascesse, odorano già di vecchio (e com’è bello ficcarci il naso). Ciascun volume racchiude quattro o cinque romanzi “condensati”. Immaginate questa bambina che inizia a sfogliare e si ferma, per caso o per destino, su un romanzo, La signora Harris va a Parigi. pubblicato per la prima volta nel 1958, di un certo Paul Gallico.

Internet non esiste e di un autore contemporaneo come Gallico (americano, cronista sportivo e poi romanziere prolifico) nessuna enciclopedia parla ancora. La bambina non ha modo di saperne niente, né nessuno la avviserà, nel 1976, per dirle che è morto.

Il romanzo “condensato” (nell’ottima traduzione di Camilla Cederna) è più che sufficiente per la bambina che ne resta conquistata. La protagonista è una matura domestica a ore, Ada Harris, londinese, vedova, cappottino spelacchiato, cappello di paglia verde con un’assurda rosa che ciondola ad ogni movimento. Una vita di stenti, nessun capriccio se non quelli tipicamente inglesi del tè e della schedina su cui puntare tre pennies alla settimana. Cosa mai può succedere a questa donna anziana e poverella dalla vita che più grama non si può?

Succede che riassettando la stanza della raffinata lady Dant, una delle tante persone ricche per cui lavora, la signora Harris veda due abiti.

Uno era un lembo di cielo di pizzi e chiffon color crema e avorio, mentre l’altro era una specie di fuoco d’artificio di raso e taffetas cremisi. Mrs Harris non aveva mai visto niente di così bello. […] In quel preciso momento era nata in lei la smania di possedere un vestito così. […] Assolutamente soggiogata , se ne stava lì a fissarlo appoggiata alla scopa, colle ciabatte ai piedi, la polvere tutt’intorno e i capelli pochi e radi che le cadevano sugli orecchi.

Sarà Lady Dant , un po’ per cattiveria un po’ per ostentazione, a spiegarle che si tratta di abiti firmati Dior e soprattutto a rivelarne il prezzo: una cifra spropositata….

Nella realtà, dove il buon senso regna sovrano mutilando ogni desiderio, Ada Harris richiuderebbe l’armadio e non ci penserebbe più. Ma questa non è la realtà. È un romanzo mite candido e intelligente, sulla capacità di cullare un desiderio anche quando questo sia palesemente inopportuno, futile e folle.

Presa dalla sua ossessione, entusiasta come una ragazzina, Ada Harris si sveglia e si addormenta col sol pensiero di Christian Dior. Complice una piccola vincita al concorso-pronostici più qualche anno di rinunce, Ada racimola finalmente il gruzzolo necessario per il viaggio a Parigi e per l’abito dei suoi sogni.

Certo, sarebbe meglio spendere quei soldi per qualcosa di più utile, più coerente col suo stile di vita – lo sa anche la sua amica del cuore, la pragmatica Mrs Butterfly… Un elettrodomestico nuovo? Un cappotto pesante? Macché… Ada è irremovibile. Non è stupida: sa perfettamente che il suo abito Dior resterà nell’armadio. Potrà solo guardarlo, toccarlo o, al massimo, poggiarselo addosso davanti allo specchio nell’intimità della sua casa… Le mancano la mondanità, il ruolo, il corpo, l’occasione, insomma le manca ogni requisito per un abito così. Non è questione di soldi, è questione di vita…. Ma Ada Harris non bada a fare ciò che è utile e sensato. Lei sa sognare e sente che possedere quell’abito le darà comunque la felicità. Cos’altro conta?

Con gli occhietti vispi e il cuore gonfio d’emozione, Ada prende l’aereo e vola a Parigi verso la Maison Dior dove le accadranno molte cose che non vi rivelo…

Intanto, voi continuate ad immaginare quella bambina.Ha riposto quel libro e ne ha letti molti altri. È diventata grande e forse troppo saggia. Pensa che i risparmi vadano spesi solo per le cose serie, per mettere su casa o per affrontare le difficoltà. Le paure hanno messo radici, e i sogni – quelli sciocchi ma, vivaddio, così deliziosi! – si sono sciolti come fiocchi di neve. Una volta almeno aveva un certo gusto, guardava le vetrine con gli occhi luccicanti. Sapeva che quella borsa era bella, che quelle scarpe erano eleganti. Non comprava nulla ma desiderava e già questo era prezioso e divertente, ottimo cibo per la parte femminile dell’anima.

Poi, sconfitta dalla noia di non comprare mai niente, ha smesso di sgranare gli occhi. Da anni non guarda più a quel modo, vorace e sognante. Se entra in un negozio – e lo fa sempre più di rado – si accosta alle cose con un vago senso di colpa. Se tocca qualcosa è solo per girare il cartellino del prezzo e, conseguentemente, i tacchi. Il pensiero di “non poterselo permettere” si è talmente radicato in lei da farle perdere la capacità di sognare. Non distingue più il bello dal brutto, non sa più che cosa le piaccia e cosa no.

Immaginate che un giorno questa donna entri in una biblioteca (poiché ovviamente non si permette più nemmeno di acquistare libri…). Sullo scaffale delle novità, è in bella vista un libro dalla copertina azzurra e dal titolo inequivocabile. La signora Harris.

Il “va a Parigi” si è perso nella nuova traduzione, eppure non può che trattarsi di lei. A questa donna – … a me – esce un urletto di sorpresa e felicità (chissà se gli altri utenti se ne sono accorti?… ops…). Corro verso lo scaffale e afferro il libro prima che chiunque altro possa portarmelo via. Il nome di Paul Gallico, il disegno di una vecchietta vivace e minuta con cappellino di paglia , l’accenno di trama in seconda di copertina, lo confermano. È lei! Riportata in vita da Frassinelli nell’anno 2011, Ada è dunque tornata, ed è tornata per me, come da un altro mondo.

Quando esco dalla biblioteca col libro nella borsa, sono commossa. E non sono sola. La signora Harris mi tiene sottobraccio, mi rimprovera dolcemente scuotendo la testa (e la rosa sul suo cappellino), per rammentarmi la più banale eppure la più difficile delle verità. In un mondo concreto e crudele, forse non sarà consentito spesso di realizzare assurdi sogni di bellezza vanità e poesia. Ma continuare a coltivarli si deve. Si deve. Sempre.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2011 con tag , .

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