NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Settembre 2010 SE NIENTE IMPORTA di Jonathan Foer

Jonathan S. Foer “Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?” 2010, Guanda (trad. Piccinini I. A.)

Jonathan Foer è un giovane scrittore americano noto per Ogni cosa è illuminata (2002) e Molto forte, incredibilmente vicino (2005).

Quest’ultimo libro però non è un romanzo. Se niente importa (titolo originale Eating animals) è un saggio, anche se leggibile e avvincente come un romanzo grazie alla scrittura coinvolta e sapiente.

Quando Foer è diventato padre, ha deciso che voleva saperne di più sul cibo che avrebbe dato (o non dato) a suo figlio. E ha iniziato un’inchiesta sulla carne – ovvero sugli allevamenti intensivi che la producono – che l’ha reso consapevole di un vero inferno.

Se niente importa è il risultato di questa indagine, accuratissima, portata avanti per quasi tre anni.

Foer naturalmente si è occupato solo di allevamenti statunitensi, ma ho idea che l’orrore sia identico dappertutto.

Personalmente (ma conta poco) dopo la lettura di questo libro ho modificato drasticamente il mio modo di mangiare. Sapere cosa accade negli allevamenti intensivi, mi ha aperto gli occhi. Erano chiusi.

Mi sono resa conto di far parte di quella fetta di umanità che non sa, che non guarda, che se guarda dimentica. Mi sono resa conto di avere molta strada da fare prima di poter degnamente stare al mondo.

A nessuno di noi sarà mai permesso di mettere piede in un allevamento. Accecati da una pubblicità ingannevole e da disegni degni di un cartoon (galline sorridenti sulle confezioni di uova, mucche dagli occhioni blu sui tetrapak del latte), abbiamo completamente rimosso la verità. Il merito di Foer è di restituircela, crudele e brutale com’è, e di permetterci – se non di vedere – almeno di immaginare…

Immagina di entrare in un ascensore affollato, così affollato che non riesci a girarti senza sbattere contro il tuo vicino. Così affollato che spesso rimani sollevato a mezz’aria. Non c’è tregua, non c’è sollievo. Trascorrerai così tutta la tua vita, impazzendo. Le porte si apriranno una sola volta, per portarti all’unico posto peggiore, quello in cui ti ammazzeranno. Ecco, questa è la “vita” di tutti gli animali di allevamenti intensivi.

Una gabbia per galline ovaiole, ad esempio, concede a ogni animale una superficie grande quanto un foglio A4. Viene loro tagliato il becco, perché nella follia non si mangino l’un l’altra. Le gabbie sono accatastate in pile da tre a nove (si arriva a diciotto in Giappone). Gli escrementi di quelle che stanno più in alto, cadono su quelle che stanno più in basso.

Ora immagina dei pulcini (cosa ti viene in mente? creature deliziose, non è vero?). Tutti i pulcini maschi delle ovaiole, più di 250 milioni di pulcini all’anno, vengono distrutti (semplicemente perché non servono a quell’industria). Gran parte vengono risucchiati da una serie di condutture per finire su una piastra elettrificata. Altri vengono gettati in grossi contenitori di plastica: i più deboli vengono calpestati e spinti sul fondo, dove soffocano lentamente; i più forti soffocano lentamente in cima. Altri ancora finiscono triturati vivi.

Immagina ora una scrofa gravida. In natura, prima del parto cercherebbe cibo e preparerebbe un giaciglio di foglie erba o paglia per i suoi piccoli. La moderna “scrofa industriale” genera una media di quasi nove maialini, un numero che gli allevatori hanno aumentano di anno in anno. La terranno gravida il più possibile, per gran parte della sua esistenza.

Quando si avvicina il giorno del parto, le inducono il travaglio con mezzi farmacologici perché figli nel momento più adatto per gli allevatori.  Dopo lo svezzamento dei piccoli, una iniezione di ormoni le fa tornare rapidamente il ciclo, affinché nel giro di appena tre settimane sia di nuovo pronta per la successiva inseminazione artificiale. Trascorrerà le sedici settimane della gravidanza confinata in una gabbia di gestazione così piccola che non sarà in grado di girarsi. La sua densità ossea diminuirà per mancanza di movimento. Non avrà una lettiera e a forza di sfregarsi contro la gabbia le verranno piaghe grandi qualche centimetro, nere e piene di pus.

E i suoi piccoli? Molti maialini nascono deformi. Le malattie congenite sono moltissime. Anche loro vivranno stipati all’inverosimile. C’è un (atroce) senso in tutto questo: senza spazio per muoversi, gli animali bruciano meno calorie e ingrassano con meno mangime…

Un bombardamento di antibiotici, ormoni e altre medicine nel cibo, terrà in vita la maggior parte degli animali, fino al momento di macellarli malgrado le malattie. I farmaci servono soprattutto per combattere i problemi respiratori, diffusissimi negli allevamenti intensivi di suini. L’umidità dei luoghi, la densità degli animali con sistemi immunitari indeboliti, e i gas tossici prodotti dall’accumulo di merda e piscio, rende questi problemi inevitabili.

I veterinari non lavorano per la salute ottimale, bensì per la reddittività ottimale. I farmaci non servono per curare le malattie ma per supplire a sistemi immunitari distrutti.

Ora ti chiedo di immaginare un immenso lago di merda (usare parole più eleganti sarebbe ipocrita).

La merda in sé non è un male. È stata a lungo amica del contadino, fertilizzava i campi da cui lui ricavava il foraggio per i suoi animali, la cui carne andava alle persone e la cui merda tornava nei campi. È diventata un problema solo quando noi americani abbiamo deciso che volevamo mangiare più carne di qualunque altra società nella storia.

I liquami vengono pompati in grossissimi “lagoni” accanto alle porcilaie. Questi lagoni tossici possono arrivare a un’estensione di più di un ettaro e una profondità di nove metri.

Il deflusso si insinua nei corsi d’acqua e i gas velenosi come l’ammoniaca e l’acido solfidrico evaporano nell’aria. Quando quei pozzi neri grandi come campi di calcio sono sul punto di traboccare, l’industria irrora i liquami sui campi. O talvolta si limita a spruzzarli dritti in aria. Un geyser di merda che spande un aerosol di feci creando vortici gassosi capaci di provocare gravi danni neurologici. Le comunità che vivono nei pressi di allevamenti intensivi lamentano problemi di epistassi persistenti, otalgie, diarree croniche e bruciori ai polmoni.

Ora immagina il destino del nostro pianeta, di cui forse, tra un pasto e l’altro, già ti preoccupi sinceramente. Ebbene: l’allevamento di animali è responsabile del 37% delle emissioni antropogeniche di metano, che ha un potenziale di riscaldamento globale 23 volte superiore a quello della CO2.

Le Nazioni Unite sintetizzano gli effetti ambientali dell’industria della carne in questo modo: “Allevare animali a fini alimentari è una delle due o tre attività che contribuiscono maggiormente ai più seri problemi ambientali su ogni scala, da quella locale a quella globale. La zootecnia dovrebbe essere al centro dell’attenzione politica quando si affrontano i problemi del degrado del suolo, dei cambiamenti climatici, dell’inquinamento dell’aria e della carenza e dell’inquinamento dell’acqua, e della perdita di biodiversità”.

Immagina tutto questo. E alla prossima spesa, dopo aver soppesato la confezione di braciole, a te la decisione: metterla nel carrello o riporla?

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2010 con tag , .

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