NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Ottobre 2011 ELOGIO DEL SILENZIO di Boris Biancheri

Il giorno in cui ho scoperto questo libro ero reduce da un imbarazzante incontro con una persona prodigiosamente loquace e invadente, quel genere di individuo che, se ti chiede da che parte vai, merita una sola risposta: “Dall’altra!”. E non ti resta che sgambettare sperando che non ti segua… Con le orecchie fumanti, la testa ingombra di confidenze non richieste, non poteva non attrarmi quel titolo benedetto che occhieggiava dallo scaffale: Elogio del silenzio.

Boris Biancheri “Elogio del silenzio” 2011, Editore Feltrinelli collana I narratori

Autore (autorevole), Boris Biancheri, classe 1930, diplomatico dalle prestigiose origini (figlio di un diplomatico e di una baronessa, nonché nipote di Giuseppe Tomasi di Lampedusa) e dalla luminosa carriera. Morto lo scorso luglio, Biancheri è stato ambasciatore italiano a Tokyo, a Londra, a Washington, e infine è stato segretario generale del Ministero degli Affari esteri, cioè la più alta carica della diplomazia italiana.

Già autore di altri libri (L’ambra del Baltico: carteggio immaginario con Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il ritorno a Stomersee, Il quinto esilio, tutti editi da Feltrinelli, per non parlare dei saggi di politica internazionale) alla presentazione di Elogio del silenzio Biancheri aveva dichiarato che da anni pensava a come rendere omaggio al silenzio, al suo valore morale, al suo mistero. Gli sarebbe piaciuto scrivere un saggio, ma – lo ammetteva con encomiabile modestia – era un progetto superiore alle sue forze. E così, aveva  optato per un romanzo, una narrazione pura che più pura non si può: personaggi eterei, molti dei quali senza nome; un paese, forse europeo, non identificato; una città latente, diafana, che fa da sfondo leggero (ricorda certe Città invisibili di Italo Calvino); una trama trasparente come l’ala di una farfalla, ma densa di metafore. E una fine che si presta a molte interpretazioni.

Il protagonista è Felix. Lo conosciamo bambino piccolo, in quell’età in cui sarebbe naturale che iniziasse a parlare, o almeno a provarci, puntando il ditino e sillabando il nome di ciò che vede. Ma Felix, attento intelligente e mite, non parla. I genitori ne sono costernati prima, e disperati poi. Temono per lui una vita da sordomuto, chiamano i dottori. Quel bimbo troppo quieto è per loro un oggetto oscuro, che quasi li imbarazza. Dopo anni, come se fosse naturale così, Felix pronuncia finalmente una parola: “Bello”. Ne dirà altre, pian piano. Comunque poche. Parlerà sempre con avarizia, prudenza, come se sapesse che in fondo sarebbe preferibile tacere.

Ma Felix ha anche delle doti eccezionali. Ha una memoria visiva e uditiva straordinarie. Negli anni del silenzio totale, ha osservato e memorizzato tutto. Ha classificato i ricordi come un archivista, attribuendo a ogni ricordo un numero. A cosa corrisponde il numero 21? Felix ormai adulto (arrivato ormai oltre le migliaia di ricordi catalogati) saprà dirlo… Il 21? Ah sì, quella volta in cui a due anni sono entrato da solo in una vasca di ferro smaltato… Ricordi minimi, personalissimi, e per la maggior parte inutili.

Solo un professore intuisce che il suo talento va indirizzato meglio, e gli insegna a interessarsi a tutto. Se memoria dev’essere, che sia memoria del mondo e non solo di se stesso. Discutono di politica, arte, costume. Aperta la mente, Felix si iscrive alla facoltà di filosofia, e lì conosce il Gran Presidente che, oltre ad essere docente universitario,  è anche Presidente del Consiglio.

Anch’egli si accorge di Felix, del suo genio stralunato e taciturno.  Ne fa il suo assistente, segretario particolare, allievo, pupillo, confidente, erede…

Il Gran Presidente ha uno strano modo di governare – non fare assolutamente niente – ed è apprezzato per questo. È bonario, affabile, cortese con tutti, i suoi discorsi non sono decifrabili,  l’obiettivo primario è evitare che le cose accadano, che i problemi si pongano.

Esemplare è il caso che gli viene sottoposto dal capo dei servizi segreti. In un carcere sta per scoppiare una rivolta ed è un ben determinato gruppo di detenuti a soffiare sul fuoco. Che fare? Ebbene, il Gran Presidente suggerisce che questi vengano trasferiti, che vicino alla frontiera si finga un incidente stradale, che le guardie voltino opportunamente le spalle… I carcerati certamente fuggiranno, oltrepassando il confine, ed ecco che il problema sarà risolto!

Un giorno, il Gran Presidente viene ucciso da un pazzo. Si pone il problema della successione. Felix, che ha fama di esserne l’erede morale e intellettuale, è subito designato. La sua impassibilità, la sua pacatezza, il modo di ascoltare, piacciono.

Ma questo modo di governare lo mette a disagio. Felix non è poi così nullafacente come il defunto presidente, ritiene che i problemi vadano almeno affrontati se non risolti. Felix, insomma, sente un insopprimibile bisogno di verità.

La verità doveva essere messa al centro di ogni azione degli uomini e di chi li governa, perché veniva prima della sicurezza, prima della libertà, prima della legge stessa. E la verità era questa: che il paese stava affondando, insieme alle infinite piccole macerie di cose ignorate, rinviate e non fatte, tra il disprezzo di molti e l’indifferenza dei più. A questo lui avrebbe cercato di porre rimedio con una energica azione del suo Governo. Occorreva risvegliare gli spiriti sonnolenti per dare maggior giustizia a tutti e maggior benessere a chi lo meritava. Sapeva di correre il rischio di commettere sbagli, ma aveva fiducia nei mezzi che la sorte gli aveva dato e nel sostegno dei presenti.

Presenti che, invece, non hanno mai sentito nulla di simile, e delle intenzioni di Felix ne capiscono poco…

Felix si ritira nella casa del padre, per scrivere in pace un discorso che abbia forza, rigore e prospettive. Il giorno fissato, si reca alla sede del Parlamento, dove tutti attendono di ascoltarlo. Ma a Felix non esce parola. Muove la bocca, agita le mani, ma dalla sua gola non proviene alcun suono. L’imbarazzo è generale. Viene accompagnato fuori, si pensa o si vuol pensare a un malore. Sarebbe l’unica spiegazione onorevole.

Ma Felix non sta male. In lui è scattato qualcosa di profondo e autentico. Si rende conto che non potrà continuare a fare politica, men che meno come presidente. Prende un treno, va alla frontiera, in un bar beve un cognac e chiede dove si trova. Gli risponde un uomo, vago e sapiente. Chi può dire esattamente dove si trova, in ogni momento della sua vita? Quel che posso dire è che qui la città finisce. […] Un piccolo muro. Al di là di quello, non c’è nulla.

Solo il mare, verso il quale Felix si incammina sereno, deciso, mentre dietro di lui rimane il paese, la città, putridi di parole bugiarde. Decide di morire? Potrebbe sembrare, ma la domanda resta intatta. Le domande dopotutto sono intriganti quanto il silenzio.

Qual è il messaggio di questo romanzo elegante e incorporeo, elusivo e misterioso? Che cosa voleva dirci, della politica, un uomo come Biancheri che l’ha vista da una prospettiva così delicata e profonda come quella diplomatica?

Forse, che in politica non c’è spazio per la verità. Se si volesse dirla – ma dirla davvero –  mancherebbero le parole, i suoni. La politica non ha nulla a che vedere con la verità. Il Gran Presidente, buon’anima, era lì per non dire e non fare nulla di vero, ed era questo che lo rendeva, paradossalmente, un politico perfetto…

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2011 con tag .

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