NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Ottobre 2010 LA COTOGNA DI ISTANBUL di Paolo Rumiz

Paolo Rumiz “La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna” 2010, Feltrinelli collana I Narratori

Paolo Rumiz lo conosciamo bene. Grande giornalista, instancabile viaggiatore, acuto osservatore di tutti i mondi attraversati. Con L’Italia in seconda classe, reportage di un viaggio sulle sgangherate carrozze di Trenitalia, fu al centro di un incontro organizzato da Konrad nel luglio 2009.

In quell’occasione Rumiz parlò di tutto: del nostro bel paese devastato, di certe italiche assurdità della rete ferroviaria, ma anche dell’intrinseca poesia – per chi sappia coglierla – di un viaggio fatto di lentezza, imprevisti, incontri. Un viaggio a misura d’uomo tranquillo e curioso, che non conosce l’ansia della fretta e dell’arrivo. Intrattenere una conversazione col vicino di posto, condividendone per qualche ora il destino… Rubare, anche non volendo, le chiacchiere di una donna poco discreta che al telefonino parla dei suoi amori…

Fu un incontro affollatissimo, nonostante il caldo torrido che opprimeva la sala. Segno che, quando scrive o parla, Rumiz prende per mano il suo pubblico e non lo lascia più andar via.

Ora, in libreria, c’è un’altra prova evidente della capacità di fascinazione di Rumiz. C’è La cotogna di Istanbul. Ballata per tre uomini e una donna.

Non leggetelo in biblioteca, questo libro, né di notte accanto a qualcuno che dorme, né altrove dove sia dovuto il silenzio. Semplicemente non potrete stare in silenzio. Anche se non siete attori né vantate una dizione perfetta, vi troverete comunque a leggere ad alta voce, sorpresi di non poter fare altrimenti, ammaliati dal suono armonioso che scaturirà dalle parole.

Ed è naturale che sia così. Questa storia non è fatta per esser letta e basta, trattenuta nella propria memoria muta di lettori. Questa storia va narrata e condivisa così come si narravano le storie un tempo. Deve muoversi, deve essere scambiata come moneta preziosa, deve accendersi spegnersi e riaccendersi di voce in voce.

Proprio per restare fedele all’oralità intrinseca di questa vicenda, Rumiz, pur dovendola scrivere (“Scrivere è cosa fredda, senza cuore, / un miserabile atto da notai”, dice per bocca del protagonista) ha scelto la ballata, il quasi-endecasillabo che si lascia cantare.

È il 1982. A Sarajevo, la splendida Maša, viso da tartara e occhi come grani d’uva nera, a due giorni dal matrimonio perde il suo promesso sposo che viene arrestato per aver commesso un omicidio. Pazza d’amore, promette che lo aspetterà per tutti gli anni a venire. Ma è anche determinata a volere dei figli, il suo albero deve dare frutto. Vuole perciò un marito “a scadenza”, che accetti il singolare patto: quando Vuk, il suo unico amore, uscirà dal carcere, lei sarà di nuovo sua. Duško accetta questa proposta. Nascono due figlie.

È il 1992. Scoppia la guerra in Bosnia e, poiché servono uomini, vengono liberati anche i carcerati. Torna Vuk, prima del tempo, e scatta puntuale la promessa di Maša che lascia il marito e torna da lui. Vivono insieme un tempo troppo breve, in una casa di Bistrik, finché Vuk – scherzi atroci del destino – tornato salvo dalla linea del fronte, resta ucciso da una scheggia d’ottone di una granata entrata dalla finestra. Si accascia dal divano al tappeto, sanguinando come un capretto. Da quel giorno, Maša resta lì, non si taglia più i capelli, custodisce con passione la casa, ne fa un tempio all’amore, quello perduto o quello futuro…

pulì ogni cosa, come per Qualcuno

che chissà quando sarebbe venuto,

o per le ombre che ancora certamente

a Bistrik abitavano quel luogo.

È il 1997. Max, ingegnere viennese con un profondo attaccamento per Sarajevo che sente come sua, incontra Maša e ne resta folgorato. Una canzone struggente, che Maša canta per lui, segna il loro incontro. La canzone parla di due amanti, della malattia della donna, e di quel frutto strano, la cotogna di Istanbul, che si dice abbia il potere di far guarire. Ma lui, l’uomo della canzone, non farà in tempo a portarglielo e la donna morirà…

Una canzone che per Max e Maša è presagio triste.

Max la amerà senza dichiararsi, la penserà per i tre anni durante i quali lei sembra scomparsa, e avrà il cuore in gola di felicità quando finalmente, un giorno del 2000, gli squillerà il telefono e una voce distante, seducente, da contralto, dirà “Ciao sono Maša, forse ti ricordi”.

Proprio come nella canzone, lei è gravemente malata,

 “e cerco qualcuno che sia capace

di mettere le mani sul mio corpo

dopo un’operazione malriuscita”

Si ritrovano, si amano, viaggiano, ridono e piangono insieme.

La mitica cotogna di Istanbul – che non soltanto sopravvive all’inverno / ma è l’unico frutto che con il tempo / è capace di rendere più forte / l’odore anziché farlo illanguidire. / È brutta, tutta piena di bitorzoli/ ma col tempo diventa più rotonda / più morbida, più bella e femminile./ È vita, forza, sostanza e profumo, / un frutto che resta sempre fedele… – potrà forse guarire Maša?

Farà in tempo Max a portare il frutto d’oro al suo capezzale?

Come nasce una storia così tragica e così bella? In quali vicoli del cuore resta nascosta prima che si riveli?

Rumiz ha conosciuto davvero la donna che ha ispirato il personaggio di Maša; davvero si è dovuto allontanare da lei proprio mentre l’abbrancava la morte; e davvero ha incrociato un venditore di cotogne a Istanbul, nella pioggia, e in quel momento ha capito che lei se n’era andata e che non ci sarebbe stato tempo per portarle la cotogna guaritrice.

È dunque suo il dolore di Max?

Max che, dinnanzi al venditore di cotogne, corse in un vicolo

per non mostrare il pianto ed urlare il nome di lei

“Maša” rantolò, e poi tornò indietro,

 afferrò il venditore per un braccio e gli volle comprare i frutti più belli

A metà tra finzione e verità, gonfio di sentimento e di bellezza, questo libro è caldo e crepitante come un fuoco attorno al quale sedersi, saporito e rotondo come un frutto, da addentare per restarne sazi, stupefatti, incantati.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2010 con tag .

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