NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Novembre 2011 CAMMINARE, UNA RIVOLUZIONE di Adriano Labbucci

Adriano Labbucci “Camminare, una rivoluzione” 2011, Editore Donzelli collana Saggine

Sarà per la tristezza che mi prende ogni mattina, quando vedo bambini e ragazzi in piena salute, imprigionati dentro le auto dei genitori, nervosi gli uni e gli altri, i loro volti pallidi, i loro giochetti idioti, la testa bassa sull’ultima tecnologia. Sarà per quelle portiere che si aprono sul marciapiedi, per far scendere un cittadino di domani già sfiancato, pigro, immusonito, spento, che fa un passo verso la scuola con l’aria di chi non riuscirebbe a farne altri due. Ginocchia fiacche, occhi vitrei.

Sarà perché qualche domenica fa, una giornata magnifica soleggiata e frizzante, due giovani su rombante automobile mi hanno chiesto informazioni per raggiungere un centro commerciale, e avrei voluto dir loro di non andare, di salire verso il Carso, di muoversi, di capire quanto camminare sia benedetto, quanto sia importante.

Sarà perché, quando cammino a lungo, sento il cuore battere a quel ritmo ideale, che sa di vita, di fatica sana. Sarà per le gambe che dopo qualche ora dolgono deliziosamente, di un dolore antico. Sarà per la bellezza che conservo negli occhi, di sommacco, di pietre e di mare. Sarà per quel tratto impervio che mi ha regalato il fiatone, fuori e dentro di me, come una musica. Sarà per alcune delle mie scarpe che, a guardarle, sporche e devastate, mi fanno un’immensa tenerezza. Sarà perché alzare la testa a qualcosa di alto vecchio e nobile – un albero centenario o il frontone ricco di una vecchia casa – fermarcisi sotto, respirarne il tempo, è una lezione di umiltà.  Sarà perché, chilometro dopo chilometro, tutto perde d’importanza, e tutto la ritrova. Sarà perché camminare è l’unico modo per prendere la misura delle cose.

Sarà per tutto questo, e per la gioia che sento ogni volta, e per l’amore folle di gratitudine che ho per i miei piedi, che ho deciso di parlarvi di quest’ottimo libro.

Breve ma denso, zeppo di citazioni e riferimenti, grondante verità. Il tipo di libro che è come la prima ciliegia del cestino, vien voglia di mangiarne (leggerne) tante altre. Tutte le ciliegie riportate a piè di pagina… Da Hofmannsthal a Canetti, da Claudio Magris a Erri De Luca, da Hesse a Beaudelaire Kavafis Bauman Tronti e molti altri.

Si intitola Camminare, una rivoluzione.

Lasciate stare, avverte Labbucci. Se siete alla ricerca di un manualetto su come fare fast walking e quella roba lì – lasciate stare, questo libro non è per voi. Qui si propone una tesi: camminare è sovversivo, alternativo, l’arma migliore per contrastare un mondo che non ci piace. Camminare può essere davvero una rivoluzione, una atto di perturbamento rispetto all’ordine dato.

In una società di comfort a tutti costi, camminare ci riconsegna alla nuda vita, ai suoi elementi e bisogni più elementari: mangiare, bere e dormire, freddo e caldo, stanchezza e riposo, dolore e piacere; dove i nostri sensi sono tutti all’opera con una potenza e un’acutezza prodigiose che normalmente non sperimentiamo.

Oggi, nell’assurdità di questa epoca amara, la velocità – anzi peggio, l’andare di fretta – è diventato status symbol. Se vai di fretta, sei uno importante, uno che conta. Camminare, viceversa, è divagare, fermarsi, indugiare, esplorare, contemplare. Accogliere il mondo che ci viene incontro, senza dimenticarci di noi stessi.

Jean-Jacques Rousseau scriveva: “Non ho mai tanto pensato, tanto esistito, tanto vissuto, mai sono stato maggiormente me stesso, quanto in quei viaggi che ho compiuto da solo e a piedi. La marcia ha qualcosa che anima e ravviva le mie idee: non posso quasi pensare quando resto fermo, bisogna che il mio corpo sia in moto per dare l’abbrivio alla mia mente”.

Camminare è uno straordinario esercizio di libertà. Come ci ha insegnato Hannah Arendt, nell’antica Grecia essere liberi non significava altro che “poter circolare a proprio piacimento”.

Camminare è accettare i limiti, riconoscerli, provare a superarli ma senza dare per scontato che questo sia possibile. Verrà un momento, un chilometro, una salita, un cielo buio, sotto il quale colui che cammina dovrà ammettere di non farcela oltre. Riposerà.

Anche questo è rivoluzionario, in un’epoca in cui i limiti, la stanchezza, gli imprevisti, le tragedie, in una parola il destino, non sono ammessi.

Il dominio della ragione e della tecnica ha diffuso l’idea che ogni limite sia provvisorio e possa essere spostato più in là. Nella nostra cultura non c’è più niente che ci aiuti a “subire” un limite, e accettiamo sempre meno di essere esposti alla vita, al rischio. Lo si nota anche da piccole cose. “Meteo” è la parola più cliccata su Google. Il voler conoscere in anticipo per poter controllare gli eventi. Viviamo il limite non come una cosa naturale, bensì come un sopruso.

Vogliamo essere sicuri di tutto, e quest’ansia di sicurezza è il peggiore dei nostri coltelli a doppio taglio. In un contesto sociale dove la sicurezza prevarica la libertà, è ancora possibile camminare? O diventa piuttosto un’attività strana, anomala, da tener d’occhio?

Lo aveva previsto negli anni Cinquanta Ray Bradbury nel suo racconto Il pedone.

Ambientato nel 2053, narra di un uomo che come ogni sera va a fare due passi, serenamente.

Un’auto della polizia lo investe col suo cono di luce. Gli chiedono dove va. A camminare. A camminare? Sì, risponde lui, candido, camminare per prendere aria, camminare per vedere. Ma lei ha un condizionatore d’aria in casa sua? Sì… E ha uno schermo televisivo? Sì… E dunque a che serve camminare? L’uomo viene caricato in macchina e portato in un Centro di Ricerca Psichiatrica…

Ma non illudiamoci: non è fantascienza, e non mancano quarant’anni. Che il pedone sia un ostacolo, un ribelle da ridicolizzare, un antagonista del “progresso”, è sotto gli occhi di tutti. La colata cementizia ci ha tolto i luoghi, la crosta d’asfalto ci ha portato via il terreno da sotto le scarpe, la bruttezza di un paesaggio offeso rende snervante il solo guardarlo.

Eppure, solo se ri-cominciamo a camminare, dappertutto (e ad insegnarlo ai nostri figli!), potremo contribuire ad una svolta. Per contrastare questo presente e darsi un altro futuro bisogna ripartire dai piedi, e questo significa avere il coraggio dei profeti. Profezia non è pre-dire, non è nemmeno pre-vedere. Il profeta non vede il futuro, vede il presente. Vede nel presente quello che gli altri non vedono, e dice del presente quello che gli altri non vogliono ascoltare.

Un piede davanti all’altro. È il gesto più naturale, la nostra prima conquista. Il gesto che, forse, ci salverà.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2011 con tag .

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