NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Novembre 2010 TUTTO SCORRE… di Vasilij Grossman

Vasilij Grossman “Tutto scorre…” 2010, Adelphi collana Gli Adelphi (trad. Venturi G.)

Traggo spunto dall’articolo sul dramma ucraino dell’Holomodor, che Giuliano Prandini pubblica in questo numero, per parlarvi di Vasilij Grossman, e in particolare del suo romanzo Tutto scorre…

Vasilij Grossman nasce nel 1905. È ebreo e ucraino, una doppia disgrazia in quella che sarà l’URSS di Stalin, ma lui ancora non lo sa. Anzi, sinceramente entusiasta dell’ideologia comunista, dopo aver studiato ingegneria, si mette a scrivere per raccontare l’epopea dei militanti bolscevichi. Diventa famoso. Durante la guerra è corrispondente dell’Armata Rossa, di cui segue l’avanzata fino in Germania, e dalla sua penna usciranno descrizioni di una lucidità e un vigore impressionanti (assolutamente da leggere L’inferno di Treblinka, primo reportage dai campi, uscito nel 1944 sulla rivista Znamja).

Ma dopo la fine del conflitto e dopo la morte di Stalin, Grossman diventa il suo più profondo e implacabile critico. Non può fare altro, dopo aver visto e capito. Le crudeltà commesse dal regime – prima fra tutte, appunto, l’Holomodor (una “carestia” atipica, non causata da eventi naturali sfavorevoli bensì pianificata e condotta dal governo), l’antisemitismo, l’uccisione della Libertà in ogni sua forma – non possono non fargli cambiare idea.

Ma cambiare idea, costa. E Grossman paga un prezzo altissimo. Certo, se Stalin fosse ancora vivo, pagherebbe forse con la vita, deportato laggiù, nel gelo della Kolyma. Con Krusciov questo non succede, eppure gli viene tolto ciò che per uno scrittore conta di più: la libertà di parola. Gli viene sequestrato il grandioso, splendido, romanzo a cui ha lavorato, Vita e destino.  Lo aveva spedito, fiducioso, alla Znamja, ma i responsabili della rivista  consegnano immediatamente il manoscritto al KGB. Dalla Lubjanka scende veloce la mannaia della censura. A Grossman portano via tutto: il manoscritto, ma anche la macchina per scrivere, la carta carbone, i nastri. Un modo per dirgli che come scrittore non deve più esistere. Lui è libero, le sue parole no.

Perché? Criticare Stalin, denunciarne i crimini, era perfettamente in linea con la destalinizzazione di Krusciov. La “colpa” di Grossman era di criticare tutto l’esperimento sovietico, fin dalle sue fondamenta, di descrivere come affini nazismo e comunismo, e di mettere in discussione persino l’intoccabile Lenin.

Fortunatamente, tre copie del romanzo erano già in mano ad amici fidati di Grossman. E uno di loro, riuscirà a portarlo in Europa, dove verrà pubblicato per la prima volta nel 1980.

Lui non lo saprà. È già morto, a Mosca nel 1964, avvilito ed emarginato come può sentirsi soltanto un narratore e giornalista costretto al silenzio.

Tutto scorre… ha perprotagonista Ivan Grigor’evic, un prigioniero politico che nel 1954 viene liberato e torna a casa, dopo trent’anni trascorsi nei lager nella Kolyma.

Il romanzo si apre in treno: Ivan, stretto in un angolo dello scompartimento, ascolta, si guarda attorno, studia le sfumature del mondo da cui è stato lontano. E l’uomo, che per tre lunghi decenni mai aveva ricordato che esistono al mondo arboscelli di lillà, viole del pensiero, viottoli di giardino cosparsi di sabbia, i carretti della gazzosa – emise un pesante sospiro, ancora una volta convincendosi che pur senza di lui la vita era andata avanti, era continuata.

Da parenti e amici viene accolto con cortesia, eppure anche con imbarazzo. La città stessa gli dà angoscia. L’incontro del giorno precedente con il cugino lo aveva riempito di amarezza, e Mosca lo aveva assordato, soffocato. La mole degli altissimi edifici, il flusso delle macchine, i semafori, la folla che marciava sui marciapiedi, tutto gli era estraneo, inconsueto.

Poi se ne va verso sud, trova lavoro come fabbro in un “artel”, organizzazione cooperativa di lavoro. Provava una sensazione insolita e bellissima nell’eseguire un lavoro di sua scelta, senza scorta, senza sentinelle sulle torrette. Ed era strano che, sebbene il lavoro fosse quasi lo stesso, e gli utensili quelli a lui noti, nessuno lo chiamasse carogna, non ci fosse ladro che alzasse le mani su di lui, nessuna spia lo minacciasse con la misura di legno.

Affitta una stanza in casa di una vedova di guerra, Anna Sergeevna, una donna magra e pallida, che gli fa poche domande ma lo osserva e ne intuisce il passato anche senza chiedere nulla: lo vede bere acqua bollente senza tè né zucchero, dormire sul tavolato, masticare pane secco…. Ivan comincia ad amare Anna, la sua vicinanza, la sua quieta tenerezza. Tutto in lei era bontà. Ma nella prima notte d’amore, irrompono anche i ricordi strazianti. Anna racconta ciò che ha visto: la tragedia delle deportazioni in massa e il massacro dei kulaki e la carestia, quella terribile mostruosa carestia…

Hai mai visto sui giornali i bambini nei lager tedeschi? Identici: teste pesanti come palle di cannone, colli sottili come quelli delle cicogne […] E gli occhi, o Signore! Compagno Stalin, Dio mio, li hai mai visti quegli occhi? […] Ancora adesso, se mi metto a pensarci, mi sento impazzire: possibile che Stalin avesse ripudiato quella gente? Fosse arrivato a un così orrendo sterminio? Il fatto è che Stalin di grano ne aveva. Fu dunque premeditatamente che quella gente venne condannata a morire per fame. Che non si vollero soccorrere i bambini. Possibile che Stalin fosse peggiore di Erode? È possibile, mi viene da pensare, che abbiano sottratto pane e grano per far morire la gente di fame? No, una cosa simile non può essere. Ma poi penso: è stato, è stato!

Ci sono state le malvagità, persino gli atti di cannibalismo. Ma c’è stato anche amore… Anna ricorda la donna che, per distrarre i figli dalla fame, raccontava loro favole, anche se riusciva a malapena a muovere la lingua. Ma è forse servito, l’amore? Egualmente non si salvò nessuno, uno alla volta, il villaggio intero morì. La vita scomparve.

E alla fine, Anna si chiede: Possibile che nessuno paghi per tutto ciò? Ma allora sarà tutto dimenticato, senza una parola? L’erba ha ricoperto tutto.

Il tempo dell’amore dura poco, Anna è malata di cancro e muore. Perduta anche l’ultima occasione di serenità, Ivan decide di tornare alla città sul Mar Nero dove si trovava la casa di suo padre. Come zaffate di profumo antico, gli salgono alle narici i ricordi dell’infanzia. Passando davanti alle stesse casette dalle imposte chiuse, si chiede se per caso, là dentro, non ci siano forse ancora gli stessi bambini di quarant’anni prima, fattisi adulti.

Riflette su tutta la sua vita che d’improvviso gli appare. Non porta rancore per quelli che gli hanno fatto del male. No, non volevano di certo fare del male proprio a lui. Costoro avevano tradito, diffamato, rinnegato perché altrimenti non sopravvivevi, eri perduto. […] Quanto a lui, non aveva portato a compimento nulla: non sarebbero rimasti in retaggio libri, quadri, scoperte. Non aveva creato una scuola, un partito, non aveva discepoli. Perché era stata così pesante la sua vita? Non aveva predicato il verbo, non aveva insegnato: era rimasto ciò che era fin dalla nascita – un uomo.

E mentre pensa, cammina verso la casa natìa, chiedendosi se essa sia ancora là, intatta, uguale. Ma dietro la curva non c’è più nulla, solo sterpi. Niente casa né pozzo: appena qualche pietra, biancheggiante in mezzo all’erta polverosa, arsa dal sole.

Resto lì, in piedi: canuto, ricurvo, e pur sempre quello di un volta, immutabile.

Tutto scorre… è un romanzo che commuove e paralizza, e che si innalza alla nobiltà del testamento se pensiamo che Grossman riprese a scriverlo dopo il sequestro di Vita e destino, quando sapeva di non avere più alcuna possibilità di vedersi pubblicato. Ci lavorò lo stesso, febbrilmente, fino alla fine, fino alla morte, soltanto per il bisogno di dire la verità, limpida, dolorosa, di abbandonarla alle onde delle generazioni successive così come si abbandona un messaggio in una bottiglia.

Verrà pure una sponda, un’epoca diversa, un’epoca di libertà – deve aver pensato Vasilij, mentre su di lui si spegneva l’ultimo giorno.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2010 con tag , .

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