NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Novembre 2007 TU SEI UN BASTARDO di Gad Lerner

Copertina libro“Gad, sei proprio un bastardo!”.

Se incontrate Lerner, glielo potete dire… e lui certo non si arrabbierà. Non se glielo direte col sorriso complice di chi ha letto il suo libro e ne ha compreso il messaggio. Essere “bastardo” (nella sua connotazione positiva) è un motivo d’orgoglio, una fortuna impensata, una ricchezza emotiva e culturale. È l’occhio speciale col quale godere di tutte le prospettive. Ed è naturale che la pensi così un uomo che, anche a voler cercare le proprie origini, non saprebbe da che parte cominciare. “A Beirut, la città in cui sono nato e ho vissuto la prima infanzia? In Israele, dove sono nati i miei genitori quando ancora sotto il mandato britannico si chiamava Palestina? Nell’Ucraina, da cui proviene la famiglia di mio padre? E magari pure in Turchia e nella Lituania da cui emigrarono i bisnonni materni?”

Come se non bastasse, poi ecco l’Italia, dove Lerner studia e vive, tra Milano Roma Genova Torino… e dove diventa cittadino italiano, infine, dopo una lunga attesa.

Per non parlare della variegatissima formazione professionale. Dal 1976, quando ha esordito nel quotidiano Lotta Continua, ha attraversato tutti i media.

Gad Lerner dunque, “bastardo” nel sangue e nel lavoro, non poteva non attaccare tutti quelli che brandiscono l’identità (una, unica) come un’arma, parlando retoricamente di radici (“ma gli uomini mica sono vegetali. Se mettessero radici, morirebbero”). Non vuole sbeffeggiare il legittimo ed intimo bisogno di identità che tutti sentiamo, ma trova “un che d’osceno in tutto questo rovistare nel passato”, qualcosa di pericoloso e ingannevole, utile solo a “disseppellire il falso mito necessario a odiare qualcun altro”.

Nella nuova copertina di questo libro, uscito nel 2005 e da poco tornato in libreria in versione economica, Lerner gioca con la sua ultima (di molte) immagine: il gentiluomo di campagna. “Dovreste vedermi esibire l’accento monferrino nelle conversazioni di paese”.

Nella foto accanto a lui, che regge divertito un bicchiere di rosso, c’è il cane J, ovviamente bastardo, arrivato da non si sa dove e diventato ormai presenza cara e saggia. “Lui lo sa, eccome, di essere un cane di campagna. Al massimo da cortile”.

Perché invece noi umani siamo così ostinati nel volerci inventare e costruire addosso un pedigree? Perché questa caccia affannosa e ridicola a una definizione univoca di se stessi? Perché questa miserevole necessità di appartenenza?

Il pensiero corre a Zelig, il camaleontico personaggio creato da Woody Allen e ormai divenuto simbolo delle metamorfosi da cui ci lasciamo – tutti, prima o poi – pateticamente sedurre, chi per opportunismo, chi per debolezza. “È più sicuro essere come gli altri” ammette Zelig, “voglio essere benvoluto”.

È un libro vibrante, questo: un pamphlet ironico ma anche severo e vigoroso contro l’abuso delle identità (il sottotitolo), in cui Lerner non risparmia nessuno.

Ne ha per Giuliano Ferrara, per la sua “recente, malinconica inclinazione reazionaria”. Ne ha per Marcello Pera e per la sua jihad giudeo-cristiano. Ne ha per Oriana Fallaci (ancora viva quando Lerner ne scriveva, quindi al presente) che “si proclama vittima della persecuzione islamica e vuole convincerci che il male è nel Corano”. Manifesta stima invece a Salman Rushdie che “è stato perseguitato sul serio dall’islam radicale, ma svolge ragionamenti pacati” nella speranza di un dialogo. “Confrontiamo la furia della Fallaci con il percorso indicato da Rushdie” continua ancora Lerner “ e ci troveremo di fronte bene evidente la differenza fra un’identità aperta e un’identità narcisistica”.

Si può e si deve essere coerentemente bastardi (ovvero traditori che tradiscono per rimanere nel giusto) anche nelle nostre vicende quotidiane.

Si può esserlo allo stadio, ad esempio. Lerner, appassionato interista, durante una Inter-Livorno non esita a passare con suo figlio nella curva livornese per dissociarsi dalle scemenze urlate dai neroazzurri, “quasi potessimo chiedere scusa della loro esistenza”.

E che fare davanti all’ingiustizia postuma subita da una signora non ebrea che non può riposare accanto al marito ebreo amato per tutta la vita? Semplice: avventurarsi di notte a traslare clandestinamente le sue ceneri, alla faccia del rabbino intransigente.

Violare le frontiere, passare da una parte all’altra (allo stadio, al cimitero, in mille altre situazioni) è l’unico modo “ per ricomporre le nostre identità plurali”.

Nella rigidità delle posizioni e delle finte radici, si rischia di rendere omaggio non a un’identità autentica ma solo alla sua grottesca caricatura: ad esempio, “quella per cui gente che non ha mai messo piede in una chiesa può vibrare d’indignazione se nel preambolo della Costituzione europea non trovano posto le radici cristiane”.

Un’identità confusa, allegramente sgangherata, doppia, tripla, multipla, dinamica e dialogante con le altre, è davvero la migliore che possa toccarci in sorte.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2007 con tag .

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