NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Marzo 2012 NOSTRA SORELLA CARRIE di Theodore Dreiser

Mi perdonerà il collega di Konrad Gianni Ursini, il nostro esperto di cinema, se questa volta invado un po’ il suo campo. Ma sono costretta. Il romanzo di cui vi parlo è dentro di me fin dall’infanzia, grazie al film che ne fu tratto.

Beninteso, da piccola non sapevo nulla di Theodore Dreiser e mi pareva che quello fosse solo un magnifico film degli anni d’oro di Hollywood, precisamente del 1952. Il titolo italiano, come spesso capitava allora, era a dir poco lacrimevole: Gli occhi che non sorrisero. Titolo originale, Carrie.

Uno strabiliante Laurence Olivier sapeva essere un uomo brillante e raffinato all’inizio, e un miserabile travolto dal disagio alla fine. Con tutte le possibili sfumature in mezzo.

Quel film mi toccò profondamente (e mi tocca ancor oggi, quando lo rivedo grazie all’immancabile DVD) e determinò in me una convinzione che tuttora è ferma: e cioè, che può capitare a tutti, davvero a tutti, di andare incontro alla più totale rovina. Per rovina intendo non avere più nulla, né un tetto né un soldo, soffrire il freddo, soffrire la fame, l’abbandono, la derisione. Fino a dover allungare un tremante palmo di mano in su, per elemosinare una moneta. C’è chi lo fa con consumata perizia, senza provare imbarazzo, con abitudine, forse senza reale bisogno.

Ma la maggior parte di noi – dopo una vita normale, di onesto impiego, di vestiti lavati, di casa tenuta pulita, di quel po’ d’orgoglio che è giusto in un essere umano – nel tendere il braccio proverebbe una sofferenza inaudita, qualcosa di simile ad una lama che penetra nel cuore.

Ecco, Laurence Olivier sapeva mostrarlo, questo dolore.

Le ragioni della rovina? Al di là dei vizi, si può semplicemente perdere il lavoro, e non riuscire a trovarne un altro. E se non ti paghi la casa, sei in strada relativamente in fretta. E quando sei in strada, ci vuol poco ad avere abiti indecenti, un cattivo odore e uno sguardo da vampiro. A quel punto, il lavoro non lo troverai mai più.

George Hurstwood (il personaggio interpretato da Olivier) perde tutto per una ragione ancora diversa: per amore.

Ma andiamo con ordine.

Quando Caroline Meeber salì sul treno pomeridiano per Chicago, tutto il suo bagaglio consisteva in una valigetta, o meglio, quasi una cartella di pochi soldi, di falso coccodrillo, in una scatola di cartone con la colazione, e un borsellino di cuoio con il biglietto ferroviario, un pezzetto di carta con l’indirizzo di sua sorella in Van Buren Street, e quattro dollari. Era l’agosto 1889.

Inizia così Nostra Sorella Carrie (Sister Carrie, 1900), primo romanzo di Theodore Dreiser.

Uno dei più significativi e controversi scrittori americani nasce nel 1871 nello stato dell’Indiana da genitori di origine tedesca e conosce un’infanzia di privazioni. Da qui l’importanza, quasi l’adorazione, per il denaro, così spesso presente nelle sue opere.

La famiglia non è soltanto povera, ma ha anche una pessima reputazione. I fratelli maggiori di Theodore sono coinvolti in truffe e gioco d’azzardo, due sorelle hanno figli illegittimi e una terza fugge con il cassiere di un noto ristorante, un uomo sposato che ha rubato le paghe dei dipendenti. La vicenda ispirerà proprio il personaggio di Carrie.

Come spesso accade nelle opere di Dreiser (prima fra tutte Un tragedia americana) anche Nostra Sorella Carrie ci dà uno spaccato fedele e vigoroso della grande America che nasce e ne mostra senza ipocrisie anche i lati bui.

Carrie è una giovane di provincia che va a Chicago per cercare lavoro e fortuna. La bella città sul lago Michigan è in pieno fermento. S’udiva dappertutto il battito del martello intento a saldare nuove strutture d’edifici. La ragazza conosce il commesso viaggiatore Charles Drouet e, dopo aver perso il lavoro in fabbrica, ne diventa l’amante. È consapevole del suo peccato ma non può fare a meno di lasciarsi sedurre. La vita che le viene offerta non è particolarmente lussuosa ma è pur sempre molto più comoda di quella che patisce da sempre. Spera di sposarlo? Lo ama? Forse lo crede… Eppure è confusa, passiva davanti alle circostanze.

È passiva anche quando conosce George Hurstwood, il facoltoso ed elegante direttore di un grande restaurant, che si innamora perdutamente di lei. Convinta di amarlo (ma forse solo accecata dal suo savoir faire e dalla promessa di una vita davvero distinta) accetta di scappare con lui, prima a Montreal, poi a New York, dove lei troverà la prosperità e lui un inarrestabile declino.

Storia semplice, quasi banale. Ma quanto è generoso Dreiser nel descriverci i personaggi, nel farceli passeggiare accanto, nel renderci complici dei fardelli e delle gioie, nell’affrescare superbamente, con panoramiche ampie e nel dettaglio vivido, le grandi città americane, col loro disordine, le possibilità, le tensioni sociali, le bellezze, le trappole.

Il romanzo fu ritenuto scandaloso e la sua distribuzione fortemente osteggiata. Eppure, Dreiser è il primo a “punire” Carrie. Una volta soddisfatte le ambizioni, infatti, sarà felice? No, non lo sarà mai completamente. E dunque, a cosa è servita tutta questa corsa al denaro, al benessere, al successo?

Ha scritto Carlo Pagetti nel suo saggio sullo scrittore: “ Lo scrittore ‘immorale’ che più di ogni altro ha saputo cogliere l’emergenza di nuovo valori etico-sociali nell’America fin-de-siècle, è anche il più consapevole del fallimento morale che il trionfo dei nuovi valori comporta”.

Su Carrie e su tutti gli altri che ce la fanno, getta un’ombra scura Hurstwood che vaga per le strade fino a trovarvi la morte. Un lunghissimo cono d’ombra, e di colpa.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2012 con tag .

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