NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Marzo 2008 TEOLOGIA DEGLI ANIMALI di Paolo De Benedetti

Paolo De Benedetti “Teologia degli animali” (a cura di Gabriella Caramore) 2007, Morcelliana

Per una teologia degli animali

Si possono dire due cose, su Paolo De Benedetti, docente di giudaismo e di Antico Testamento.

La prima è che il suo modo di ragionare è permeato dai dubbi, dalle domande, dai forse. È un teologo, sì, ma un teologo dal pensiero aperto, dalle mani vuote che non stringono alcuna Verità. La seconda è che ama gli animali, tutti: li ama con tenerezza e rispetto.

Le due cose messe insieme non potevano che sfociare in una “teologia degli animali”.

Concetto oltraggioso? Inaccettabile? No. Anzi, del tutto normale, se consideriamo che secondo la Bibbia noi e i nostri “fratelli minori” siamo nati lo stesso giorno, il sesto. E che dopo il diluvio universale Dio ha stabilito la sua alleanza con tutti gli esseri viventi della Terra, non solo con gli uomini (Genesi, 9, 9-11).

Secondo De Benedetti, occorre quindi estendere la concezione di prossimo: “Prossimo è tutto il creato, ed è via via più prossimo quanto più aumentano due elementi: la sensibilità e la dipendenza da me”.

È vero: nella Bibbia è scritto anche che Dio disse agli uomini “dominate sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla terra”.

È forse da queste parole che si è sviluppata la lunga tradizione di sfruttamento e crudeltà nei confronti degli animali.

Ma questo antropocentrismo deve essere reinterpretato. Deve trasformarsi in responsabilità, cura amorevole, custodia.

Il libro nasce dalle conversazioni che Gabriella Caramore ha avuto con De Benedetti nel corso di quattro puntate di Uomini e profeti, trasmissione radiofonica di Radio Tre (rimando chi volesse riascoltarle a www.radio.rai.it/radio3/uomini_profeti/ )

Le conversazioni, e di conseguenza il libro, accolgono anche altri studiosi: c’è ad esempio Luisella Battaglia, docente di Filosofia Morale all’Università di Genova e direttrice dell’Istituto italiano di Bioetica, secondo la quale servirebbe una ridefinizione dell’etica.

Anche se privo di quel che noi definiamo volontà, libero arbitrio, capacità di giudizio…, si può tener conto della creatura-animale come soggetto morale?

Sì, secondo Battaglia. È vero che c’è una asimmetria dell’etica (non possiamo chiedere a un cane di non morderci regolamentando il suo comportamento) ma questa asimmetria è esattamente la stessa che si riscontra nella relazione con i soggetti deboli. Possiamo forse regolamentare giuridicamente il comportamento di un neonato o di un comatoso?

La forma più alta della condotta etica è proprio quella asimmetrica, là dove interviene un discorso di impegno e di cura che non prevede reciprocità. […] L’animale è un soggetto morale nel senso che è un paziente morale. Noi siamo in grado di esercitare nei suoi confronti una serie di azioni che possono essere di danno o di beneficio ma in ogni caso non possiamo pretendere da lui il comportamento di un agente morale perché non è e non può essere tale.”

L’uomo, come soggetto morale, deve darsi delle risposte davanti all’animale sofferente (pensiamo alle inaudite atrocità degli allevamenti moderni, dove l’animale è privato della luce del giorno, della capacità di muoversi, è castrato senza anestesia, è sottoposto a torture inimmaginabili…).

E i sacrifici di animali, la macellazione rituale, come entrano in questo discorso? C’è forse un’etica parallela che li consente o li consentiva?

All’estremo opposto, come interpretare oggi la sacralità della vacca, in India, o la totale non violenza della tradizione giainista (i monaci camminano spazzando davanti a sé per non schiacciare inavvertitamente qualche insetto)? Per contro, come comprendere la condizione di “paria” del cane, animale considerato immondo?

Ne parla Alberto Pelissero, docente di sanscrito presso il dipartimento di orientalistica dell’Università degli Studi di Torino ed esperto di religioni dell’India.

Ma non solo: viene analizzata anche l’eccessiva umanizzazione che qualche “padrone” (ma in inglese “father”: parentela, anziché possesso), magari per solitudine, attribuisce agli atteggiamenti dell’animale.

Ne parla Gian Paolo Squassino, veterinario di Asti (veterinario “di famiglia” proprio di De Benedetti): il gatto che si struscia sulle gambe del proprietario non compie un gesto d’affetto, almeno non sempre. “Quando ritiene di aver trovato un posto favorevole alla sua vita, il gatto si struscia perché libera sostanze ormonali proprio in quel punto, sostanze che attirano altri animali a vivere nello stesso luogo. Sono comportamenti istintuali”

C’è spazio anche per citare Coetzee, Camus, Ortese, Klee… e anche per alcuni teneri scritti dello stesso De Benedetti, come il commosso addio alla sua gatta: “Spero che nei sogni mi verrà ancora sulle ginocchia […]; sognerò un cuscino perché vi si possa accomodare, e una foglia di rabarbaro per l’ombra”

Dalle sue esili ottanta pagine o poco più, riga dopo riga questo libretto si dilata, prende vita, fa riflettere, fa intenerire. Fa vergognare…

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2008 con tag .

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