NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Maggio 2008 IL CANTO DELL’ORCO di Furio Bordon

Furio Bordon “Il canto dell’orco” Sellerio Editore, 2007

Primi anni ’70. Luca Simoni è un giovane giornalista di cronaca nera, dall’indiscutibile talento e il promettente futuro. Ma è depresso, senza veri amici, senza un vero amore; si trascura, beve troppo e fa una vita sregolata in cui il sonno e la veglia sono torbidamente confusi.

Se fosse più forte e meno solo, chissà, affronterebbe diversamente quello che il destino gli riserva: l’incontro con Martino Mozzati, meglio conosciuto come il “boia di Cavalta”.

Arruolato in un reparto di SS italiane tra il ’43 e il ’45, Mozzati ha ucciso cinquanta persone durante una repressione antipartigiana e per questo crimine è stato condannato e poi amnistiato. Negli anni successivi è vissuto nell’ombra.

Adesso è accusato della morte dell’amante, la bellissima Francesca, e si rivolge a Simoni affinché lo aiuti a dimostrare la sua innocenza.

Secondo Martino, la donna si è suicidata e lui, folle d’amore, non ha fatto altro che vegliarne la salma per un tempo spaventosamente prolungato. “Non volevo che la portassero via, che la toccassero come si toccano i cadaveri, con indifferenza o con ribrezzo […] Adesso è finita. Non è più lei. Non c’è più niente di lei in… in quella cosa sul letto. Quando verrà la polizia, non la troverà: Francesca è scomparsa e sono io che le sono rimasto accanto fino all’ultimo, fino al niente…”.

È possibile credere a questa versione dell’amore e della pietà?

Il passato da assassino, il corpo irsuto e mastodontico, fanno di Martino “l’orco”, lo scontato colpevole di un delitto raccapricciante.

Ricercato dalla polizia e considerato un mostro da tutti, Martino trova solo la fiducia di Luca che lo aiuta, lo protegge, per qualche giorno lo ospita persino in casa sua.

La sua vita privata ne è sconvolta, il suo lavoro bloccato: indaga solo su Martino, intervista quanti lo conobbero, analizza l’amore per Francesca e scava nella tragedia di Cavalta recandosi al paese e visitando il Museo della Resistenza (che, trascurato per mancanza di fondi, ha perduto una R, ed è diventato Museo della _esistenza…)

Lì, ancora una volta, affiora la domanda sulla vera indole del boia: i cinquanta civili erano appesi al fil di ferro, sarebbero morti lentamente tra atroci sofferenze. E Luca si illude: forse Martino sparò loro per… misericordia?

Sarà lunga la spirale di dipendenza psicologica, di fascinazione e tenerezza, che legherà Luca a Martino, in certi momenti trasformandolo quasi in un figlio, un ragazzino stanco e smarrito che chiede solo una figura di riferimento, un affetto, per quanto alienato e balordo.

Pubblicato già nel 1985 e ora ristampato dalla casa editrice Sellerio, questo libro di Furio Bordon (autore di romanzi, sceneggiature e testi teatrali, tra cui il notissimo e pluripremiato Le ultime lune) è un piccolo capolavoro.

Scritto benissimo, con personaggi tratteggiati magnificamente, dialoghi illuminanti e descrizioni brevi e perfette che dicono tutto il necessario, Il canto dell’orco è – per definizione dell’autore stesso – un noir morale. Perché di quesiti morali sono piene le pagine.

Sul Bene, sul Male, sul confine labilissimo ed osmotico che li separa.

Sull’infinita interpretabilità delle circostanze.

Sulla quantità di luridume sociale che un giovane uomo può vedere senza restarne avvelenato: “La cronaca nera è il centro incandescente del nostro malessere, il punto dove tutto è più chiaro e terribile […]” dice Luca parlando del suo lavoro, “non è allegro starci in mezzo, ma io continuerò a farlo finché mi reggono i nervi, perché la verità sull’uomo sta di casa qui”

Sulla guerra, e su quanto possa guastare il cuore dei sopravvissuti: “Certo, i lager li abbiamo visti tutti al cinema, ma non basta” dice un libraio ebreo, “per sapere cos’erano veramente bisogna esserci stati. Solo che, dopo esserci stato, non sei più un uomo, perché ti hanno offeso troppo. Non creda, dottor Simoni, alla mistica trascendente della natura umana, al fiore sempre vivo nel fango e a tutte quelle stupidaggini. L’uomo può sopportare fino ad un certo limite: se viene costretto a superarlo, diventa un’altra cosa. E non mi domandi cosa, perché non lo so”.

Sulla doppiezza dello Stato: “Non si può autorizzare un uomo a uccidere in guerra” polemizza Luca, “insegnargli a farlo, premiarlo se lo fa bene, punirlo se si rifiuta, e poi scandalizzarsi se non riesce più a pensare che la vita umana è sacra”

Forse solo ai bambini è concesso il sollievo di dividere il mondo in buoni e malvagi. Agli adulti tocca il dolore di sapere che non c’è demarcazione possibile.

Luisella Pacco

 

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2008 con tag .

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