NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Luglio – Agosto 2012 LA FIGLIA DELLA DONNA A ORE di James Stephens

James Stephens “La figlia della donna a ore” 1993, Bollati Boringhieri (trad. Silvia Gariglio)

Anni fa sono tornata a Dublino. Dico tornata, perché, anche se in realtà era la mia prima volta in Irlanda, mi sembrava davvero un ritorno. Mi pareva di conoscerla, quella città, me la portavo dentro fin dalla prima lettura di Joyce, con i racconti dei Dubliners. Erano diventati un po’ miei il fiume Liffey, il parco St. Stephen’s Green, e O’Connell Street.

Ora, con questa nuova lettura scoperta di recente, il miracolo si è ripetuto. Un istantaneo volo low cost di cui devo essere grata a James Stephens, che con James Joyce aveva un sacco di cose in comune.

Joyce credeva addirittura che Stephens fosse suo “gemello celeste”, cioè che condividesse con lui ora, giorno, mese e anno di nascita. Si sbagliava. L’amico era nato, sì, come lui in febbraio, ma non lo stesso giorno. Il 9 anziché il 2.

La stima e l’ammirazione di Joyce erano tali da fargli dire che, se non fosse stato capace di portare a compimento da solo il complicato Finnegans’ Wake, Stephens sarebbe stato l’unico in grado di aiutarlo.

Nato nel 1882, appunto lo stesso anno di Joyce, James Stephens da giovane lavora presso un avvocato e in seguito è archivista presso la National Gallery of Ireland. Considerato uno dei principali protagonisti della rinascita letteraria irlandese, Stephens scrive soprattutto letteratura fantastica . Il suo romanzo La pentola dell’oro, pubblicato tondi tondi cent’anni fa, può essere considerato il più antico romanzo fantasy per come oggi lo concepiamo.

Ma non è di questo che voglio parlarvi. Infatti, un giorno, in una libreria di libri usati, mi è venuto incontro (come vengono incontro i libri, che pur non camminando su due gambe fanno qualcosa di misteriosamente analogo) un romanzo “minore” di Stephens. Il primo. Del 1912 anche questo, cioè di pochissimo anteriore al capolavoro. Si tratta de La figlia della donna a ore.

Perché proprio quel libro, con una leggera macchiolina di unto a pagina due, mi sia saltato nelle mani, bontà sua, non si sa. Accade così, quando ci si aggira senza meta tra i libri vecchi, e non c’è da chiedersi ragione. Tra mille, uno, ed è amore.

È la storia della giovane Mary Makebelieve e del suo passaggio dall’innocente spensieratezza dell’adolescenza alle emozioni consapevoli dell’età adulta.

La sua vita è disgraziata. Le prime frasi ci gettano in una situazione che più grigia non si può.

Mary Makebelieve abitava con la madre in una piccola stanza all’ultimo piano di un grande caseggiato squallido alla periferia di Dublino. Aveva sempre abitato in quella stanza lassù sul retro, per quanto si ricordava. Conosceva ogni crepa del soffitto, ed erano tante e di forme strane.

Dall’unica finestra Mary vede solo brutti comignoli che sbuffano fuliggine. Se vuol lavarsi, deve portare su per cinque piani un secchio d’acqua.

La madre, Mrs Makebelieve, fa le pulizie. Non riesce mai a tenersi a lungo un impiego ma fortunatamente trova sempre nuove clienti. È una donna pratica e avveduta, sa sempre cosa bisogna fare e perché sulle questioni fondamentali della vita. Tipo: come abbinare le calze col cappello, o come comportarsi quando un uomo (certamente un lord) chiederà in sposa Mary, o come spendere il denaro che prima o poi arriverà dall’America da parte del fratello Patrick che senz’altro laggiù ha fatto fortuna…

Con la figlia, ha un rapporto di grande slancio. Le loro chiacchiere del mattino e della sera sono intime e sincere, piene di tristezza e di allegria, che non è una contraddizione ma la verità fluttuante e bella di chi conosce la vita.

Mary non lavora ancora, e può permettersi, una volta che la mamma è uscita al mattino presto, di starsene a letto ancora due ore. Poi resta in casa a rassettare, o a rammendare i numerosissimi buchi della biancheria e degli abiti, o a leggere i libri della biblioteca pubblica di Capel Street. Oppure se ne va a passeggio.

Va al parco a far visita ai teneri anatroccoli, guarda le vetrine (non potrà permettersi nulla, ma è bene conoscere nel dettaglio modelli e prezzi), osserva i bambini e la gente… Cammin cammina, però, le capita anche di osservare un uomo. È un poliziotto, che a Mary pare un monumento di solidarietà e di legge piazzato al centro della strada.

Mary non è ancora del tutto consapevole dell’attrazione che può scattare tra uomini e donne, però la curiosità verso il poliziotto cresce di giorno in giorno, a tal punto da spingerla a spiarlo da ogni prospettiva che la strada consente, per poi tornarsene – il cuore in gola per un solo incrocio di sguardi – alle sue passeggiate solitarie. Una cotta da vivere in lontananza potrebbe certamente bastarle. Ma, ahinoi, non si può stuzzicare la realtà senza che poi accada sul serio qualcosa.

Un giorno, il poliziotto la avvicina al parco, e…

E basta. Perché questa è una favola. E le favole non si possono riassumere perché sarebbe come tagliare un ramo ad un albero, o strappare un fiore da un prato. Le favole si leggono, e si leggono intere, a voce alta, con dolcezza. Non importa se ad ascoltarci non c’è nessun bambino. Dentro di noi, ce n’è sempre uno che apprezzerà la scelta.

Non è il genere di favola con gnomi che vivono nel bosco o altre creature inutili e bizzarre. È la favola di tutti i giorni, di chi vive nella miseria ma sa alzare uno sguardo vivace su tutte le cose, la favola delle giornate di fatica e delle tenerezze familiari, la favola delle prime trepidazioni e del primo coraggio, la favola dei desideri detti a mezzavoce per non farsi sentire dal destino.

È la favola del facciamo finta che…, frase che è illusione e carezza. Mary e sua madre portano l’unico cognome per loro possibile. Makebelieve significa appunto finzione. Stephens così dichiara subito e apertamente che qui è lecito sognare, e ci lascia in dono queste due donne magnifiche e fragili, che si gustano i loro castelli in aria come fossero caramelle, e che sostengono con fermezza tutta femminile le prove della vita.

La figlia della donna a ore  è humour, levità e saggezza.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2012 con tag , .

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