NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Luglio -Agosto 2010 L’INCUBO DI HILL HOUSE di Shirley Jackson

Shirley Jackson “L’incubo di Hill House” 2004, Ed. Adelphi (traduzione di Monica Pareschi)

Shirley Jackson è una scrittrice americana alla quale moltissimi altri scrittori del “brivido” (Stephen King, Richard Matheson, Donna Tartt, ecc) riconoscono di essersi ispirati.

Nata nel 1916 e morta nel 1965, è nota soprattutto per il suo primo racconto intitolato La lotteria (1949) e per il romanzo L’incubo di Hill House (1959).

Ma se un giorno, ciondolando tra bancarelle dell’usato, vi capitasse tra le mani l’Urania numero 1333, dell’aprile 1998, che pubblicava il romanzo con il titolo La casa degli invasati, ebbene, sappiate che si tratta sempre dello stesso. E non perdetevi l’occasione per leggere la quarta di copertina più infedele della storia.

Le preziose righe su cui un lettore poggia curioso il primo sguardo dicono infatti, testualmente, così:

“Da tempo le indagini sul mondo del paranormale attirano l’interesse della scienza, ma i fenomeni che avvengono a Hill House sembrano sfidare ogni legge fisica. Per questo una squadra di esperti del massimo livello entra nella casa sulla collina con l’intenzione di svelarne il mistero alla luce delle ultime scoperte in fatto di poteri-PSI. Ma la casa è un organismo vivente, una CREATURA, un vero e proprio “alien”… Per la squadra scientifica comincia il terrore di un viaggio nel buio più assoluto, un viaggio che ha per destinazione finale uno scontro all’ultimo sangue con l’Ospite sconosciuto.”

Sorridete e passate oltre, perché non c’è nulla di così estremo in questo romanzo.

La “squadra di esperti del massimo livello” è composta da un professore che di rigorosamente scientifico non fa assolutamente niente, da un giovanotto che si trova lì solo in quanto rappresentante della proprietà, e da due ragazze che strillano al primo cigolio di una porta. Come se non bastasse, a metà romanzo arriva la moglie del professore, antipatica saputella ed arrogante ai limiti del fumettistico. Il guardiano e la cuoca sua moglie, poi, sono cupi e ripetitivi fino a risultare ridicoli.

Il “viaggio nel buio più assoluto” ha, in realtà, quasi i contorni della vacanza: i protagonisti dividono il loro tempo tra colazioni, pranzi, cene, cambi d’abito, giochi di società, il tutto condito da una conversazione gaia ed irritante, ben poco realistica: chi mai, prigioniero in una casa maledetta dove rumori e brividi lo accompagnano notte e dì, sarebbe di umore così brillante?

E lo “scontro all’ultimo sangue”, infine, proprio non c’è.

Tuttavia, sotto le mentite spoglie di un romanzetto che, a sentir me sembrerebbe inverosimile e noioso, questo è… sì,  un capolavoro. Che è stato giustamente ripubblicato da Adelphi nel 2004, con una traduzione migliore (di Monica Pareschi) che ne esalta le sfumature.

Stephen King, nel suo ottimo saggio Danse Macabre (che vi consiglio: piacevolissimo e denso, fonte di innumerevoli spunti di lettura), dedica a questo romanzo parecchie pagine e moltissima stima.

Certo, se amate il sangue e gli effetti horror strabilianti ed immediati, questa scrittrice non fa per voi. Nei suoi romanzi e racconti, c’è qualcosa  di asintomatico silente e subdolo, proprio come nelle peggiori malattie… Shirley Jackson – per citare King – “non ha mai avuto bisogno di alzare la voce”.

La trama: il professor Montague, antropologo appassionato di fenomeni paranormali, si interessa a Hill House, casa stregata teatro di tragedie ed episodi misteriosi. Chiede alla proprietà di potervi trascorrere del tempo per studiare la situazione. Con lui ci sono Luke, futuro erede della casa, Theodora ed Eleanor, chiamate perché in qualche modo coinvolte in fenomeni paranormali e considerate quindi persone “ricettive”.

Ed è proprio il personaggio di Eleanor Vance a rendere particolare ed intenso questo romanzo. La profondità psicologica e l’attenzione delicata con cui Shirley Jackson gira intorno a Eleanor sono commoventi.

Se, come dicevo, tutti gli altri personaggi sono squadrati e poco credibili, e i dialoghi sono finti e salottieri, Eleanor è invece viva e vera più che mai, e il dialogo muto con se stessa tormentato ossessivo e coinvolgente.

Impacciata e schiva, non ha una vita sua, non ha una casa sua. Vive presso la sorella, dopo che per tutta la giovinezza si è presa cura della madre malata, sacrificando se stessa. Ora che la madre è morta, l’esistenza di Eleanor è senza scopo ma allo stesso tempo perfettamente nuova. La ragazza passa da un cocente senso di colpa a un inconfessabile senso di sollievo e liberazione. È in attesa di qualcosa di decisivo, un amore, un avvenimento, un senso.

L’invito del professor Montague è il segno che qualcosa sta per accadere. Raccogliendo tutto il coraggio, e in disaccordo con la sorella che vorrebbe proibirle di andare, Eleanor prende la macchina e, tesa ma soddisfatta di sé, intraprende il lungo viaggio verso Hill House. Per la prima volta, sta facendo qualcosa in modo del tutto solitario ed autonomo. Si sente artefice del proprio destino.

“Sono attesa” spiega al guardiano di Hill House, che sulle prime non vuole aprirle il cancello. Ed è davvero attesa. È la casa ad attenderla. Hill House la chiama, la vuole, la accoglie, la avvolge.

È una casa tetra, dalle stanze sghembe, gli angoli bizzarri, le geometrie impossibili. Una casa che sarebbe piaciuta a H.P. Lovecraft se fosse vissuto abbastanza da leggere il romanzo.

“Entrare a Hill House”, dice sempre King, “è come entrare nella mente di un pazzo ; non ci vuol molto prima di impazzire anche noi”.

Ma è  anche, paradossalmente, una casa comoda, lussuosa, dotata di ogni comfort, dove Eleanor dorme un sonno ristoratore. Lei, che negli ultimi anni, ha dormito con l’orecchio sempre teso per rispondere subito ad un’eventuale richiesta notturna della madre, può finalmente riposare davvero.

Per quasi tutto il romanzo, siamo nella testa di Eleanor, sentiamo il battito del suo cuore, avvertiamo le sue paure e le sue gioie, la sua iniziale timidezza, e la sua felicità, esplosiva malata e devastante, di quando si rende conto di essere in simbiosi con la casa.

Eleanor, che per tutto il romanzo ha pensato “ogni viaggio si conclude con un incontro di amanti” (e sembrava solo un pensiero da ragazza sola che desidera trovare un fidanzato) va incontro alla Casa a braccia spalancate. Anche questo è un incontro di amanti.

Fa notare King che “il romanzo finisce con il primo paragrafo, riscritto a chiudere il circolo… e lasciandoci con un’inquietante conseguenza: se Hill House non era stregata prima, certo ora lo è.”

Dal romanzo è stato tratto nel 1963 il film di Robert Wise Gli invasati, che vi consiglio di vedere. Buona lettura e buona visione!

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2010 con tag , .

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