NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Giugno 2012 IL BAMBINO INDACO di Marco Franzoso

Marco Franzoso “Il bambino indaco” 2012, Einaudi collana I coralli

Ogni mese vorrei scrivere il pezzo per Konrad un po’ prima, immediatamente dopo la lettura del libro, a mente fresca, immagini vivide. Se si tratta di un autore italiano e vivente, vorrei offrirgli la bozza con calma, proporgli ancora una domanda, chiarirmi tra me un commento. Insomma, avere l’articolo in ordine ben prima della scadenza.

Non succede quasi mai. Così, arrivano le ultime ore utili, e io sono appena lì scrivere, a riafferrare un libro letto tante settimane prima e che ormai già svanisce. La lettura sembra lontana, i personaggi offuscati, la trama ingrigita. Non è bello che le cose vadano così, e mi innervosisce parecchio.

Ma questa volta, paradossalmente, l’inconveniente di ritrovarmi condannata a scrivere tardi, molto dopo la lettura, si è rivelato prezioso. Ho scoperto che i personaggi non erano impalliditi affatto, e la storia non scompariva. Anzi, tornava più forte.

In questi giorni credo persino di averla incontrata, una qualche Isabel. L’ho riconosciuta, le spalle avvolte da colorati foulard di tessuto naturale, in qualche negozio di alimentazione biologica, mentre con gli occhi sgranati leggeva gli ingredienti su una confezione. L’ho vista riporre con disgusto sullo scaffale qualcosa che non approvava, oppure riempire il carrello soddisfatta, sul viso una certa luce che d’improvviso mi è parsa diabolica.

E così, mi sono convinta del fatto che questo romanzo vale. Perché se i personaggi non se ne vanno, bensì ti pare di scorgerli per strada, allora vuol dire che quella storia era vera, così vera da fare male, e che l’autore è stato bravo a immaginarla e a renderla.

Sto parlando de Il bambino indaco di Marco Franzoso. Un libro che scoperchia tre dolori ribollenti di cui non si parla mai: uno, quanto si può essere estranei anche se ci si crede intimi; due, quanto può sbagliare una madre nei confronti della creatura che dovrebbe invece proteggere; tre, quanto possa nuocere l’eccessiva mania per la salute.

Carlo e Isabel, più che trentenni, si incontrano, ridono, si piacciono. Tra loro tutto era iniziato nel migliore dei modi, poco meno di quattro anni fa, ricorderà Carlo a disastro consumato. Rapidamente si innamorano, vanno a vivere insieme. È tutto bello, rilassante, nuovo. Per Carlo, che non conosce quel genere di atmosfere, è dolce svegliarsi coccolato da Isabel, dalle sue ricche colazioni con latte di mandorle, fichi secchi, uvetta, grissini al sesamo.

Allora nulla sembrava strano o minaccioso. Allora Isabel era soltanto Isabel, vegetariana e affascinante, che gli costruiva attorno piacevoli riserve di pace.

Ma quando resta incinta, Isabel cambia. Al marito si rivolge con tono perentorio. Voglio parlarti dello stile di vita. Mette condizioni, detta regole. Bisognerà controllare l’alimentazione, creare serenità, mirare all’assoluta purezza.

Inizia a cibarsi solo di fette di cetriolo, cubetti di avocado, insalata verde e pomodoro. È ossessionata dall’inquinamento. Tutto acquista un senso, ogni oggetto ha vibrazioni positive o negative, ogni alimento è veleno oppure mezzo di purificazione. Il tappeto indiano serve per meditare, le tende di lino biologico schermano le impurità esterne, i cuscini marocchini emanano energia buona, la pelle di pecora ha vibrazioni negative. La meditazione, lo yoga, gli incensi…

Ma quando tutto vuol essere troppo giusto, allora tutto diventa sbagliato.

Durante una “visita” per la pulizia dell’aura, a Isabel viene data una notizia che ritiene sensazionale. Il suo bimbo sarà speciale: sarà un bambino indaco. A Carlo, che non sa cosa vuol dire, la moglie spiega raggiante: sono bambini che nascono per essere messaggeri e creatori di una nuova era. E potranno farlo solo se li aiuteremo a crescere nel modo giusto. Evitando i vaccini, per esempio. […] sono i bambini della guarigione, capisci? Pura luce, oltre il corpo.

È l’inizio della follia. Isabel sempre più lontana, in fuga sulla tangente delle sue convinzioni new age. Carlo sempre più in lotta per mantenere normale la casa, l’alimentazione, la coppia, la vita. Non è più amore. Ma lo era stato, in fondo?

Mi chiedo cosa stessimo cercando e cosa ognuno di noi due si fosse illuso di aver trovato nell’altro.

Forse semplicemente una persona in cui perdersi, […], un estraneo con cui mimare gli aspetti superficiali di un’innocua intimità. Certo desideravamo le rassicurazioni che solo un estraneo può regalare, le apparenze della comprensione che solo due persone distanti, incapaci di toccarsi, possono offrirsi.

Chi è questa donna? Chi è questa sconosciuta, denutrita ma ferma nelle sue certezze, che sviene ed è contenta di svenire poiché crede che sia un effetto della purificazione? Chi è questa madre coi seni ormai vizzi, che si ostina ad allattare anche se di latte non ce n’è? Vedere il bimbo che si attacca vanamente al capezzolo non trovandovi niente, per poi piangere affamato, è straziante. Ma Isabel interpreta altrimenti e, sorda alla realtà, quasi trionfante dice a Carlo: Vedi? Vedi che non ha fame?

Il bambino non cresce, non si sviluppa. Non servono neanche gli interventi dei pediatri, con cui Isabel litiga senza muoversi di un passo dalle sue convinzioni.

Ormai per Carlo e per sua madre è chiaro che Isabel va trattata con cautela. Potrebbe rapire il bambino, sparire, fare una pazzia. Occorre controllarla senza che se ne accorga, farla stare calma, agire di nascosto. La ricerca di prove, di pareri psichiatrici, di incontri con gli assistenti sociali. La vita di Carlo diventa un inferno, dar da mangiare al bambino il suo unico obiettivo. Ma occorre farlo in fretta, quando Isabel non vede. C’è da temere persino che annusi il figlio per scoprirvi l’odore di una pappetta nutriente o di carne, cose terribili tassativamente vietate.

Però bisogna pur salvarlo, questo bimbo “speciale” ed affamato. E qualcuno lo salverà. Si avvicinano – a coraggiosi, piccoli, muti passi di nonna – la tragedia e la liberazione.

Marco Franzoso, com’è nata la storia?

La storia è nata dopo molti anni di gestazione, quando ero sicuro degli eventi e avevo costruito i personaggi. Ho compiuto un lavoro molto preciso e puntuale prima di iniziare a scrivere. Poi per la stesura mi è risultato tutto molto semplice. Ho lavorato molto, poi, sulla lingua. Volevo una scrittura scarna, appuntita. Affilata. Una scrittura “magra” e “affamata”, senza fronzoli, per andare dritti e subito al cuore della questione.

Carlo e Isabel sembrano innamorarsi nella maniera facile e sgombra degli adolescenti. Non sappiamo nulla del loro passato.

Ciò che mi interessava nel passato di Isabel e di Carlo c’è già nel testo. Isabel è una donna senza radici, una nomade che ha lasciato la famiglia e si è spostata molto: Svizzera, Roma, Treviso. Non ha una famiglia alle spalle: i suoi genitori non partecipano al suo matrimonio, né incontrano mai il nipote. Non sappiamo davvero niente di ciò che è stata e dei suoi rapporti con il mondo di origine. Carlo al contrario viene da una famiglia molto radicata sul territorio. Una famiglia contadina che ha visto la guerra. Soprattutto la madre è molto presente nel libro. Ho costruito così i due personaggi: sono due poli opposti che si incontrano. Mi interessava osservare cosa sarebbe successo mettendoli in contatto. Dando a Carlo il compito di narrare la storia ho voluto cercare di mostrare quanto lontana Isabel sia in realtà. È un personaggio che apre molte domande, e sta poi al lettore, se ne ha voglia, di colmare i vuoti.

Il nome del bambino è Pietro…

Pietro, già nel nome è portatore di un peso. Opposto alla leggerezza che la madre vorrebbe per lui, già dal nome si presenta come una “pietra”. È un peso, un fardello. Nel romanzo ha davvero una specie di missione, quella di riportare la narrazione sul corpo, su ciò che è materiale.

Il titolo è stato subito questo? Erano state pensate delle alternative?

Il titolo mi piace molto. È stato questo dalla prima stesura, è stata la prima decisione che ho preso. Volevo che fin dall’inizio ci fosse un bambino. E volevo che fin dalla nascita il suo destino fosse segnato.

 

Luisella Pacco

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3 commenti su “Giugno 2012 IL BAMBINO INDACO di Marco Franzoso

  1. Rose
    3 dicembre 2012

    Si allunga la lista dei libri che vorrei acquistare. Dovrò ‘centellinare’ queste tue belle recensioni. 🙂

    • luisellapacco
      3 dicembre 2012

      Grazie, Rose, per questo e per tutti i generosi commenti che hai voluto lasciare in questi giorni 🙂

  2. Giovanna Sauli
    1 settembre 2014

    ho conosciuto molto da vicino alcune donne di questo tipo. chissà perché, mai uomini. sono insopportabili come i fanatici di qualsiasi cosa, religione, sport, sette bizzarre. al momento conosco una che tiene a stecchetto -molto a stecchetto- i figli per questo genere di manie. sarei tentata di regalarle questo libro! (e dire che ho letto il post, pensando che Il Bambino Indaco avesse il morbo blu, che avevo pure io da piccola)

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2012 con tag .

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