NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Giugno 2010 AMICHE PER LA PELLE di Laila Wadia

Laila Wadia “Amiche per la pelle” 2009, ed. E/O collana Tascabili e/o

Cosa pensereste se l’uomo che abita sotto di voi, un vecchio arcigno e misterioso, dopo aver conosciuto la vostra bambina di cinque anni, vi chiedesse: “La lasceresti venire a casa mia qualche volta?”.

Pieni zeppi come siamo di pregiudizi, morbosità e atroci pensieri, gli direste certamente di no. E da quel giorno, raccomandereste alla figlia di stare attenta, molto attenta…

E se la vicina di casa bussasse continuamente alla vostra porta, per confidare un cruccio, chiacchierare, prendere un tè? Sì, forse ne sareste felici il primo giorno, il secondo e – vogliam essere esageratamente socievoli? – finanche il terzo! Poi le direste che… ehm.. domani avete un impegno, dopodomani pure…

L’invadenza oggigiorno non piace, né ci passa per la mente di chiamarla – semplicemente – amicizia.

Diciamocelo: chi bussa più alla porta del vicino per chiedere il sale? Mangiamo insipido, piuttosto. E poi, a nessuno più manca il sale, a nessuno più manca niente. Tranne forse la gentilezza…

Ebbene, almeno durante la lettura di Amiche per la pelle, potrete dimenticare questo incubo in cui siamo precipitati: il distacco, la diffidenza, la paura, il distinto mortorio che caratterizza i nostri palazzi, in questo romanzo proprio non ci sono. C’è invece fiducia, solidarietà e tanto tantissimo benedetto calore umano.

Con questo romanzo uscito nel 2007 e riproposto nel 2009 nei tascabili e/o, Laila Wadia, nata nel 1966 in India ma da molti anni a Trieste, ha plasmato un piccolo dolcissimo cosmo in via Ungaretti 25, l’indirizzo di fantasia dove si svolge la storia.

È una strada dimenticata dal sole e dal Comune, e il civico 25 è un edificio fatiscente: appartamenti senza bagno interno né riscaldamento, tubature sgangherate, impianto elettrico che meno a norma di così non si può.

Ci abitano quattro famiglie: i cinesi Fong, gli albanesi Dardani, i bosniaci Zigović e gli indiani Kumar. Le protagoniste sono appunto le donne di casa, rispettivamente Meigui detta Bocciolo di rosa, Lule, Marinka e Shanti. La voce narrante, deliziosa ed ironica, è di quest’ultima.

Arrivate dai quattro angoli del mondo, tra loro non potrebbe esserci abisso sociale e culturale più profondo di così. Eppure sono diventate amiche, con la schiettezza tipica delle anime buone e dei bambini. Si stringono l’una all’altra sia per condividere le gioie che per affrontare le difficoltà.

Sono donne coraggiose e amabili, donne che hanno capito (di più  e meglio dei loro mariti) che l’integrazione è una parolona vuota se a darle sostanza non è l’impegno quotidiano, la curiosità, l’entusiasmo.

Prendere lezioni di italiano dall’insegnante privata Laura, a tre euro l’ora (una somma non indifferente per le loro finanze); andare tutte in ghingheri al ridotto del Verdi a sentire un concerto d’archi senza nemmeno sapere che cosa sia; mangiare (beh, tentar di mangiare) quella brodaglia impressionante che la jota è ai loro occhi… Fa tutto parte della stessa parola: integrazione. Ma quanto più significato c’è, in una parola, se vista assaporata e odorata così.

Nello stabile, c’è anche il signor Rosso, l’unico triestino, il vecchio burbero, razzista e scontroso,  che si intenerisce soltanto davanti a Kamla, la figlioletta dei Kumar, la quale trova in lui un nonno amorevole e colto che le insegna le poesie di Saba e di Ungaretti. Un uomo che, oltre alla sensibilità letteraria, riserverà più di una bella sorpresa.

A turbare le nostre quattro amiche giunge una notizia assai grave: devono andarsene dall’edificio, tutti, entro sessanta giorni!

Lo sfratto è un problema serio per queste famiglie: non potrebbero permettersi né un affitto più alto né un mutuo (si sa, nessuna banca concede soldi a chi non ne ha già!).  E poi, quell’edificio muffoso in quell’androna buia, è il cuore pulsante della loro esistenza. Ci si sono affezionate. Nel tempo lo hanno reso colorato e vivibile; pericolante e fuori norma, va bene, ma carino e pulito… Hanno rattoppato come potevano le ferite di quei muri decrepiti, hanno riparato il riparabile. È il loro nido: lo amano, lo proteggono, e vogliono restarci.

Come se la caveranno?

Ve lo anticipo: se la caveranno. E sarete contenti per loro, per queste donne, per queste famiglie, a cui avrete cominciato a voler bene.

Riposto Amiche per la pelle, ho controllato il Tuttocittà con l’ostinata perplessità di quando una cosa in sogno ci è sembrata troppo vera e ci sentiamo in diritto di ritrovarcela accanto concreta. Via Ungaretti non esiste? E il civico 25, di cui ho sentito voci e profumi, nemmeno?! No, non posso proprio crederci.

Continuerò a sperare. Che quella vecchia casa scalcinata e piena di allegria  possa sbocciare così,  come un fiore, dalla sera alla mattina.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2010 con tag .

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