NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Giugno 2008 PRIMA DI SPARIRE di Mauro Covacich

Mauro Covacich “Prima di sparire” Einaudi, 2008

Alcuni giorni fa. Chiacchiere con un’amica. Si parla di libri, tra cui Prima di sparire, l’ultimo romanzo di Mauro Covacich.

Lei ne è incuriosita, sa che l’ho appena letto e vuole sapere che ne penso. Io temporeggio, balbetto, poi snocciolo commenti banali. “… Covacich è bravo… graffiante… disincantato…”.

L’amica insiste: “Ma ti è piaciuto o no?”.

Io appoggio una mano sullo stomaco, come per lenire uno spasmo. “È un pugno qui” le dico. “Lo è sempre”, poi sorrido “… ma va benissimo così”.

Il primo pugno nello stomaco lo presi casualmente, con Anomalie, una raccolta di racconti uscita per Mondadori nel 1998. Ci sono voluti anni prima di trovare il coraggio di leggere Covacich di nuovo, perdendomi nel frattempo molte altre cose sue.

La lettura di A perdifiato è stata altrettanto violenta. Mezzo ambientato nel mondo estenuante e ascetico delle maratone, ho sentito sul collo il sudore delle atlete. Mezzo ambientato nel mondo delle adozioni internazionali, ho sentito disprezzo per due genitori che vogliono un figlio e poi lo restituiscono come un oggetto fallato.

Fiona (la bimba restituita, prepotentemente protagonista del secondo romanzo, a partire dal titolo)è stato un pugno morale. Mi sono vergognata di quello che siamo diventati: consumatori distratti che nei supermercati nemmeno si guardano attorno; telespettatori che forse apprezzano, e comunque permettono, reality sempre più sporchi e diseducativi; uomini folli e scissi che dicono bugie con straordinaria perizia.

E ora questo, Prima di sparire, l’ultimo dei pugni, nonché il terzo di quella che ormai può considerarsi una trilogia, e non soltanto perché i personaggi di A perdifiato e di Fiona tornano, maturano, prendono e perdono forma, si intersecano, assumono identità di carta e di carne.

È una trilogia perché ci si interroga in tutti e tre i libri sostanzialmente sulle medesime cose: amore, tradimento, illusione. Soprattutto l’illusione di cambiare vita, di essere altri e altrove, di ricominciare.

Dario, protagonista di A perdifiato, sognava una nuova vita in Ungheria, con una ragazza giovane e bella di cui si era spudoratamente ingenuamente e rapidamente innamorato.

In Fiona Sandro sognava una donna dai capelli rossi e un mondo pulito: l’avrebbe ripulito lui, da bravo Minemaker, a forza di farne esplodere i pezzetti.

In Prima di sparire, il protagonista è Covacich stesso che sogna (no, non sogna soltanto, attua meticolosamente) di lasciare la moglie Anna a Pordenone per correre da Susanna, una romana dalla gioiosità spontanea e il linguaggio quasi irritante per quant’è infantile.

È l’amore, è la passione – sembra dirsi lui, vittima straziata di un destino che non sa controllare. Vittima felice.

È la vita nuova che chiama. Un’altra pelle, un altro odore, un’altra città, seducenti tutti. Come si può non rispondere all’appello?

Mentre seguivo quest’uomo fare il salto senza rete tra una donna e l’altra, tra un’esistenza e l’altra, mi rimbalzava nella testa una frase che ho letto in un racconto (di uno scrittore poco noto, e che di mestiere fa tutt’altro, Girolamo Lacquaniti): “Mi fanno davvero rabbia queste vite che ogni volta devono ripartire daccapo. Tutti sempre pronti ad iniziare una nuova vita e nessuno che si preoccupi mai di portare a compimento questa”.

Ecco, questa sentenza era lì, a condannare Covacich che cambia rotta, e chiunque l’abbia mai cambiata, me compresa.

Come si fa a perdonare, o a perdonarsi, di non aver portato a compimento?

Non è facile abbandonare Anna, il tempo lunghissimo passato insieme, i ricordi comuni accatastati l’uno sull’altro, belli e solidi come mattoncini; non è facile lasciare l’orizzonte conosciuto, la finestra; non è facile lasciare niente. A farlo, si soffre da cani.

Il senso di colpa che ti ricade addosso, la nostalgia feroce che attanaglia i nuovi momenti lieti, l’ubiquità del cuore che non ha ancora capito dove stare (né mai completamente lo capirà) – tutto questo, è una cappa di dolore che viaggia con te verso il nuovo amore, e lo renderà sbagliato in partenza. Anche se sarà favoloso, anche se funzionerà. Sarà comunque e sempre smorzato da una fitta nel fianco, sempre coperto dalla cenere dei troppi ponti bruciati.

Che pugno è stato, questo? Quello che ha fatto più male di tutti.

Non farò mai maratone, non so niente di adozioni, non sono un autore televisivo, non sono Unabomber: non mi appartiene niente di quello che c’era negli altri due romanzi. Erano scritti molto bene, benissimo, e io mi ci sono immedesimata bene, benissimo. Tutto qua.

Ma Prima di sparire è un altro discorso, un altro pianeta.

Non ci si immedesima per poi spegnere la luce. Si incespica nelle parole e si resta svegli a pensare. Sono stata abbandonata e ho abbandonato. Verrò abbandonata e abbandonerò.

Qui sì, io ci sono. Qui dentro, ci siamo tutti.

Ma ti è piaciuto o no?” chiedeva l’amica.

È scritto male, le direi, premendo ancora sullo stomaco in cerca di sollievo. La verità è sempre scritta male, prodigiosamente male. Altrimenti che verità è?

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2008 con tag .

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