NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Febbraio 2012 IERI di Agota Kristof

Agota Kristof “Ieri” 2002, Einaudi (trad. Lodoli M.)

“Il bianco e nero è come una struttura architettonica, rispecchia le fondamenta del nostro essere, del nostro sentire. Potremmo paragonarlo alle travi portanti di un edificio. Evoca l’essenza dell’esperienza vissuta. Sul piano emotivo è, a mio parere, molto più intenso del colore. Il colore si ferma all’apparenza delle cose. Può essere bello, delicato, meraviglioso a suo modo, ma è totalmente diverso.”

L’ha detto Rodney Smith, considerato il maestro della fotografia surrealista, certo riferendosi esclusivamente al suo mestiere. Ma il discorso potrebbe applicarsi bene anche alla narrativa.

Ci sono storie a colori e ci sono storie in bianco e nero, meno belle delle prime. Essenziali, spoglie, con un retrogusto amaro, di radice, di stortura del destino.

Sono storie che stanno sullo stomaco (mi piace, non mi piace non conta più, si è già oltre), eppure le riprendi ugualmente dallo scaffale, spesso, e le soppesi chiedendoti se di nuovo ti sarà necessario rileggerle. E lo farai, e sarà un’esperienza quasi fisica, come camminare in un campo all’alba, senza riferimenti, passi nel vuoto. Solo un brivido di umidità nella schiena e un sasso, ogni tanto, sotto il piede.

Ieri  è una di queste storie (e guarda caso, c’è una foto di Smith in copertina). L’eccezionale brevità ne facilita la ri-ri-rilettura all’infinito e la riscoperta ogni volta di qualcosa di nuovo e struggente tra le righe.

Romanzo, racconto, soffio, Ieri ha per protagonista Tobias Horvath, nato in un villaggio senza nome. Dell’infanzia misera, con la mamma ladra prostituta mendicante,  ricorda poche cose, una più delle altre: quando, tra i molti uomini che vede passare in casa, scopre quale sia suo padre (il maestro di scuola), tenta di ucciderlo spingendo il coltello a fondo nel desiderio di uccidere anche la madre che gli sta sotto.

Tutto il resto della sua vita è fuga. Cambia nome, sul suo passato mette una sepoltura di bugie. Sono un orfano di guerra. I miei genitori sono morti durante i bombardamenti. Il suo presente è noia e abitudine in un paese straniero. Il lavoro in una fabbrica di orologi: sempre il medesimo gesto, ripetitivo, alienante. Il sabato sera con una donna che gli è indifferente, tanto per ricordarsi di essere uomo. La scrittura, unica passione, che lo salva e lo condanna. E un’ossessione: quella di incontrare Line, la donna del suo destino, quella per cui crede di essere venuto al mondo.

Oggi ricomincio la corsa idiota. Mi alzo alle cinque di mattina, mi lavo, mi faccio la barba, mi preparo un caffè e vado, corro fino alla piazza Principale, salgo sul bus, chiudo gli occhi, e tutto l’orrore della mia vita presente mi salta al collo.

Ma un mattino, una giovane donna sale sull’autobus. A quella fermata non era mai salito nessuno. Tobias la riconosce immediatamente: è Line, ma non quella dei sogni malati. È la vera Line, la compagna di scuola, figlia del maestro, sua sorellastra…

Anche lei lavora alla fabbrica, è nuova dell’ambiente, smarrita. Viene da quell’altrove lontano – ha nello sguardo l’esilio, l’erranza (i segni distintivi dell’opera di Agota Kristof) – ma è determinata a tornare a casa presto.

Tobias inizia a osservarla, a seguirla, a sorriderle. È l’inizio di una storia d’amore palesemente impossibile.

Il linguaggio è scarno, secco, poco più di un graffio sulla carta bianca.

Poteva essere altrimenti? Questa storia poteva essere raccontata “a colori”? Certo, tutte le storie, come tutti i visi di donna, possono. È il trucco e parrucco della letteratura, è la cipria sulle parole,  il fronzolo che pende dalle frasi opulente.

Ma sarebbe stato un inganno. Ieri andava scritto così, e soltanto così, poveramente.

Agota Kristof, morta lo scorso luglio, sapeva fin dove la parola è autentica e dove comincia a far sceneggiate. Lei non aggiungeva niente là dove non serviva. Scrittrice discreta e umile, grandissima senza la presunzione di esserlo, interviste stringate e poca voglia di scherzare, per tutta la vita non ha fatto che ripeterci questo: la verità deve essere semplice, sfrondata di tutto, nuda.

Ben altre firme hanno reso omaggio, immediatamente e ottimamente, ad Agota che se ne andava. Questo è un saluto modesto, tardivo, un cenno della mano, un ringraziamento per ciò che resta. Delle molte eredità, la più preziosa è forse questa che ritroviamo in una frase di Tobias.

Quando Line, che freme per tornare in patria, avere un buon posto e un buon futuro, gli dice Mio fratello maggiore è diventato avvocato e l’altro medico. Ma tu hai scelto di scappare e di diventare un niente. Un operaio di fabbrica. Perché?, Tobias le risponde: Perché è diventando assolutamente niente che si può diventare uno scrittore.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2012 con tag , .

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