NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Febbraio 2011 UN UOMO CHE DORME di Georges Perec

Georges Perec “Un uomo che dorme” 2009, Ed. Quodlibet collana Compagnia Extra (trad. di Jean Talon)

Georges Perec (1936-1982) è stato uno scrittore sorprendente, originalissimo, geniale. Appassionato di liste, elenchi, enumerazioni di ogni tipo, autore di cruciverba e giochi di logica, creatore del più lungo testo palindromo letterario (cinquemila lettere), membro dell’Oulipo (Ouvroir de Littérature Potentielle, di cui fece parte anche Calvino, un gruppo che amava lavorare su una scrittura vincolata, ad esempio il lipogramma), amante dei puzzle e – soprattutto – delle piccole, piccolissime cose che la letteratura non racconta mai.

“Quello che succede ogni giorno e che si ripete ogni giorno, il banale, il quotidiano, l’evidente, il comune, l’ordinario, l’infra-ordinario, il rumore di fondo, l’abituale, in che modo renderne conto, in che modo interrogarlo, in che modo descriverlo?”

Era questa la grande domanda di Perec, che pose la questione anche e soprattutto nel suo capolavoro La vita, istruzioni per l’uso (1978) grandioso romanzo (anzi, iper-romanzo, secondo la definizione di Italo Calvino), puzzle di minuzie, di storie incrociate per un attimo, di stanze fotografate in ogni particolare.

Anche qui, ne Un uomo che dorme (1967), l’attenzione al dettaglio è maniacale. Ma se nella Vita la carrellata di volti è tale da confondere, qui il protagonista è uno solo, inebriato della propria solitudine.

L’uomo che dorme è uno studente. Avrebbe avuto un esame, proprio stamattina… E infatti la sveglia, che aveva diligentemente puntato, trilla in perfetto orario. Ma qualcosa, da ieri sera a stamane, è cambiato irreparabilmente. Lo studente non si alza, non si scuote, ormai ha deciso: non si presenterà all’appello. Nell’aula, il suo posto rimarrà vuoto.

Inizia così, nel più banale dei modi, la sua avventura del non fare, del mancare, del rinunciare. Gli amici lo cercheranno, lui non risponderà. Gli appuntamenti si moltiplicheranno, lui li salterà tutti.

Non ha più curiosità per nulla, non desidera, non ha aspettative, non nutre sogni. Se ne aveva, vuole dimenticarli. Vuole scordare più cose possibili, e staccarsi così da ogni legame con gli altri e con il mondo.

Passeggia, sì, per le vie di Parigi, scoprendone angoli mai veduti. Ma lo fa in totale indifferenza, tanto per far passare le ore, poiché più nulla può veramente attrarlo.

Lo studente si libera d’un tratto dal dover essere, dal dover fare, dai ruoli assunti o imposti, dall’obbligo di andare avanti… Avanti dove?, sembra chiedersi. Non è forse possibile, anzi facilissimo, persino ovvio e legittimo, ritirarsi dalla corsa?…

Ci hanno insegnato che nella vita bisogna fare, fare, fare. Bisogna avere un sogno e perseguirlo. Bisogna tenere lo sguardo alto, su un orizzonte ambizioso. Bisogna credere, perseverare. Bisogna legarsi a qualcosa, a qualcuno.

Funziona così, è già tutto previsto…

[…] sai o non sai già tutto quello che ti succederà nella vita? […] ancora qualche sforzo, oppure neanche quello, ancora qualche anno, e diventerai il funzionario zelante, il collega leale. Buon marito, buon padre, buon cittadino. Anziano combattente. […] Potrai scegliere, in un’ampia e assortita gamma, la personalità che più corrisponde ai tuoi desideri […]

Lo studente non ci sta a recitare lo spettacolo di questa finta vita. Rovescia le carte, imbroglia il destino.

No, preferisci essere il pezzo mancante del puzzle. Te la cavi lasciando il banco e il beneficio. Non fai carte false, non ti giochi il tutto per tutto. Metti il carro davanti ai buoi, getti il manico dietro la scure, vendi la pelle dell’orso, ti mangi il grano in erba, ti mangi tutto, chiudi bottega e parti alla chetichella, te ne vai senza voltarti.

Il non fare – semplicemente camminare senza avere meta, in ogni senso, dentro e fuori di sé – diventa insurrezione, scardinamento del sistema.

E così, “niente resta di quella traiettoria saettante, di quel movimento proiettato in avanti che da sempre sei stato portato ad identificare con la tua vita, cioè con il suo senso”.

Leggendo questo libro, viene da chiedersi cosa sia giusto, cosa sia vero (e se un libro è tanto più valido quanti più sono i dubbi che solleva, gli abissi che schiude, allora l’opera di Perec è davvero formidabile…).

L’attivismo, l’intraprendenza, l’essere presenti là dove siamo richiesti – danno significato alla nostra piccola vita, o piuttosto glielo tolgono? Il senso del dovere ci arricchisce o ci deruba? Chi ha ragione? Chi resiste affronta sbriga risolve, o piuttosto chi rinuncia e se ne va? Chi dei due è più fedele a se stesso?

E poi, è davvero possibile staccarsi da ogni cosa, sgretolare così il coinvolgimento al quale siamo destinati? Le ultime, magistrali pagine del romanzo, sembrano dirci di no, che la lotta è vana, che ogni sforzo di non fare sforzi è stato paradossale e sterile.

Non hai imparato niente, tranne che la solitudine non insegna niente: era un’impostura, una fascinosa e ingannevole illusione. […] La tua neutralità non significa niente. La tua inerzia è altrettanto vana della tua rabbia.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2011 con tag , .

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