NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Febbraio 2010 UNA PRIMAVERA DIFFICILE di Boris Pahor

Boris Pahor “Una primavera difficile” 2009, Emanuela Zandonai editore, collana I fuochi (trad. Mirella Urdih Merkù)

Ci sono libri perfetti. Perfetti in tutto, persino nell’immagine che li accompagna. Una primavera difficile è uno di questi.

La piccola, ottima, Zandonai ha fatto un lavoro splendido fin dalla copertina, affidando a una fotografia di Alessandra Spranzi, Cose che accadono #44, la chiave di questa storia. Aprite il libro a rovescio, in modo da cogliere insieme sia la prima che la quarta di copertina, e vedrete due mani d’uomo che stringono un ramo di ciliegio. Le nocche bianche, la pelle tesa, la piega severa del polso, indicano che l’uomo non regge soltanto, bensì potrebbe da un momento all’altro spezzare. Ma perché un uomo dovrebbe accanirsi su un  quieto simbolo della primavera?

Se una sola azzeccatissima immagine pone così bene la domanda, trecento pagine di parole di straordinario incanto offrono la risposta. Ricominciare a vivere, germogliare da sé, è duro, per niente comodo, per niente ovvio. È comprensibile allora che si desideri di spaccarla,  quella primavera ostinata, quasi beffarda, che torna dopo ogni inverno, anche dopo il più gelido e pieno d’orrore; quella primavera invadente di vita, petulante di profumi e dolcezza.

Tutto il romanzo non racconta altro che questo: di quanto sia difficile tornare a vivere. E Boris Pahor descrive questo riaddestramento alla vita con una scrittura appassionata e delicatissima, profondamente romantica, generosa e commovente ma mai eccessiva, concreta e lucente.

È il maggio 1945. Radko Suban, intellettuale sloveno reduce da , trascorre alcuni mesi in un sanatorio alle porte di Parigi. Ma non deve guarire soltanto dalla tubercolosi. Il suo, come quello di tutti quelli che sono tornati, è un percorso di guarigione molto più impegnativo. Fin dal suo arrivo in treno, Radko deve riconfrontarsi con la vita, accettarla, accettare l’idea che il mondo consueto (quello conosciuto prima) sia ancora possibile. Affacciato al finestrino, con occhi stanchi e increduli, comincia a raccogliere impressioni di ciò che incredibilmente è esistito anche mentre lui non c’era, anche mentre una parte dell’umanità moriva nello strazio assurdo e indicibile dei campi di concentramento.

[…] quelle rare casette erano dimore umane su una terra non inquinata, e il reduce le osservava con calma e riflessiva curiosità. Cercava in esse i segni della storia umana, l’immagine della vita che i veri uomini avevano continuato a vivere durante la sua assenza.

C’è in Radko una lacerazione quasi insanabile. Lui prima della Germania e lui dopo la Germania – chissà se questi due uomini si sarebbero mai incontrati. Spesso, proprio nei momenti in cui la vita fisica lo chiama più lietamente, i ricordi tornano a , alla desolazione dei campi.

Il corsivo, si sa, è usato per mettere una particolare enfasi su un termine. Indica al lettore che legga mentalmente, o ancor meglio a voce alta, che su quella parola dovrà fermarsi un istante, darle accento diverso, peso maggiore… In questo romanzo, la parola che spesso appare in corsivo è, appunto, . Ciò che era ed avveniva là, si riaffaccia senza sosta alla mente di Radko.

tagliavano i capelli alle ragazze e alle donne prima di gettarle nelle fauci del fuoco…”

“La capacità di non farsi toccare personalmente dagli eventi era senz’altro un retaggio di …”

Ma che merito ho io per ciò che mi succede, rispetto a quelli che ho lasciato ?”

Persino l’oggetto più rozzo era quasi virgineo e morbido in confronto con gli oggetti di

Si ripeteva che stava camminando a Parigi, davanti ai negozi, che non era più …”

Ogni volta (e accade spesso) che compare questo , corsivo e nefasto, è come se la pagina si squarciasse. Racchiuso in una sillaba dal suono paradossalmente leggero e musicale, eccolo, tutto il passato di mostruosità da cui non ci si può liberare.

Né sarebbe giusto, liberarsene. La memoria andrà tutelata, la testimonianza incessantemente resa. Radko (Boris…) questo già lo sa. Bisogna pensare sin da oggi al domani e dare testimonianza di ciò che si è vissuto affinché la gente legga nero su bianco tutto ciò che è successo.

Tuttavia, anche la vita va riaccolta, a braccia larghe. Che senso avrebbe altrimenti essere sopravvissuto, per poi restarsene tra le ombre?  Radko sa, e saprà sempre di più, di dover dominare i fantasmi del ricordo e non permettere loro di decidere come doveva comportarsi.

Nella progressiva riconquista della normalità, lo aiuta il corpo. Per i cinque sensi che risuscitano tutto è delizioso e sorprendente. Il gusto si risveglia col sapore della marmellata. Si mise a mangiarla spalmata sul pane, poi direttamente col cucchiaio, come se bevesse un succo vitale che entrava direttamente nel sangue. Il tatto si ridesta tra le lenzuola pulite a contatto con il lino bianco. L’olfatto si delizia degli odori del bosco. Tutto riaggancia Radko alla vera esistenza, quella minima, così infinitamente importante.

Non è un processo immediato. Occorre lento esercizio quotidiano per uscire da , per trovare un equilibrio stabile e fecondo, non troppo lancinante, tra flashback di morte e fiducia nel futuro, tra delusione e speranza, tra senso di colpa tipico dei sopravvissuti e legittima gioia di chi esulta della propria salvezza. Occorre, soprattutto (e questo non è un tema nuovo nei romanzi di Pahor, in cui l’amore sempre è la chiave che consente la svolta), il sentimento profondo e nuovo per una donna.

Radko, che porta nel cuore il ricordo di un altro amore vissuto a Trieste, in quella che sembra un’altra vita, da principio non si accorge nemmeno di lei, della nuova infermiera che si sostituisce all’altra nel dargli il termometro. Eppure, piano piano, Arlette Dubois, dai capelli biondi, l’aria trasognata e i piccoli piedi, che somiglia a una falena che si avventa ostinata sul fuoco, gli entrerà sotto la pelle. Radko la percepisce giusta per lui. La sua irresponsabilità pareva fatta apposta per chi non si era ancora liberato delle nebbie della morte.

Come tutto il resto, nemmeno una storia d’amore in questa primavera può essere semplice. Ci sono insicurezza, distacco, riavvicinamento, passione, lontananza, gelosia, perdono. Ma c’è infine il lampo che fa vedere con chiarezza che una nuova antichità era possibile, la realizzazione di un’umanità semplice e senza maschera. La donna e l’amore che risveglia in noi sono la garanzia che l’umanità , nonostante tutto, potrà ricominciare da capo. 

Luisella Pacco

 

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2010 con tag , .

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