NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Febbraio 2009 UN ROMANZO D’AVVENTURA di Alberto Ongaro

Alberto Ongaro “Un romanzo d’avventura” edizioni Piemme, 2008

Alberto Ongaro è uno scrittore che KONRAD ama molto. Lo dimostrano le interviste e gli articoli che si sono succeduti negli anni, gli incontri e l’amicizia con Luciano Comida, direttore della rivista fino a due numeri fa, e con Walter Chiereghin, l’attuale.

Esattamente un anno fa toccò a me, per la prima volta, l’onore di scrivere la recensione del suo romanzo più recente, La versione spagnola. Da allora, per esclusivo piacere personale, mi sono affezionata a Ongaro leggendo alcuni dei suoi romanzi più noti, La Taverna del Doge Loredan, Passaggio segreto, Il ponte della solita ora, …

Non è stato sempre facile.

Per me – lettrice spesso colpevolmente attratta dalle storie non storie, minime, intimiste, poetiche ma scarne, eleganti nella forma ma spoglie nella sostanza – leggere Ongaro significava scoprire territori narrativi nuovi, farmi prendere per mano da un maestro d’armi coraggioso, un eroe d’altri tempi, temerario, sognatore.

Non lo ringrazierò mai abbastanza per avermi mostrato cosa debba essere, sempre – anche al giorno d’oggi – la letteratura.

Per farla, non basta la generica capacità di scrivere bene. Occorre avere una storia da raccontare, un’idea centrale salda ed efficace; occorrono personaggi trepidanti e di spessore; occorre inventiva, meglio se impetuosa; occorre un intreccio incalzante. E infine, occorre un cuore grande, perché l’autore non generoso non sarà mai un buon autore.

Insomma, Ongaro quest’anno me ne ha insegnate di cose, in quel modo indiretto eppure così intimo che solo tra scrittore e lettore è possibile…

Ora è un nuovo piacere per me parlare di Un romanzo d’avventura, pubblicato per la prima volta nel 1970 (suo secondo romanzo, dopo Il complice uscito nel 1965) e da poco ristampato da Piemme.

Ormai abituata alle sue trame vigorose, ho iniziato la lettura di questo romanzo di Ongaro aspettandomi una serie di vicissitudini travolgenti (d’altronde, con un titolo così…).

E invece no. Sono rimasta sbigottita, inizialmente irritata, poi incantata, dalla discrepanza fra ciò che mi aspettavo e ciò che effettivamente questo libro è.

Di avventura – “ongariana” come avevo appena imparato ad intenderla – proprio non v’è traccia.

È un inno all’avventura, questo sì, un omaggio colmo di nostalgia e dolcezza. Ma decisamente non è una storia d’avventura. Non accade niente, se non nella memoria commossa del protagonista: che è niente di meno che Hugo Pratt.

Sì, proprio lui, il grande disegnatore di Corto Maltese e di altri capolavori del fumetto, scomparso nel 1995.

Ongaro, che oltre a scrittore e giornalista, è stato anche sceneggiatore di fumetti, ha lavorato con Pratt diventandone amico fraterno e condividendo con lui la lunga esperienza argentina.

Chissà come gli venne in mente, nel 1970, di renderlo protagonista di un romanzo? Forse proprio perché Hugo Pratt era già, di per sé, uno straordinario personaggio fatto e finito.

La trama, che trama non è.

Pratt, nella sua casa di Venezia, riceve una brutta telefonata: il suo amico e collaboratore, e padre con lui di tante storie disegnate e narrate, Francesco detto Paco (come non vederci un alter ego di Ongaro?) forse è morto, suicida nelle acque del Tamigi.

Inizia per Hugo una lunga notte di domande, di paura, incertezza, profondissima malinconia. Riflette su quell’amicizia così preziosa, densa e scapestrata. Sì, forse un po’ svigorita, non si vedono qualche tempo… Ma la distanza non può essere così irreparabile… Cosa è successo a Paco? Cosa può averlo indotto a lasciarsi morire?

Hugo è sempre stato convinto che la fantasia fosse il terreno migliore su cui spendere i propri passi, il proprio tempo, la tempestosa giovinezza, e non solo quella. È sempre stato sicuro che l’orizzonte di carta fosse più sereno e splendente di quello reale, che le colorate e fasulle due dimensioni di una vignetta contenessero in sé più potenzialità di qualsiasi vita umana a tre, povere, meste dimensioni.

Ma davanti alla scomparsa misteriosa dell’amico, e forse alla sua morte, queste convinzioni sembrano sgretolarsi…

Hanno fatto bene, lui e Paco, a vivere così come sono vissuti? Dedicarsi all’avventura, all’immaginifico, li ha dannati, esiliati dall’esistenza autentica degli altri uomini? O piuttosto, li ha salvati?

Mentre si muove irrequieto tra le stanze della casa, Hugo soltanto fisicamente è solo. Come in un congresso di ombre, gli si radunano accanto i personaggi più amati, quelli della letteratura, o quelli disegnati, o quelli interpretati da attori di Hollywood… Un intero universo di chimere che scaldano, rincuorano, fanno compagnia.

Sì, Hugo è perfettamente conscio che l’avventura a volte è ben poca cosa; a volte “così mal raccontata che se ne poteva intuire lo sviluppo fin dalle prime pagine”.

Eppure, “anche così malconcia l’avventura sembrava preferibile alla realtà, e quello era forse l’aspetto più terribile di tutta l’intera faccenda (…)”

Il lavoro che lui e Paco hanno svolto insieme è un lavoro bizzarro, certo. Creare, disegnare, narrare, fuggire (e aiutare gli altri a fuggire) perpetuamente da una realtà percepita come insostenibile banale ossuta limitante miserevole vuota…

Ci sarà sempre una madre che li rimprovererà per non esser stati più responsabili; ci sarà sempre chi li giudicherà male perché non si sono trovati un impiego più serio; perché si alzavano quando volevano, perché non andavano agli appuntamenti, perché danzavano sui balconi solo per far sorridere la bella fanciulla del balcone di fronte.

Ci sarà sempre qualcuno che li biasimerà per aver avuto occhi spalancati e puri, da eterni ragazzini; e dirà loro che occhi così sono semplicemente ridicoli su una faccia da uomo.

Ma Hugo sa (o almeno spera, col cuore lacerato dai dubbi) che tutti quelli che parleranno così lo faranno per invidia.

Nel cuore di questa notte, definitiva e grave come l’orlo di un abisso, Hugo Pratt sembra chiedere conferma e consolazione al suo amico perduto: la nostra vita è stata infinitamente migliore di quella degli altri… vero, Paco? … vero?

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2009 con tag .

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