NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Dicembre 2011 – Gennaio 2012 EDITORIA A PAGAMENTO? NO, GRAZIE

A volte Konrad riceve recensioni. Buon segno, vuol dire che il nostro giornale piace ed è considerato una  buona vetrina. È capitato qualche volta che le recensioni proposte riguardassero libri editi dai cosiddetti editori a pagamento. Abbiamo allora dato lo stop, perché non riteniamo che questi libri vadano pubblicizzati né che gli autori vadano sostenuti su quella strada.

Ma di cosa si tratta, esattamente? Semplice, è l’autore che paga l’editore. Che ci sia qualcosa che non quadra, salta subito all’occhio. Vi è mai capitato che un idraulico, dopo aver riparato il rubinetto, vi abbia dato cento euro chiedendovi anche scusa del disturbo? Probabilmente no… Eppure, non si sa perché, nell’editoria degli ultimi anni pare che questo controsenso sia non solo ammesso ma ampiamente incoraggiato. E così capita che qualsiasi persona, dopo aver adeguatamente aperto il portafoglio, possa fregiarsi del titolo di “scrittore” e presentare il suo romanzetto in una qualche bella libreria del centro, con tanto di fiorellini sul tavolo e falso luccichio negli occhi. Falso, dico, poiché non può esserci vera emozione laddove non c’è stata vera fatica, vera sfida, vera frustrazione, vera attesa, vera speranza.

Vi racconto – consentitemi – un aneddoto personale.

Inizierò col dirvi che, io come tutte le donne, sono stata bambina col capolavoro di Louisa May Alcott. E se fin da bambine già ci piaceva scrivere, come trovammo commovente quel particolare capitolo…

Jo entrò più volte nel portone, arrivò fino alla scala e ogni volta tornò indietro. Alla fine doveva aver preso una decisione eroica perché si calcò il cappello in testa, varcò di nuovo il portone e imboccò la fatidica scala.

Ricordate? Jo, la seconda delle sorelle March di Piccole donne, andava alla sede di un giornale, a consegnare, fiduciosa di poterli vendere, alcuni suoi racconti. C’è in lei la trepidazione, il timore del giudizio, l’umiltà, tutto quello che muove il cuore dello scrittore esordiente. E quando, dopo qualche giorno, vede che sul giornale è stata pubblicata una sua novella, è pazza di gioia e guardando al futuro esclama: “Ah, quanto sarei felice. Pensate: potermi guadagnare da vivere col lavoro che mi piace di più!”

Così, obnubilata da vecchi sogni e dolci ingenuità, alcuni anni fa ho chiesto un incontro a un editore. Mi presentai all’appuntamento molto emozionata, come Jo, con la mia opera ben sistemata nella cartellina, per sottoporla a quello che credevo un giudizio serio e severo. La signora in questione, prima ancora di leggere anche solo una riga, mi disse : “Certo che ti pubblichiamo, cara. A seconda del numero di pagine, saranno circa 3000 euro”. Ripeto, perché questo è il punto importante: mi disse di sì prima di leggere, senza sapere cosa o come scrivevo.
Mi caddero le braccia.

Forse vedendo la mia faccia farsi scura, la signora ipotizzò che il problema fosse economico e mi confortò subito “Oh, anche rateizzabili!”

Ma la mia espressione rimase cupa, poiché il problema era di dignità, di perseveranza, di tutti i valori che sarebbero andati calpestati se avessi accettato.

Purtroppo (me ne vergogno ancora oggi) non avevo abbastanza faccia tosta per dirle ciò che pensavo, e cioè che pagare per essere pubblicata mi sembrava una cosa molto squallida, e mi nascosi dietro a nebulosi ehm, vedremo, chissà, ci risentiamo, e così feci per i mesi seguenti, quando la signora, come una piazzista alla porta, periodicamente mi contattava per chiedermi se mi fossi decisa.

Ecco, questo è il modo in cui scoprii che esisteva quella brutta cosa chiamata editoria a pagamento. Per me l’episodio fu sufficiente a farmi un’idea, che mantengo fermamente negativa.

Il web oggi sul tema è ricco di informazioni. Per questioni di spazio, io mi limito a due riferimenti, ma le risorse sono davvero infinite. Comincio con un gruppo Facebook che contrasta il fenomeno e invita gli aspiranti scrittori ad avere pazienza, fiducia in quello che scrivono, e un certo rigore etico che le mantenga entrambe intatte nel tempo. Si chiama, appunto, Il gruppo contro l’editoria a pagamento.  Lo ha fondato Francesco Troccoli, classe 1969, vincitore e finalista di parecchi premi e in prossima uscita, a maggio 2012, col suo primo romanzo per Armando Curcio Editore.

Troccoli, intervistato un po’ di tempo fa, ebbe a dire: “Chi paga sa di non essere un buon autore, oppure, se invece lo è, si lascia abbindolare o non ha la pazienza di attendere, o ancora è vittima della propria bramosia narcisistica. Se pagare si rivelerà la sola maniera di pubblicare i miei romanzi, allora io non pubblicherò mai un romanzo. Amen. In merito agli editori, basta con questa storia della crisi dell’editoria! Perché il costo di questa crisi dovrebbe sobbarcarselo l’autore, che imprenditore non è, azzerando il rischio d’impresa della casa editrice? Ci sono tanti onesti editori (anche fra i più piccoli) che non chiedono un centesimo. Agli editori a pagamento chiedo: e quelli come fanno?”

Il gruppo ricorda quelle che dovrebbero essere le regole fondamentali (persino ovvie) dell’editoria: l’editore non è uno stampatore, dovrebbe fare ben di più; visto che tutti possiamo pubblicare pagando, la pubblicazione non dimostra in alcun modo il valore dell’opera; meglio una vita da esordiente che un evento di presentazione da pagante; un autore che pubblica con detti editori si “sporca il curriculum”, perché rischia di non essere più preso seriamente in considerazione da quelli che invece non chiedono alcun contributo.

Vi segnalo anche l’ottimo sito Writer’s Dream (www.writersdream.org) che suddivide le case editrici in free, cioè quelle “normali”, che non fanno pagare, quelle “a pagamento”, che in varia forma chiedono contributo all’autore, e quelle “a doppio binario”, che a volte fanno pagare e a volte no (ambigue e detestabili quanto le seconde). Potete consultarlo se avete dubbi o curiosità di lettore, e soprattutto da aspirante scrittore, per sapere da quali trappole fuggire.

Divertente (se non fosse tristissimo) lo scherzetto che Writer’s Dream ha giocato a un editore a pagamento (che promette una selezione serissima), inviandogli un testo redatto in maniera casuale: pagine di Wikipedia di argomenti disparati assemblate malamente. Un manoscritto senza trama, senza logica, che non era nemmeno bello da vedere, con caratteri di tipo e dimensioni diverse. Insomma, un orrore.

Non è stato preso in considerazione, direte voi… E invece, voilà, quell’editore che valuta “serissimamente” i testi (ma che evidentemente nemmeno li sfoglia) ha inviato una risposta entusiastica con tanto di proposta contrattuale!

La cosa si commenta da sé.

Quindi, autori, aprite gli occhi: non pagate mai per pubblicare. Abbiate pazienza. Se proprio desiderate avere delle belle copie rilegate della vostra opera da regalare alla nonna o da fissare sullo scaffale con onanistica voluttà nelle sere di bassa autostima, allora rivolgetevi ad un tipografo che per meno denari vi accontenterà.

Sono troppo drastica? Che volete farci, tutta colpa di Jo March.  Quando da bambina leggi di lei, continui a credere che esista un solo tipo di scrittore: quello che deve calcarsi il cappello in testa, avere paura, avere coraggio, salire una qualche fatidica scala, e rimanere per giorni, mesi, nell’ansia di sapere se quello che ha scritto valga oppure no.

C’era tutto questo, in quel capitolo. Ma che Jo fosse disposta a pagare, no, proprio non c’era…

 Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2011.

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