NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

Dicembre 2010 – Gennaio 2011 CIME TEMPESTOSE di Emily Brontë

Nutrivo qualche dubbio sull’opportunità di parlarvi di un classico come questo. Chi sono io per osare avvicinarmi ad un romanzo notissimo e sublime? Ci vorrebbe un esperto, in questo caso un esperto di letteratura inglese, e non una semplice lettrice che racconta le sue banali emozioni libresche. Ma poi ho considerato che ci stiamo avvicinando al famigerato periodo dei regali di Natale (famigerato, perché clienti e venditori fanno tutto troppo in fretta) e mi è venuto in mente un episodio del Natale scorso.

Mi trovavo in una nota libreria del centro di Trieste. Una signora vi si aggira un po’ stranita. La osservo. I suoi gesti indicano scarsissima familiarità col luogo: non sa da che parte cercare, soppesa i libri chiusi come fossero sedani. Non la giudico male per questo: ci sono moltissime brave persone, nient’affatto stupide, che non amano la lettura. La signora, anzi, si comporta in modo saggio e umile: ammettendo subito a se stessa il proprio smarrimento, decide di rivolgersi a una delle commesse. È lecito supporre che ne capiscano qualcosa…, o no?

“Scusi, vorrei fare un regalo a mia nipote, una ragazzina di tredici anni. Pensavo ad un grande classico… Lei cosa mi consiglia?”

La commessa, con voce fastidiosamente squillante, in un batter d’occhio suggerisce (impone) La ragazza con l’orecchino di perla e sculettando se ne torna veloce in cassa dove la signora paga e chiede le sia confezionato un bel pacchetto.

Io fremo di rabbia. Vorrei intervenire. Vorrei dire alla commessa che, con tutto il rispetto per Tracy Chevalier, dubito che uno dei suoi romanzi possa esser definito un “grande classico”. Vorrei prendere la signora sottobraccio, salvarla dall’odioso inganno, portarla nell’angolo dove so che potrà trovare un vero classico. E se a quel punto mi chiedesse un consiglio, potrei darle una risposta pronta e appassionata. Perché c’è un solo romanzo, a mio avviso, che può penetrare l’anima di una tredicenne e renderla schiava di un’ossessione che durerà per la vita. E quel romanzo è Cime tempestose. Della più enigmatica e geniale tra le sorelle Brontë: Emily.

Vorrei, vorrei… Ma la signora se n’è già andata, e sua nipote non leggerà Cime tempestose, almeno non a breve.

Guardo di sbieco la commessa. Me ne vado senza comprare nulla. In strada avverto che la nostalgia del romanzo si sta facendo largo dentro di me. L’asfalto d’improvviso è un sentiero selvaggio, il vento è un sibilo di brughiera, l’ombrello è fuori luogo. Il rumore del traffico non esiste: nell’orecchio, soltanto la voce di Heathcliff e Catherine che, separati dalla morte, si cercheranno e chiameranno per sempre. La magia è compiuta. Già so come andrà a finire: lo rileggerò.

Tutti gli aggettivi sembrano insufficienti per definire un libro che, se letto in gioventù, ti appartiene per sempre, vincolandoti ad un altro modo di vedere le cose.

Nelle sue pagine c’è tutto. C’è Odio. Heathcliff è astioso e malvagio come poche altre figure letterarie. Eppure qualcosa di lui (o di noi stessi, che gli siamo specchio) ce lo rende nelle vesti di eroe. C’è Amore, ma, come ha scritto Virginia Woolf “non è l’amore degli uomini e delle donne. Emily si ispirava a una concezione più generale […] volgeva lo sguardo verso un mondo in preda al caos e sentiva in sé la forza di conferirgli unità in un testo”. E c’è Natura, un bisogno insopprimibile di comunione con essa, una fame di aria e di pietra, di terra e di pioggia.

Wuthering Heights viene pubblicato nel 1847, l’anno che vede anche la pubblicazione di Jane Eyre di Charlotte e di Agnes Grey di Anne. Tutte e tre le sorelle, per aggirare i pregiudizi dell’epoca sulle scrittrici, scelgono pseudonimi neutri dietro ai quali potrebbe esserci sia un uomo che una donna, e diventano (mantenendo le iniziali) Currer, Ellis e Acton Bell. I romanzi di Charlotte e di Anne hanno immediato successo. Quello di Emily, no. Lascia i critici perplessi, alcuni lettori offesi. In pochi si rendono conto di quello che oggi è evidente, e cioè che il suo è un romanzo dalla struttura innovativa e dal cuore potente, di molto superiore alle pur ottime ma “normali” opere delle altre Brontë.

Del resto, come potrebbe un romanzo così cupo sedurre l’Inghilterra vittoriana? È saturo di passioni brute e distruttive, è privo di moralità, è sovrannaturale: in una parola, scandaloso! E come ha potuto una ragazza come Emily, che nella sua breve vita non ha mai conosciuto neanche l’ombra dell’amore, concepire una storia così impetuosa?

In una biografia di Emily, Emily Brontë. Ipotesi per un ritratto a colori, ed. Archinto,la studiosa Nicoletta Gruppi, raccontando delle quotidiane incombenze che impegnavano le sorelle, scrive che gli spazi della sospensione contemplativa, tanto aborriti dall’utilitarismo puritano, ma tanto indispensabili alla creazione artistica, riuscivano ad insinuarsi tra le maglie della giornata. Emily riusciva a far convivere il concreto casalingo con un particolarissimo sguardo allucinatorio capace di spingersi oltre la pellicola del reale.

Non posso, non voglio, raccontare in poche righe la complessa trama. Non avrebbe senso e non renderei giustizia a questo capolavoro.

Ho soltanto un piccolo sogno. Che la ragazzina che l’anno scorso s’era persa il suo giusto regalo, trovi questo articolo sulla sua strada. Le direi di correre in libreria e di rimediare. Le direi… sai, leggere Cime tempestose ora, in questo momento della tua vita, sarà una dolce dannazione. Ti entrerà nelle ossa. E un po’ dello “sguardo allucinatorio” di Emily scenderà anche nei tuoi occhi. Ti renderà diversa. Ti salverà.

Luisella Pacco

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Un commento su “Dicembre 2010 – Gennaio 2011 CIME TEMPESTOSE di Emily Brontë

  1. Agata (e la tempesta)
    19 gennaio 2015

    L’ha ribloggato su LibriPensierie ha commentato:
    Una bella recensione di Cime tempestose di Luisella Pacco.

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2010 con tag .

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