NASCONDERE QUALCOSA

"Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto" (Calvino)

DICEMBRE 2007/GENNAIO 2008 COME PARLARE DI UN LIBRO SENZA AVERLO MAI LETTO di Pierre Bayard

Pierre Bayard “Come parlare di un libro senza averlo mai letto” 2007, ed. Excelsior 1881 (trad. Mazzoli A.M.)

No, tranquilli, non è quel che sembra. Non è uno dei tanti manualetti della famigerata serie “Come fare per…”. Anzi. È un saggio di tutto rispetto, provocatorio e piacevole ma non per questo meno erudito.

Non è la prima volta che il francese Pierre Bayard, professore di letteratura e psicanalista, stupisce il pubblico veicolando con humour concetti molto seri. Ma con quest’ultimo libro, da mesi nelle classifiche di mezzo mondo, ha davvero fatto colpo.

La sua tesi è più o meno questa: chiunque non riesca a leggere o a finire di leggere un libro, non deve affatto sentirsi colpevole. Mettiamoci il cuore in pace. Siamo tutti, volenti o nolenti, dei non-lettori. Basti pensare a quanti libri esistono, per rendersi conto che anche una intera vita completamente dedicata alla lettura non potrebbe che ricomprenderne una minima parte.

Il buon lettore medio lo sa. Ogni nostro passo in libreria (in quale scaffale mettiamo il naso? indugiamo qui o là?) attua una selezione crudele. Ogni gesto – prendere un libro, leggerlo, dedicargli tempo, farlo proprio – implica il doloroso gesto opposto – trascurarne moltissimi altri, non toccarli nemmeno, non conoscerli mai.

Quasi commovente la figura del bibliotecario, nell’Uomo senza qualità di Musil, costretto a non leggere alcun libro per poter conservare la visione d’insieme necessaria al corretto svolgimento del suo lavoro. È proprio l’amore per la totalità dei libri “che lo spinge a rintanarsi prudentemente nel loro margine per paura che l’interesse troppo vivo per uno solo di essi lo porti ad escludere tutti gli altri”.

E pure leggendo, quanti livelli diversi di lettura esistono? Soltanto uno?

Che dire allora dei libri che abbiamo solo sfogliato? Paul Valéry, vero maestro della non-lettura, sosteneva che sfogliare appena un libro fosse il modo migliore per appropriarsene, rispettando la sua profonda natura e senza perdersi nei dettagli.

Nemmeno i critici letterari dovrebbero avvicinarsi troppo all’opera, secondo Oscar Wilde: “Non leggo mai i libri che devo recensire: non vorrei rimanerne influenzato”.

E come definire i libri letti sul serio, con autentica passione, ma dei quali non ricordiamo più niente?

Per il lettore (e non solo per lui) il tempo è nemico, la memoria traditrice.

La lettura non è solo acquisizione di un sapere. È anche, purtroppo, “incontenibile movimento di dimenticanza”.

Nel momento stesso in cui leggo, inizio a dimenticare ciò che ho letto. Questo processo è ineluttabile. Qualcuno può arrivare a scordare non soltanto il contenuto del libro ma persino il fatto che la lettura abbia avuto luogo.

Montaigne, preso dal terrore dell’amnesia, sui libri letti annotava qualcosa (la data, un piccolo commento), una traccia che un giorno gli sarebbe stata utile per sapere che quel libro lo aveva letto davvero.

Una lettura che non ricordiamo, può ancora dirsi lettura?

Nella nostra mente (e qui emerge il Bayard psicanalista) noi non conserviamo libri omogenei, reali, bensì frammenti di letture parziali, misti gli uni agli altri, mescolati a ricordi, abitati dai nostri fantasmi. Persino i lettori più scrupolosi sono dei non-lettori involontari, anche di quei libri che in assoluta buona fede credono di conoscere benissimo.

Finora tutto questo ci creava imbarazzo, perché la società ci ha imposto un modello di cultura senza imperfezioni (tutti dovremmo conoscere tutto). Con quale faccia ammettere di non aver letto – o di non ricordare bene – un certo libro, universalmente considerato obbligatorio??

Ebbene, Bayard viene a liberarci da questo disagio, e in tutte le situazioni in cui saremmo rimasti a bocca cucita, ecco che grazie a lui ci sentiamo autorizzati a dire la nostra, a inventare.

Nella vita mondana (ah, poter fare bella figura in una dotta conversazione da salotto!), con chi si ama (condividere le non-letture con il proprio partner è alla base di una buona intesa amorosa), davanti ad un professore (per gli studenti, che inventando libri non letti riscoprono la potenza della fantasia), davanti ai propri studenti (per i professori: Bayard stesso ammette di aver discusso in classe di libri che non conosceva, e con fervore).

Parlare di libri non letti è una vera e propria attività creativa, nobile quanto le altre. Per convincersene basti pensare a quali capacità mobilita: analizzare il contesto in cui l’opera si inserisce, prestare attenzione agli altri e alle loro reazioni…

Non un bluff, quindi, bensì un’attività immaginativa liberatoria e paradossalmente più colta di quanto non si creda.

Cos’è, del resto, la vera cultura?

La maggior parte degli scambi di comunicazione su un libro non riguardano il libro stesso, bensì si basano su un insieme molto più ampio, su una specie di biblioteca collettiva.

Cultura non significa conoscere il singolo elemento-libro, bensì padroneggiare questa biblioteca, sapersi orientare nell’infinito dedalo delle sue corrispondenze, scoprire le segrete assonanze tra libri diversi e, soprattutto, dar voce alle intime relazioni tra i libri e noi stessi.

Luisella Pacco

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Questa voce è stata pubblicata il 17 agosto 2012 da in KONRAD Recensioni 2007 con tag , .

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